L’economia globale sarà travolta da turbolenze e incertezze? I segnali di una tensione elevata nei mercati finanziari, nelle previsioni di crescita e nelle prospettive di pacifiche e fiorenti dinamiche commerciali sono sempre più forti.
Mentre il mondo affronta con preoccupazione due guerre, una in Ucraina e l’altra in un Medio Oriente che si infiamma ogni giorno di più, l’allerta sulla reale capacità di crescita economica a livello globale si allarga.
Conflitti, disuguaglianze, debiti in aumento, prezzi troppo volatili, soprattutto delle materie prime energetiche, rivalità sempre più agguerrite tra le grandi potenze in cerca di dominio e non di collaborazione sono un mix esplosivo per il prossimo futuro dell’economia mondiale. In 4 punti, tutti i motivi di allerta e di crisi.
1. Petrolio e guerra. L’inflazione può ancora salire
La più temuta turbolenza attuale per l’economia globale è, nuovamente, quella energetica causata dalla guerra. Se il conflitto in Ucraina, infatti, ha rivoluzionato il mercato del gas costringendo l’Europa a stoppare per sempre gli acquisti della Russia e affrontando picchi di prezzo della materia prima da record, oggi il focus è sul petrolio.
L’escalation di violenza tra Israele e Hamas sta spingendo il greggio e allarmando banche centrali e Governi sulla capacità di gestire un’inflazione ancora ben al di sopra del target del 2%.
L’inflazione dell’Eurozona rimane più del doppio dell’obiettivo del 2% della Bce, ma un’inversione dei prezzi dell’energia l’ha aiutata a scendere a quasi il minimo di due anni del 4,3% a settembre. Anche l’inflazione core, che esclude energia e cibo per fornire un quadro più chiaro delle pressioni sottostanti sui prezzi, è la più bassa da oltre un anno al 4,5%. L’impennata delle quotazioni Brent e WTI rischia di rovinare tutto il lavoro svolto dall’Eurotower finora, con ulteriore sofferenza per i bilanci statali e familiari.
La preoccupazione in Europa, ma anche negli Usa, è ai massimi livelli. Il membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea Robert Holzmann ha affermato:
“Ciò che è cambiato rispetto al nostro ultimo consiglio è la percezione del rischio: in seguito agli ultimi sviluppi in Medio Oriente, il rischio di un aumento dei prezzi del petrolio e di conseguenza di un’inflazione più elevata e di una crescita inferiore è chiaramente aumentato.”
Il collega funzionario della Bce Gabriel Makhlouf ha lanciato lo stesso messaggio di apprensione: “le prospettive sono altamente incerte poiché cambiano costantemente a causa del conflitto, della frammentazione geopolitica e delle condizioni meteorologiche estreme legate al cambiamento climatico”.
La prudenza, anche nei giudizi, è d’obbligo. Pierre Wunsch del Belgio ha affermato che “i movimenti sui mercati petroliferi internazionali osservati finora comportano revisioni piuttosto limitate. Le cose potrebbero ovviamente cambiare se il conflitto in Israele e Gaza si intensificasse nella regione più ampia e causasse una più grande instabilità geopolitica e maggiori aumenti dei prezzi nei mercati globali delle materie prime”.
Intanto, i prezzi del petrolio sono aumentati di quasi il 2%, mentre la tensione cresce in Medio Oriente dopo che centinaia di persone sono state uccise in un’esplosione in un ospedale di Gaza, suscitando preoccupazioni per potenziali interruzioni della fornitura di petrolio dalla regione.
Entrambi i benchmark hanno guadagnato più di 2 dollari, toccando i livelli più alti di due settimane all’inizio della sessione. “Una lunga occupazione si profila come scenario che spinge i futures del petrolio Brent sopra i 100 dollari al barile perché aumenta il rischio che il conflitto israeliano di Hamas si espanda e attiri potenzialmente l’Iran direttamente”, secondo Vivek Dhar, analista della Commonwealth Bank of Australia.
A parte le tensioni geopolitiche, anche altri fattori sostengono i prezzi del petrolio. Le scorte di greggio statunitensi sono scese di 4,4 milioni di barili molto più del previsto nella settimana terminata il 13 ottobre, rispetto alla previsione di un calo di 300.000 barili, secondo fonti di mercato che citano i dati dell’American Petroleum Institute di martedì.
La Cina in crescita più del previsto, secondo gli ultimi dati macro, può inoltre spingere la domanda di greggio in un momento di deficit dell’offerta e far balzare ancora più in alto i prezzi del petrolio.
2. Guerra commerciale Usa-Cina. Chip ancora nel mirino
La guerra dei chip a colpi di divieti non è affatto finita, con Cina e Usa di nuovo ai ferri corti in questo delicato ambito.
Le ultime novità raccontano che l’amministrazione Biden prevede di bloccare le spedizioni in Cina di chip di intelligenza artificiale più avanzati progettati da Nvidia e altri, nell’ambito di una serie di misure rilasciate martedì 17 ottobre che cercano di impedire a Pechino di ricevere tecnologie statunitensi all’avanguardia.
