Chi poteva prevederlo? Eppure è successo.
Tra le tante parti in commedia che si potevano immaginare per Trump nello svolgimento del suo secondo mandato, quella “dell’adulto nella stanza” era impensabile. E invece, eccolo nella veste del responsabile gestore e mediatore tra Elon Musk e i ministri del suo gabinetto: il primo, a capo del DOGE (il dipartimento per l’efficienza del governo), gli altri… il governo vero e proprio.
Il personaggio Trump, dal giorno dell’inaugurazione e in verità anche prima, si era conquistato un ruolo di primo piano sulla scena internazionale e domestica grazie all’irruenza delle sue minacce - e decisioni- in un range di questioni sterminato nel corso delle prime settimane. L’elenco di quanto ha combinato non è possibile qui. C’è il ritmo degli ordini esecutivi firmati, in media due al giorno, nei primi due mesi scarsi. E ci sono, frequenti e clamorose, le proclamazioni di indirizzo in politica estera, attraverso interviste, Truth Social e incontri con i leader di altri Paesi alla Casa Bianca. Da Panama alla Groenlandia, dalla guerra russo-ucraina all’idea di Gaza resort turistico; dalle lettere ricevute (l’ultima, di Zelensky pronto a sottoscrivere il patto “delle terre rare" dopo l’incontro-scontro alla Casa Bianca) e spedite (quella di Trump al governo di Teheran per impostare un nuovo accordo sul nucleare dell’Iran è venuta come un fulmine a ciel sereno: ancora ignoti contenuti e conseguenze).
Ma l’incontinente Trump non soltanto semina in giro per il mondo progetti e proposte, e soprattutto minacce. Sulle tariffe, per esempio, è tanto ostinato quanto erratico. E lo si vede dall’andamento delle Borse, che non hanno gradito. Trump emette i dazi e li rinvia, usandoli come merce per altri fini, a seconda del partner. Sia alleato (Messico, Canada, Unione Europea, Nato), sia avversario (Cina).
A proposito di Pechino, quella che sembrava una sparata velleitaria (“ci riprenderemo Panama") può essere invece già registrata come la prima seria vittoria diplomatica di Trump, e a tempo di record. Il gruppo cinese di Hong Kong, CK Hutchison, ente di fatto sotto il dominio del partito comunista di Pechino, ha accettato di vendere la quota di controllo che deteneva in una sussidiaria che gestisce i porti Balboa e Cristobal sui due lati del Canale di Panama a un consorzio che include il colosso americano di investimenti BlackRock, mettendo di fatto la gestione delle due strutture e del passaggio delle navi sotto il controllo americano. Il presidente USA aveva accusato la Cina di interferire con le operazioni dell’importante via di navigazione. Era una questione decisiva per la sicurezza commerciale-militare degli Stati Uniti, ed è stata risolta in tempi e modalità sorprendenti.
Ma Trump, in tutto questo iper-protagonismo internazionale, ha pur sempre da condurre il business operativo della sua novella amministrazione. E qui, pensando alla improvvisata e caotica gestione del personale nel 2016, il presidente sente il dovere di non ripetersi. L’amministrazione Trump si era caratterizzata per un turnover record, in particolare nello staff dei suoi collaboratori più stretti. All’inizio del 2018, un anno dopo essere entrato in carica il 20 gennaio 2017, il 43% delle posizioni senior alla Casa Bianca era cambiato. E il tasso di ricambio nei primi due anni e mezzo era stato più alto di quello dei cinque presidenti precedenti durante l’intero loro mandato.
Adesso, la sfida di Trump 2.0 è far funzionare efficientemente la macchina che lui stesso ha voluto dotare di due motori in competizione, se non in oggettiva conflittualità. La situazione è nota. Da una parte c’è un personaggio oggi unico sulla faccia della terra. Musk è l’uomo più ricco al mondo, e la sua ricchezza è il frutto di una storia imprenditoriale mitica. Ha fondato il gigante delle auto elettriche Tesla, una bandiera del mondo ambientalista. Ha creato il circuito delle comunicazioni Internet Starlink, fornito gratis, tra l’altro, all’esercito ucraino in funzione anti-russa. Ha inventato Space X, azienda spaziale che ha l’obiettivo di mandare l’uomo su Marte ed è ormai indispensabile per le attività della NASA. Insomma, se si cerca nel terzo millennio qualcuno il cui genio e versatilità (arte a parte) facciano venire in mente Leonardo Da Vinci, lui è in pole position.
L’incontro di Elon con Donald è una storia a sé. Ex Democratico tutta la vita, sostenitore di Hillary Clinton alle elezioni del 2016, Musk è stato folgorato dal rally di Butler, quando Trump è scampato per miracolo all’attentato. A quel punto ha ufficializzato il suo endorsement, e si è messo a disposizione di Trump: in caso di vittoria, disse, offro la mia esperienza di imprenditore seriale per migliorare l’efficienza del governo.
Trump ha preso al volo l’idea, e l’uomo. Il quale, però, ha sempre sposato la genialità creativa dei suoi progetti da visionario con la maniacale cura della gestione minuta del lavoro giorno per giorno per realizzarli, questi progetti. L’aneddotica è ricca: Musk che dorme di notte in fabbrica alla Tesla per essere, letteralmente, “sul pezzo”; Musk che licenzia senza pensarci due volte chi non gli va; Musk che sposta le aziende in Texas per pagare meno tasse ed essere più libero.
Il DOGE, però, non è una azienda. E Musk, con la sua mentalità applicata al governo, ha urtato le sensibilità dei ministri, e pestato tanti piedi. Si è messo a mandare lettere di licenziamento, e offerte di dimissioni incentivate, come se fosse lui il CEO, l’amministratore delegato della corporation American Government. Il fine era di ridurre il debito, oggi a 37 trilioni (migliaia di miliardi) di dollari, che è nobile di per sé, tagliando i costi nei dicasteri e nelle agenzie. Ma questo procedimento, alla cieca, spogliava i ministri della loro primaria responsabilità, quella di gestire risorse per raggiungere gli obiettivi.
Marco Rubio, ministro degli Esteri, è stato il più duro a contrastare Musk che voleva tagliare i consolati e le agenzie che fanno finanziamenti di promozione degli Stati Uniti all’estero. Trump 2.0 ha annusato l’aria di fronda, anzi di rivolta, e ha convocato una riunione di emergenza. In sostanza ha dato ragione ai ministri salvando però il suo pupillo Elon: “Sono i ministri che conoscono e capiscono le persone che lavorano per i vari dipartimenti, e che possono essere molto precisi nel decidere chi resterà e chi andrà via”, ha scritto in una nota. “Noi diciamo ‘il bisturi’ piuttosto che ‘la scure’. La loro combinazione - Elon, il DOGE e le altre valide persone a capo dei ministeri - sarà in grado di realizzare cose di portata storica”.
Ossia, efficienza e risparmi intelligenti. Donald fa “l’adulto nella stanza”. La parte è nuova, l’esito tutto da verificare.