Ecco perché la Cina ha già vinto: intervista ad Alessandro Aresu

Federico Giuliani

23 Settembre 2025 - 07:14

Abbiamo intervistato Alessandro Aresu, autore de La Cina ha vinto (Feltrinelli), per capire come e perché Pechino sta avendo la meglio nella sfida a distanza contro l’Occidente.

Ecco perché la Cina ha già vinto: intervista ad Alessandro Aresu

Nel suo ultimo libro, La Cina ha vinto (Feltrinelli), il geopolitologo Alessandro Aresu ci guida in un’analisi che va oltre i cliché della narrazione occidentale sul confronto tra Pechino e Washington. Attraverso la figura di Wang Huning – intellettuale e stratega del Partito comunista cinese – Aresu racconta una “vittoria” che non è (o non è solo) un trionfo netto della Cina sugli Stati Uniti e sull’Europa, ma piuttosto un successo sistemico, maturato nel tempo grazie a scelte strategiche, conoscenza profonda dell’avversario e visione di lungo periodo. Lo abbiamo intervistato per capire meglio dove sta andando il mondo. E fin dove ha intenzione di arrivare la Cina.

Il suo ultimo libro si intitola “La Cina ha vinto”. In che cosa ha vinto?

Nel mio libro la “vittoria” cinese può essere intesa in vari modi. In primo luogo, “La Cina ha vinto” è la citazione di un articolo dell’ex rappresentante commerciale degli Stati Uniti, ora presidente del Council on Foreign Relations. In questo senso, la “vittoria” cinese è la convinzione di una parte dell’establishment degli Stati Uniti. In secondo luogo, attraverso il protagonista del libro, Wang Huning, cerco di ricordare come la conoscenza degli Stati Uniti da parte del potere politico cinese sia superiore rispetto a quella che gli Stati Uniti hanno della Cina. Questa è una “vittoria” di metodo. In terzo luogo, oltre ai fattori di debolezza della Cina, che non bisogna negare, ci sono due grandi elementi di forza, che sono la formazione dei talenti e la capacità manifatturiera. Elementi su cui l’ascesa cinese degli ultimi decenni è stata notevole, con implicazioni per tutto il mondo.

Nel duello tra l’Occidente e la Cina, sembra di capire, non ha molto senso concentrarsi sulla “democrazia contro autocrazia”. È molto più utile capire come funzionano i differenti modelli economici in campo. Perché quello cinese, dopo il secolo della vergogna, è oggi più efficiente (o almeno, così sembra) del nostro?

Lo sviluppo cinese è avvenuto in una specifica finestra storica, quella degli ultimi 50 anni, con l’intensificarsi delle connessioni e degli scambi, la volontà da parte di vari mercati di ottenere beni a prezzi sempre più convenienti, la digitalizzazione del mondo. La capacità industriale cinese è cresciuta in modo molto intenso, così come l’interdipendenza tra la sua economia e quella statunitense, nonché l’interdipendenza delle filiere asiatiche. Sia l’infrastrutturazione del Paese – si pensi alla rete autostradale e aeroportuale, o ai treni ad alta velocità – che alcune specifiche filiere (come lo smartphone) hanno costituito per la Cina importanti opportunità di rafforzare la propria capacità industriale. Queste opportunità sono state colte, anche nella costruzione di standard internazionali, oltre che nel miglioramento netto della formazione. Nel cosiddetto “Occidente”, direi che bisogna comunque distinguere tra la forza finanziaria e tecnologica degli Stati Uniti, che tuttora rappresenta assieme all’aspetto militare un elemento molto importante del nostro pianeta, e l’incapacità ben più netta degli europei di comprendere in modo schietto le conseguenze e i rapporti di forza dell’allargamento dello sviluppo verso la Cina, e, più in generale, l’Asia orientale. Non bisogna mai dimenticare che non è la Cina a non farci realizzare infrastrutture e non è la Cina ad aver ingabbiato nelle nostre società l’attività umana con la modulistica. Queste nostre incapacità sono colpa nostra e tocca a noi superarle.

La Cina dimostra che siamo entrati nell’era della tecnopolitica. Perché, verrebbe da chiedersi, loro sì e noi no? O meglio: perché noi abbiamo smesso di considerare l’innovazione come un settore strategico?

Ci sono vari elementi, anche culturali, che vengono ripresi in “La Cina ha vinto” ma su cui sono sempre utili per approfondimenti storici le letture “China’s Technowarriors” di Evan Feigenbaum e “Tecnocina” di Simone Pieranni, per comprendere gli aspetti di lungo termine dell’investimento cinese in scienza, ricerca e tecnologia, considerato essenziale per rovesciare il contesto di “umiliazione” della Cina. Anche i lavori di studiosi come Cong Cao, Denis Fred Simon, David Zweig da prospettive diverse aiutano a capire i numeri e le tendenze storiche dell’innovazione in Cina. Un passaggio cruciale a mio avviso è stata la crisi finanziaria del 2007/2008, in cui nel contesto cinese l’importanza della tecnologia come fattore di sviluppo diviene più evidente, con un’attenzione specifica per le filiere e per l’acquisizione di proprietà intellettuale. In quel momento c’è anche una divergenza interna all’Occidente, da non dimenticare: gli europei perdono un sacco di anni dietro alla crisi, anni che sono stati letteralmente buttati via in modo vergognoso attorno alla vicenda greca e ai cosiddetti “PIGS”, con una marea di inutili idiozie, e che nessuno potrà più restituirci, mentre negli Stati Uniti le grandi aziende digitali acquistano sempre più importanza.

Nel confronto con gli Stati Uniti a che punto è la Cina? Il gap tra le due super potenze è ancora enorme o si è quasi ormai assottigliato del tutto?

