Nell’anno fiscale 2026 gli Stati Uniti hanno già speso 104 miliardi di dollari per il servizio del debito, pari al 15% della spesa federale, mentre deficit e incertezze fiscali crescono e i mercati temono per la sostenibilità del sistema.
A meno di due mesi dall’inizio del nuovo anno fiscale, la dinamica del debito nazionale sta assumendo un carattere critico: oltre 104 miliardi di dollari sono stati destinati al pagamento degli interessi, una cifra che supera gli 11 miliardi a settimana e che non contribuisce a nuova crescita, occupazione o programmi pubblici.
Ogni dollaro investito in interessi rappresenta una risorsa sottratta a settori strategici come istruzione, infrastrutture, sicurezza e innovazione tecnologica, mentre l’economia americana vive una fase di espansione moderata ma esposta agli shock. Gli analisti avvertono che gli Stati Uniti si trovano di fronte a un ciclo in cui l’aumento dei tassi e la mole del debito rendono sempre più difficile invertire la rotta: se la crescita economica non supererà il costo del denaro, il rapporto debito-PIL continuerà a peggiorare, aumentando i rischi sistemici per il Paese.
Nel tentativo di contrastare questa deriva, l’amministrazione Trump ha rilanciato le tariffe come strumento di finanziamento nazionale. In teoria, i dazi dovrebbero portare tra 300 e 400 miliardi di dollari l’anno, con un potenziale gettito di 3 trilioni entro il 2035 per sostenere il bilancio federale. Tuttavia, la scelta di trasformare parte di queste entrate in un dividendo di 2.000 dollari per ogni cittadino rischia di azzerare il vantaggio finanziario, poiché la misura potrebbe costare circa 600 miliardi annuali, ampliando invece il disavanzo. Alcuni esperti, come quelli della Peterson Foundation, sottolineano inoltre che la Treasury continuerà a piazzare nuove emissioni di debito per 158 miliardi di dollari in più rispetto al periodo corrispondente del 2025, segno che il ricorso al mercato resta la principale fonte di copertura delle spese pubbliche. Il risultato è un deficit federale che, secondo le previsioni più accreditate, si avvicinerà al 6,7% del PIL nel 2026, con la possibilità di aumenti ulteriori in caso di calo delle entrate doganali o di nuovi interventi fiscali espansivi.
Nonostante Deutsche Bank preveda un 2026 di crescita globale al 3,2% e un PIL USA in aumento del 2,4%, il problema della sostenibilità del debito statunitense si intreccia con una vulnerabilità istituzionale sempre più evidente. La politica fiscale necessita di decisioni rapide: entro la fine di gennaio il Congresso dovrà accordarsi su appropriations bills e sussidi sanitari per evitare lo spettro dell’ennesimo shutdown. L’incertezza normativa sui programmi federali scoraggia gli investimenti e alimenta nei mercati la percezione di un governo meno affidabile nel controllo delle proprie finanze. Anche la Federal Reserve osserva con apprensione: con tassi ancora elevati per contenere l’inflazione, lo spazio per nuovi stimoli economici si riduce e il rischio di uno shock sul costo del debito rimane alto.
Nel lungo periodo, Washington potrebbe tentare di sfruttare il il trasferimento intergenerazionale di ricchezza stimato tra 80 e 124 trilioni di dollari nei prossimi vent’anni. Questa massa finanziaria potrebbe diventare una fonte chiave per riequilibrare i conti pubblici attraverso strumenti quali tassazione patrimoniale, emissioni privilegiate di Treasury Bonds e indirizzamento dei fondi pensione verso investimenti in titoli governativi. Economisti come Paul Donovan sottolineano che la storia offre precedenti in cui la politica fiscale ha indirizzato il risparmio privato verso la riduzione del debito statale, come accadde nel Regno Unito dopo il 1945. Tuttavia, tassare l’eredità o comprimere la libertà finanziaria dei cittadini rappresenta un fronte politicamente incendiario, in un Paese dove l’accumulazione di ricchezza è percepita come un diritto fondante e dove il conflitto sociale sulla disuguaglianza rimane molto acceso.
La questione degli Stati Uniti oggi non è semplicemente quanto sia grande il debito, ma quanto velocemente i suoi interessi stiano divorando il bilancio federale. Se il Paese non riuscirà a stabilizzare la traiettoria di spesa, l’obiettivo di mantenere la fiducia dei mercati globali potrebbe diventare irraggiungibile. Una nazione che continua ad accollarsi nuovi oneri senza costruire basi solide per il futuro rischia di ritrovarsi in una spirale in cui il debito finanzia se stesso e la crescita reale viene soffocata. L’America si trova così davanti a una scelta decisiva: riformare la propria architettura fiscale per garantire sostenibilità e competitività, oppure lasciare che la forza degli interessi inizi a dettare il destino della sua economia.