Elezioni USA 2024: in sfida Trump e Ron DeSantis, tra autobiografie e insulti

Glauco Maggi

20 Marzo 2023 - 13:33

Si intensifica lo scontro tra Donald Trump e Ron DeSantis, verso la definizione del candidato repubblicano alle Elezioni USA 2024. La sfida passa anche per le vendite delle loro autobiografie.

Elezioni USA 2024: in sfida Trump e Ron DeSantis, tra autobiografie e insulti

La tenzone tra Donald Trump e il governatore della Florida Ron DeSantis è già in pieno svolgimento, ma a senso unico. Trump, 77 anni a giugno, gli fa la guerra a tutto spiano, e DeSantis, 45 a settembre, non gli risponde. E neppure ha dichiarato ufficialmente che correrà.

L’ex presidente ha però capito che l’unico che gli fa paura davvero nel GOP è Ron DeSantis e sta concentrando i suoi attacchi e la sua residua energia contro il parvenu della politica americana. Uno, Ron, che fino al 2018 era solo uno dei 27 deputati in Congresso a rappresentare la Florida, ed ora è al centro delle attenzioni del mondo politico perché ha dimostrato di avere le carte in regola per correre per la nomination repubblicana nel 2024.

Le sue carte sono le azioni del suo primo quadriennio da governatore, visibilissime anche perché a fare da cassa di risonanza sono gli attacchi feroci dei media del mainstream, che diventano badge d’onore per il pubblico conservatore e moderato. Ecco le più famose mosse del governatore:

  • le decisioni anti lockdown e anti Fauci e a favore dell’apertura delle scuole e dei business;
  • lo stop all’indrottinamento pro razzismo anti-bianco da parte degli attivisti che propugnano la TRC, la cosiddetta ‘teoria critica della razza” che considera profondamente sbagliato il messaggio di Martin Luther King sulla pari dignità delle persone a prescindere dal colore della pelle;
  • la normativa per evitare che i bambini fino agli 8 anni siano esposti a “lezioni” sul sesso e sulla transessualità.

Ma, soprattutto, a terrorizzare Trump è il risultato elettorale che ha premiato DeSantis il novembre scorso, quando è stato rieletto per il secondo mandato con un distacco di quasi 20 punti sull’avversario Democratico.

Trump, nella disfida con DeSantis, a fine marzo ha dalla sua ancora i sondaggi nazionali, con la media RCP che registra il 43,6% di preferenze per lui, contro il 28% per l’avversario. Ma, intanto, l’ultima rilevazione della CNN di una settimana fa ha visto Ron scavalcare Donald con il 39% contro il 37%, e anche in altri sondaggi statali, non conteggiati da RCP, il governatore tallona o supera Trump.

Si capisce bene perché DeSantis non risponda alle provocazioni di Trump: la rissa pubblica non gli conviene, almeno fino a quando riesce a evitarla. Quello che, forse più di ogni altro fattore, ha fatto perdere le staffe a Trump deve essere stata la pubblicazione dei dati di vendita della biografia di DeSantisThe Courage to Be Free: Floridàs Blueprint for Americàs Survival” (Il coraggio di essere liberi: il modello della Florida per la sopravvivenza dell’America).

Nella prima settimana, dopo essere subito balzato al primo posto dei best seller del New York Times il 28 febbraio, primo giorno nelle librerie, ha venduto 94.300 copie. Il numero, un successone, ha piazzato DeSantis in vetta alla classifica di sempre delle vendite degli aspiranti presidenti, nessuno escluso. Il famoso libro di Barack Obama, “The Audacity of Hope,” (L’Audacia della Speranza), che precedette la sua corsa alla Casa Bianca, vendette 67.500 copie nella prima settimana. Hillary Clinton, fino ad ora la prima in questa classifica di libri “presidenziali”, aveva venduto 86.200 copie nel 2014 con “Hard Choices”, Scelte difficili. Ben Carson, repubblicano nero che fu battuto da Trump nelle primarie del 2016, con il suo “A More Perfect Union: What We the People Can Do to Reclaim Our Constitutional Liberties” (Una Unione più riuscita: che cosa può fare il popolo per rivendicare le nostre libertà costituzionali), vendette 37.924 copie. L’ex vice presidente Mike Pence, con il suo “So Help Me God” (Mi aiuti il Signore), 37.600. A seguire, con 34.600 copie, “Never Give an Inch: Fighting for the America I Love”, (Non cedere di un centimetro: combattere per l’America che amo) dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo, l’anno scorso.