Dipende sempre dagli ambiti di riferimento. Se consideriamo i droni commerciali, è chiaro che la Cina è superiore. Se consideriamo i software per la progettazione dei chip, è chiaro che gli Stati Uniti sono superiori. Nei miei vari libri, in particolare “Le potenze del capitalismo politico” (2020), “Il dominio del XXI secolo” (2022), “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” (2024), ho considerato il percorso di molte aziende tecnologiche per valutare proprio lo stato dell’arte e le prospettive della competizione tra Pechino e Washington. Rimando quindi a quei testi per approfondimenti ma è importante considerare una “carta” (per usare il lessico del presidente Trump) cinese su cui mi soffermo in “La Cina ha vinto”. È il fatto che, nella prospettiva di Pechino, un’industria che si può considerare “arretrata” o a “basso valore aggiunto”, come avviene per i procedimenti sulle materie prime e sull’assemblaggio, non va mai abbandonata bensì deve essere sempre presidiata. Questo presidio può diventare il condizionamento nei confronti di altri attori e articola una strategia che avevo già esposto in “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” riprendendo in termini diversi gli studi di Geschenkron: un paradossale “vantaggio dell’arretratezza” che nelle terre rare e nel trattamento e raffinazione è certamente praticato.

Come sta l’economia di Pechino? I media occidentali prevedono il suo collasso ogni anno, eppure il Dragone è sempre lì che cresce...

In generale, l’economia cinese rallenta. L’epoca della crescita a doppia cifra o quasi, che ha portato la Cina fino a dove è adesso, è finita. La bolla immobiliare è stata ed è un problema serio. I problemi dell’economia cinese sono reali. L’errore che non si deve compiere, però, è quello compiuto spesso in questo secolo: sottovalutare alcuni specifici avanzamenti della Repubblica Popolare nelle filiere tecnologiche perché il rallentamento economico generale occupa tutta la nostra attenzione. Se la Cina rallenta economicamente, non cresce più di prima ma nel mentre diviene lo stesso una superpotenza manifatturiera, nei droni, nell’automotive, nei pannelli solari, nella logistica, nella robotica, questo processo è comunque significativo per i rapporti di forza internazionali. Altrimenti, si vada a dire a chi perde e perderà il lavoro nelle aziende automobilistiche europee che deve essere contento perché la Cina è cresciuta dello 0,5% in meno del previsto.

La Cina ha vinto La Cina ha vinto Alessandro Aresu

Oltre a Huawei e, in parte BYD, ci sono altri colossi hi-tech cinesi in procinto di trasformarsi in brand globali, noti e apprezzati in tutto il mondo?

Certo, ho parlato di alcune di queste aziende nei miei libri. Penso per esempio a ByteDance, la società che possiede TikTok, sempre al centro della discussione degli Stati Uniti e che non sarà vietata negli Stati Uniti da Trump, anche perché gli americani azionisti di ByteDance si arricchiscono da anni e non vogliono smettere di farlo. Xiaomi è un altro marchio importante, non solo sul mercato cinese. CATL è sicuramente una realtà meno nota al grande pubblico ma è lo stesso il leader mondiale delle batterie, non solo nelle tecnologie attuali ma anche negli sviluppi dei prossimi anni. Le aziende della robotica cinesi vogliono anche essere marchi globali, non solo locali. Un tema di cui si discute da qualche tempo è se la Cina sarà in grado di sviluppare un soft power paragonabile a quello statunitense, anche in considerazione di una proiezione “popolare” ridotta, per esempio, rispetto alle capacità della Corea del Sud. Visto che oltre a Wang Huning, protagonista del mio libro “La Cina ha vinto”, c’è anche Wang Ning, fondatore della società Pop Mart che produce le Labubu, è possibile che anche questo aumenti. Seppur in una cultura che vuole “esportarsi” in termini limitati rispetto ad altre.

La “vittoria” della Cina è merito di Xi Jinping, di un lavoro sistemico che include il Partito e le sue eminenze grigie (Wang Huning e non solo) o è dipesa dagli errori dell’Occidente?

Nella storia della mobilità elettrica che riprendo anche in questo libro, il merito è tra gli altri di un ricercatore-politico, Wan Gang, e di tanti imprenditori, come i fondatori di BYD e di CATL. E gli errori degli altri ci sono stati, come mostro attraverso la figura di Charlie Munger, che aveva capito benissimo quello che stava accadendo, al contrario delle aziende europee e statunitensi dell’automobile. Il pregio di Wang Huning, come ho detto, è soprattutto che ha studiato gli altri: il pensiero filosofico e politico occidentale e la superpotenza statunitense.

Quali sfide dovrà affrontare la Cina nel medio-lungo periodo? Pechino riuscirà a diventare il cuore di un ordine globale alternativo a quello occidentale a trazione Usa?

Le sfide sono in primo luogo interne, a partire dall’invecchiamento della popolazione che nel lungo periodo è una sfida davvero gigantesca. Alla Cina interessa che ci sia l’ordine in Cina, un ordine che peraltro può legarsi anche a filiere e a obiettivi con implicazioni più ampie della Cina, come per i temi ambientali ed energetici. Non credo che la Cina voglia diventare centro di un ordine globale alternativo. Però manifesta senz’altro la volontà e l’interesse di indicare la delegittimazione dell’ordine esistente, mostrare che non funziona più, che l’ordine esistente, l’ordine americano non sia “ordinato” e non sia giusto. Anche poter rispondere “E allora l’Iraq? E allora l’Afghanistan? E allora Gaza?” alle critiche che si possono formulare all’operato cinese. In questo modo, l’ordine esistente può diventare meno in grado di colpire la Cina, che può così aumentare il suo spazio d’azione.

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