Esame avvocato 2018: la seconda traccia di diritto civile è sui debiti di gioco

Isabella Policarpio

11 Dicembre 2018 - 13:58

11 Dicembre 2018 - 17:06

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A poche ore dall’inizio dell’esame avvocato 2018, riportiamo la seconda traccia della prova di diritto civile. L’argomento è l’applicabilità dell’articolo 1933 del Codice Civile ai debiti di gioco.

 Esame avvocato 2018: la seconda traccia di diritto civile è sui debiti di gioco

Oggi ha avuto inizio l’esame di avvocato 2018 con la prima prova di diritto civile, la quale si articola in due tracce. La seconda traccia ha ad oggetto la sentenza n. 7694 del 2015 della Corte di Cassazione, sez. III civile, e riguarda la disciplina dei debiti di gioco.

In particolare, in questa sentenza la Suprema Corte si sofferma sulla disciplina giuridica applicabile ai debiti di gioco, e sancisce l’illegittimità dell’azione esecutiva per soddisfare i crediti che derivano da obbligazioni naturali - tra cui il gioco d’azzardo - come prescritto dall’articolo 1933 del Codice Civile.

Tuttavia l’estensione della disciplina codicistica non è totale; la Corte di Cassazione nella sentenza predetta ne definisce i limiti, stabilendo che essa è applicabile solo se le dazioni di denaro, di fiches, di promesse di mutuo, di riconoscimento del debito, risultano da atti collegati inequivocabilmente al gioco o alla scommessa, tali da giustificare il diretto interesse del mutuante a favorire la partecipazione al gioco d’azzardo del mutuatario.

Vediamo i dettagli della sentenza.

Il caso

Nella sentenza n. 7694 del 2 aprile 2015, la Corte di Cassazione si esprime sulla legittimità di un’espropriazione immobiliare volta al soddisfacimento di un’obbligazione naturale, derivante da debiti di gioco.

Nel caso di specie, l’opponente si era rivolto alla Corte per ottenere la dichiarazione di illegittimità all’azione di ripetizione proposta nei suoi confronti da un casinò nel quale aveva contratto un ingente debito, pagato solo parzialmente. Il casinò in questione offriva soggiorni “gratuiti” a patto che gli ospiti partecipassero ai giochi d’azzardo per tutta la durata della vacanza.

Per risolvere la questione, la Corte si è avvalsa del principio secondo il quale la disciplina codicistica sulla ripetizione dell’indebito si applica alle dazioni di denaro, di fiches, alle promesse di mutuo, ai riconoscimenti di debito, solo se tali atti risultano funzionalmente collegati all’attuazione del giuoco o della scommessa, e solo se esiste un diretto interesse del mutuante a favorire la partecipazione al gioco del mutuatario. Invece, se l’interesse manca, non trova applicazione la disciplina dell’articolo 1933 del Codice Civile, che ammette al ripetizione dell’indebito per i debiti di gioco.

Per questa ragione, nel caso di specie, la Corte ha ritenuto inammissibile l’esecuzione forzata ai danni dell’opponente poiché il casinò non è estraneo ai giochi d’azzardo né ai conseguenti indebitamenti e ciò in quanto l’offerta del pernottamento gratuito è solo un modo per spingere i clienti a prendere parte ai giochi.

Le motivazioni della Corte di Cassazione

La sentenza n. 7694 del 2015 delinea i confini dell’applicazione della disciplina dell’articolo 1933 del Codice Civile in materia di debiti di gioco. Qui la Corte sentenzia che la disciplina civilistica si applica solo ed esclusivamente se i debiti o altre promesse di pagamento sono funzionalmente connesse al gioco d’azzardo.

Nei motivi a fondamento della decisione, la Corte di Cassazione dice che:

“L’estensione della disciplina prevista dall’art. 1933 c.c. a fattispecie quali dazioni di denaro, di fiches, promesse di mutuo, riconoscimenti di debito, è possibile unicamente allorché tali atti risultino funzionalmente collegati all’attuazione del gioco o della scommessa, con la reciproca e speculare conseguenza che, ove siffatto interesse manchi, per essere il mutuante del tutto estraneo all’uso che il mutuatario fa delle somme erogategli, le cause dei due negozi non hanno tra loro, quel collegamento che solo giustifica la sottoposizione dell’uno alla disciplina dell’altro.”

E’ noto che l’articolo 1933 c.c. nega la possibilità di agire per il pagamento di debiti derivanti da un gioco o da una scommessa, solo attribuendo al creditore, una volta che c’è stato l’adempimento, la “soluti retentio”, cioè la ritenzione di quanto è stato pagato. L’articolo in questione recita:

“Non compete azione per il pagamento di un debito di giuoco o di scommessa, anche se si tratta di giuoco o di scommessa non proibiti .
Il perdente tuttavia non può ripetere quanto abbia spontaneamente pagato dopo l’esito di un giuoco o di una scommessa in cui non vi sia stata alcuna frode. La ripetizione è ammessa in ogni caso se il perdente è un incapace.”

Dall’articolo discende che quanto pagato al creditore è irripetibile quando:

  • chi ha pagato lo ha fatto in virtù di un dovere naturale ed incoercibile, come ad esempio quello che sente il giocatore di dover pagare il debito per preservare la propria reputazione;
  • il pagamento è spontaneo, quindi senza coercizione fisica o psicologica, sempre che le parti non abbiano barato;
  • il soggetto che ha pagato il debito era in grado di intendere e volere al momento del pagamento, mentre non occorre che lo fosse al momento in cui è avvenuto il gioco o la scommessa.

Invece, la prima traccia della prova prova riguarda la risoluzione della controversia tra chi acquista un immobile a titolo originario e chi a titolo derivato e ha come presupposto la sentenza n. 2161 del 3 febbraio 2005.

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