Quando Trump, nel 2015, nella imminenza del lancio della sua campagna per le primarie Repubblicane pubblicò “Great Again: How to Fix Our Crippled America (Ancora grande: come aggiustare la nostra America azzoppata), nella prima settimana si fermò a 27.687 copie. Peggio di lui c’è solo Nikki Haley, con le 7.900 copie del suo “If You Want Something Done: Leadership Lessons from Bold Women (Se vuoi che qualcosa sia fatto: lezioni di leadership da donne toste), uscito l’anno scorso.

Eppure Trump era già un nome conosciuto, con un passato da imprenditore immobiliare e, soprattutto, da divo televisivo con il suo reality show “The Apprentice” (L’apprendista). Oggi, in una nemesi che suona clamorosa e imbarazzante, è dunque Ron a sibilare a Donald la battuta che rese celeberrimo il programma di Trump, “You are fired!” (Sei licenziato!), per lo meno come autore di best seller politici.

Per un animale mediatico qual è Trump, che valuta sopra ogni cosa il rating della pubblicità nel giudicare le persone, digerire una tale affermazione del suo ex protetto era impossibile. E, infatti, non ha mandato giù che DeSantis abbia totalizzato in libreria un bottino che è oltre il triplo di quello che raccolse lui. Lo si vede dai toni della polemica scatenata dopo l’uscita dei dati di vendita, che sono già un’avvisaglia delle offese che sentiremo nei dibattiti televisivi tra i candidati repubblicani a partire dal prossimo mese di agosto.

Se non fosse per me, Ron DeSantis starebbe lavorando a Pizza Hut”, ha detto Trump ai giornalisti, con una dichiarazione che tradisce il livore nell’osservare la crescita di popolarità del governatore della Florida e l’ovvio tentativo di sminuirlo e di farlo passare per “sleale” agli occhi degli elettori pro-Trump. “Era un cane morto, era un politico morto. Starebbe forse lavorando in un ufficio di avvocati o facendo qualcosa d’altro. Ricordatevi: se non fosse stato per me”, questa la sua dichiarazione per esteso: “Ron DeSanctimonious (sanctimonious significa predicatore moralista, ndr) lavorerebbe probabilmente in uno studio di avvocati, o forse a Pizza Hut, non lo so”.

Ormai sepolto è il tempo della stima, quella espressa alla fine del 2017, quando Trump twittò: “Il deputato Ron DeSantis è un brillante giovane leader, Yale e poi Harvard Law (Legge), che sarebbe un GRANDE governatore della Florida. Lui ama il nostro Paese ed è un sincero FIGHTER (lottatore)”. Allora Trump aveva interesse a farsi tanti amici per la propria campagna presidenziale, e impegnarsi per far eleggere un governatore amico in uno stato decisivo come la Florida era un dovere. E nel 2020 DeSantis, che ha riconosciuto nel suo libro il sostegno avuto da Trump nel 2017, lo appoggiò e lo aiutò a vincere in Florida anche se non bastò per il successo finale.

Adesso, cioè dopo la debacle dell’attacco dei trumpisti a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, Trump è stato scaricato, non solo da DeSantis, ma dal vicepresidente Mike Pence, dal segretario di Stato Mike Pompeo e dalla ambasciatrice all’Onu Nikki Haley. Tutte creature dell’ex presidente oggi scese in campo (o in prossimità di farlo) contro di lui.