Le regole, che entreranno in vigore tra 30 giorni, limitano l’invio di una fascia più ampia di semiconduttori avanzati e strumenti per la produzione di chip a un numero maggiore di Paesi, tra cui Iran e Russia, e mettono nella lista nera i designer di chip cinesi Moore Threads e Biren.
L’obiettivo primario è limitare l’accesso della Cina a “semiconduttori avanzati che potrebbero alimentare scoperte nell’intelligenza artificiale e nei computer sofisticati che sono fondamentali per le applicazioni militari (cinesi)”, ha affermato il segretario Usa del Dipartimento del Commercio Gina Raimondo, sottolineando che l’amministrazione non sta cercando di danneggiare economicamente Pechino.
La tensione, però, si è accesa di nuovo. Un portavoce dell’ambasciata cinese ha dichiarato che si oppone fermamente alle nuove restrizioni, aggiungendo che “porre arbitrariamente dei freni o cercare con la forza il disaccoppiamento per servire l’agenda politica viola i principi dell’economia di mercato e della concorrenza leale e mina l’economia internazionale e ordine commerciale”.
3. Le ambizioni della Cina e l’alleanza con la Russia
Il presidente cinese Xi Jinping ha promesso alle aziende straniere un maggiore accesso all’enorme mercato cinese e più di 100 miliardi di dollari in nuovi finanziamenti per altre economie in via di sviluppo aprendo mercoledì 18 ottobre un forum sulla Belt and Road Initiative.
Il colossale piano infrastrutturale di Xi ha portato finora alla costruzione di centrali elettriche, strade, ferrovie e porti in tutto il mondo e ha approfondito i legami della Cina con Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente. Tuttavia, ha sollevato anche grandi critiche e gli ingenti prestiti a sostegno dei progetti hanno gravato i Paesi più poveri con pesanti debiti, portando in alcuni casi la Cina ad assumere il controllo di tali attività.
Alla cerimonia di apertura del forum, Xi ha promesso che due banche di sviluppo sostenute dalla Cina – la China Development Bank e la Export-Import Bank of China – costituiranno ciascuna 350 miliardi di yuan (47,9 miliardi di dollari) di opportunità di finanziamento. Ulteriori 80 miliardi di yuan (11 miliardi di dollari) saranno investiti nel Silk Road Fund di Pechino per sostenere i progetti BRI.
Al forum parteciperanno rappresentanti di oltre 130 Paesi, per lo più in via di sviluppo, tra cui almeno 20 capi di Stato e di governo. Il presidente russo Vladimir Putin è presente, a testimonianza del sostegno economico e diplomatico della Cina a Mosca nel contesto dell’isolamento portato dalla guerra in Ucraina.
Rivolgendosi al forum subito dopo Xi, Putin ha elogiato la BRI definendola “veramente importante, globale, orientata al futuro, volta a creare relazioni mondiali più eque e multipolari”. Il piano cinese è in linea con quello della Russia “di formare un grande spazio eurasiatico, come spazio di cooperazione e interazione di persone che la pensano allo stesso modo, dove saranno collegati una varietà di processi di integrazione”, secondo Putin. Il riferimento è stato ad altre organizzazioni regionali, come l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, orientata alla sicurezza, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN) e l’Unione economica eurasiatica degli ex stati sovietici.
Diversi funzionari europei, tra cui gli ambasciatori francese e italiano in Cina e l’ex primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin, sono usciti mentre Putin parlava e sono tornati dopo. La tensione, politica e commerciale, è evidente.
4. La geopolitica guiderà, in ribasso, i mercati?
Qualsiasi potenziale rally del mercato azionario è a rischio se l’incertezza geopolitica dovesse aggravarsi ulteriormente, secondo Goldman Sachs Group Inc.
La loro prospettiva arriva mentre un’estensione del conflitto tra Israele e Hamas minaccia di colpire l’offerta di petrolio e di ridurre la propensione per gli asset rischiosi. Allo stesso tempo, gli investitori restano preoccupati per l’andamento della politica monetaria e per l’aumento dei rendimenti obbligazionari.
Mentre il rinnovato rischio geopolitico potrebbe portare “un certo sollievo” sui tassi e aumentare la possibilità di politiche più accomodanti delle banche centrali, “un prolungato periodo di incertezza geopolitica, abbinato a un contesto macro ancora inflazionistico, probabilmente alla fine scatenerà preoccupazioni sulla crescita”, secondo gli analisti.
In questo contesto, gli strateghi prevedono che un eventuale rally di sollievo verso la fine dell’anno sarà di breve durata. Goldman non è la sola ad avvertire che la geopolitica potrebbe rappresentare una minaccia per i mercati. Marko Kolanovic, stratega di JPMorgan Chase & Co., ha affermato questa settimana che gli investitori dovrebbero cercare sicurezza poiché il divampare delle tensioni geopolitiche alimentate dal conflitto in Medio Oriente è un altro ostacolo per gli asset rischiosi e l’attività economica.