L’Europa avrà il suo Canale di Suez. Nuovo piano da 23 miliardi di euro per le vie navigabili

Ilena D’Errico

13 Aprile 2026 - 18:53

Anche l’Europa avrà il suo Canale di Suez. Il nuovo piano da 23 miliardi di euro per le vie navigabili procede, ma non è privo di rischi.

L’Europa avrà il suo Canale di Suez. Nuovo piano da 23 miliardi di euro per le vie navigabili

L’importanza strategica dello stretto di Hormuz, ora che i transiti sono minacciati dal conflitto in Medio Oriente, riaccende l’attenzione europea. Non basta diversificare l’approvvigionamento energetico e lavorare per l’autonomia interna, serve anche realizzare vie navigabili altrettanto funzionali, tanto per i profitti quanto per la leva diplomatica. Tra i vari progetti nel continente, il più verosimile e controverso fa capo alla Turchia, che sta investendo miliardi di euro per un progetto che sogna da migliaia di anni. Una sorta di Canale di Suez dell’Europa, capace di stravolgere tutti gli equilibri internazionali.

Il Canale di Istanbul è il Canale di Suez dell’Europa

Ancora più ispirata dalle tensioni intorno allo stretto di Hormuz, l’Europa è sempre più intenzionata a costruire dei canali artificiali per ovviare alle difficoltà logistiche e far fronte alle difficoltà geopolitiche del caso. Una risposta a questa necessità potrebbe essere il Canale di Istanbul, che il presidente turco Erdogan ha presentato già nel 2018, ma che continua ad aprire spinosi dibattiti. Non tutti gli esperti concordano sull’opportunità di realizzazione dell’opera, controversa tanto per ragioni ambientali quanto per potenziali ostacoli geopolitici. Nonostante ciò, prosegue la corsa per la realizzazione del progetto, previsto per il 2028, grazie ai lavori iniziati nel 2021 (spinti anche dall’ostruzione del Canale di Suez che si era verificata nello stesso anno).

Il canale di Istanbul correrà parallelamente allo Stretto del Bosforo, aiutando a decongestionare questo passaggio e potenziando gli scambi economici nella regione. Bisogna riconoscere alla Turchia, inoltre, che la realizzazione di questo canale assolverebbe anche all’esigenza di sicurezza nei transiti, soprattutto delle grandi navi che trasportano gas e petrolio. Si potrebbero infatti evitare i passaggi dal Bosforo, troppo vicini alle città, che rischiano conseguenze altissime in caso di incidente. D’altra parte, anche per realizzare questi 45 km di Canale bisognerebbe assumersi rischi piuttosto seri. L’opera è di fatto piuttosto controversa, in quanto l’impatto ambientale della sua realizzazione, prima ancora che del suo funzionamento, potrebbe essere devastante.

Ecosistemi marini, aree boschive e foreste possono essere completamente distrutti dalla costruzione dell’opera, che collegherà il Mar Nero al Mar di Marmara, rendendo Istanbul un’isola. Non solo, anche la spesa economica richiesta è presumibilmente molto più elevata di quella stimata inizialmente (circa 8 miliardi di euro), con stime che arrivano fino a 23 miliardi di euro.

La questione degli investimenti resta comunque una preoccupazione marginale rispetto a quelle geopolitiche e ambientali, considerando che quest’opera potrebbe generare rapidamente entrate sbalorditive. Per farsi un’idea basta sapere che il Canale di Suez potrebbe fruttare somme annuali tra i 5 e gli 8 miliardi di euro secondo le stime e ospita un transito di navi più che dimezzato rispetto al Bosforo, che potrebbe a propria volta essere superato dal Canale di Istanbul.

Il Canale di Istanbul nello scenario internazionale

Il Canale di Istanbul non sarebbe sottoposto ai vincoli che gravano sul Bosforo. Trattandosi di un canale costruito artificialmente e non di uno stretto naturale permetterebbe inoltre alla Turchia di riscuotere delle somme per il passaggio, cosa che invece non è ammessa per gli stretti naturali, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). Questo è uno degli aspetti che maggiormente preoccupa la comunità internazionale, soprattutto per il modo in cui un precedente di questo genere potrebbe stravolgere tutti i trasporti navigabili mondiali.

La costruzione di passaggi artificiali più rapidi e sicuri rispetto alle loro alternative naturali consentirebbe infatti a tutti gli Stati in posizioni strategiche di riscuotere pagamenti per l’uso delle proprie vie navigabili senza violare la legge. Ma la problematicità del Canale di Istanbul non finisce qui.

Uno degli aspetti più preoccupanti è la Convenzione di Montreux, che regola il transito delle navi mercantili e da militari, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, nelle aree degli Stretti turchi (Dardanelli, Marmara e Bosforo). Il nuovo Canale di Istanbul dovrebbe a ben vedere rientrare nella sfera dell’accordo internazionale, ma non è uno Stretto.

La mancata applicazione della Convenzione di Montreux potrebbe portare a forti squilibri diplomatici, considerando che il Canale attraverserà da Nord a Sud la Tracia orientale, in un’area molto calda. I russi, per esempio, temono che la Turchia favorirà la presenza della Nato nella zona, mentre l’Europa teme l’intensificarsi dei rapporti con l’Iran. Questo progetto resta comunque assai allettante per Istanbul e anche per l’Europa, che trarrebbe un grosso beneficio dagli aumenti del traffico.

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