L’Italia è un Paese che vive di export e proprio per questo deve ascoltare i campanelli d’allarme che vengono dalle roccaforti della sua capacità di inserimento nei mercati globali: i distretti industriali. La sofferenza di queste nicchie, dove l’Italia costruisce, per parafrasare Carlo Cipolla, “cose belle che piacciono al mondo all’ombra dei campanili” è testimoniata dai dati sull’export e le prospettive del Paese di fronte al mondo che alza muri tariffari e aumenta la pressione sull’Italia.
Il Sole 24 Ore e il Corriere della Sera hanno di recente presentato interessanti analisi in materia. La testata di Viale Sarca ha analizzato i dati di Intesa Sanpaolo sul commercio estero, mostrando come i distretti abbiano “chiuso in frenata il primo semestre dell’anno, riducendo le vendite estere del 2,7% a 80,4 miliardi, risultato di una frenata che si palesa sia nel primo che nel secondo trimestre”.
Per pochi settori che tengono duro, come la nautica di Viareggio e la meccanica strumentale di Bergamo, molti soffrono: è il caso dell’ottica di Belluno e dell’olio toscano, travolti dai dazi americani, o l’oreficeria di Arezzo, che subisce il contraccolpo della fine del boom della domanda turca del 2024. In generale, nota Il Sole, “se la meccanica e la metallurgia tengono, con frenate nell’ordine di un punto, prodotti in metallo, elettrodomestici e prodotti della moda (intermedi e di consumo) sono invece i più penalizzati. Un quadro opposto invece per i distretti dell’agroalimentare, gli unici nel complesso a sviluppare una crescita”. Insomma, “rosso” su tutta la linea anche in un contesto che non ha ancora interiorizzato i dati del terzo trimestre, quello in cui Unione Europea e Stati Uniti hanno ufficializzato i dazi minimi al 15% per le merci comunitarie dirette oltre Atlantico.
Il Corriere della Sera, invece, mostra un esempio di quella che si sta trasformando in ciò che abbiamo definito essere una “Spoon River industriale”: un territorio un tempo prospero a causa dei risultati e della conquista di mercati internazionali da parte di un solo settore o di una sola filiera che subisce desertificazione e impoverimento a causa della crisi del pivot dello sviluppo. Parliamo del distretto calzaturiero del Brenta che, nota la testata di Via Solferino, è sottoposta a una vera Via Crucis: “i giorni trascorsi in cassa integrazione sono aumentati del 261%. I lavoratori affidati agli ammortizzatori sociali sono il 140% in più, le imprese che ne hanno fatto richiesta sono raddoppiate e quelle che invece hanno chiuso i battenti sono 24: il tutto nel corso di un solo anno”.
Tutto questo segnala che l’Italia deve trovare una via per consolidare il settore industriale in una fase che vede i risultati record dell’export, con 626 miliardi di export nel 2023 e 624 nel 2024, e la posizione di quarto esportatore globale messe a repentaglio da un cambio di paradigma economico e commerciale. In particolare, la contingenza attuale vede i primi tre mercati in alta marea. Gli Usa, che cubano il 10,4% delle esportazioni italiane, hanno alzato il muro dei dazi. La Francia, terza col 10%, è in sommovimento politico. Ma deve destare preoccupazione anche il caso Germania: Berlino, primo partner commerciale di Roma con l’11,4% delle merci esportate che la raggiungono, vive la crisi dell’automotive e una grande difficoltà di riconversione. Inoltre, molti settori dove l’Italia è concorrenziale (farmaceutico, impiantistica, chimico etc) nella filiera a guida tedesca sono ora sfidati apertamente dai giganti asiatici.
I distretti industriali hanno garantito a lungo quote di mercato e occupazione dimostrandosi anticiclici in fasi di crisi. Oggi devono riuscire a ripensare il loro ruolo in un contesto che vede la loro competitività messa a repentaglio non tanto dalla sfida dell’innovazione di prodotto ma piuttosto dai fattori strutturali e di costo che rischiano di diventare soverchianti. L’industria italiana ha “digerito” costi energetici saliti nei vari comparti dal 65% (gas) al 240% (energia elettrica) in un decennio, ha creato occupazione sfidando i giganti globali e ha quasi raddoppiato l’export nonostante un clima competitivo pressante superando la Grande Recessione e il Covid-19.
In “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, nove anni fa, il compianto storico dell’economia Giuseppe Berta ricordava la necessità di fare emergere una nuova “economia della conoscenza” in un contesto di imprese di dimensione ridotta e localizzate. Berta sottolineava la necessità del fare sistema, oggi più che mai vitale: per preservare il vantaggio competitivo del prodotto urge lavorare sul fattore-costi. L’investimento comune per valorizzare i territori sul piano energetico, la ricerca di strumenti per sviluppare laboratori e centri di co-innovazione, la sinergia tra pubblico e privato a livello territoriale (patti università-aziende, convenzioni, alleanze per il lavoro e l’inclusione dei soggetti fragili etc) possono valorizzare il ruolo economico e comunitario dei distretti.
Parimenti, il sistema-Paese Italia deve agevolare la difesa dei distretti scegliendo consapevolmente la ricerca di nuovi mercati, aperti e non ostili, come frontiera di sviluppo dell’economia italiana. Sace, Simest, Istituto per il Commercio Estero e strutture politiche devono essere messi in campo per esplorare la presenza nazionale su nuove frontiere. Dall’America Latina, dove l’accordo Mercosur offrirebbe opportunità, all’Indonesia nuova partner dell’Unione Europea, l’Italia può giovarsi della spinta comunitaria a cercare i mercati aperti come antidoto al neoprotezionismo. E dal Golfo all’India sono altrettante le frontiere da esplorare. L’era dei distretti non è finita. Ma bisogna avere inventività e creatività. O le contingenze e i trend strutturali faranno diventare i record di poco tempo fa solo un lontano ricordo.