Il mercato azionario cinese si troverebbe oggi ai minimi storici relativi rispetto a Wall Street, ma quanti risparmiatori italiani se ne sarebbero accorti?
Più l’indice americano si concentrerebbe su un manciata di titoli tecnologici che promettono utili futuri più che generarne oggi, più il divario di valutazione con i mercati asiatici sembrerebbe allargarsi, fino a toccare livelli che gli operatori istituzionali definirebbero un’anomalia difficile da ignorare. E se fosse davvero la Cina, silenziosamente, il mercato con le migliori prospettive di rendimento dei prossimi anni? I numeri, letti con attenzione, meriterebbero una riflessione.
Uno sconto che la storia recente non avrebbe mai registrato
Il mercato cinese, confrontato con l’S&P 500, si troverebbe su livelli di sottovalutazione relativa che secondo alcune analisi non si sarebbero mai osservati nella storia recente dei mercati finanziari, addirittura al di sotto dei minimi toccati durante la crisi finanziaria del 2008 e durante il crollo del Nasdaq del 2000. Questo non significherebbe automaticamente un rendimento garantito, ma indicherebbe che il differenziale di valutazione tra i due blocchi avrebbe raggiunto proporzioni storicamente inconsuete, di quelle che chi gestisce patrimoni con orizzonte lungo difficilmente potrebbe permettersi di ignorare.
Guardando ai multipli, l’azionario cinese apparirebbe compresso sia rispetto ai mercati sviluppati sia rispetto agli altri emergenti. Mentre il rapporto Prezzo/Utili medio del listino globale MSCI World si collocherebbe intorno a 22,96x, i multipli cinesi resterebbero decisamente più bassi, sia sul mercato continentale che su quello di Hong Kong. L’indice delle blue chip onshore, il CSI 300, quoterebbe a un Prezzo/Valore Contabile di 1,41x, sostanzialmente in linea con la mediana storica dal 2008 a oggi, pari a 1,42x, ma comunque ben sopra i minimi toccati nel settembre 2024, quando si era scesi a 1,10x. Il P/E storico dell’indice si muoverebbe in un intervallo compreso fra 14,35x e 14,68x, mentre quello prospettico sui prossimi dodici mesi scenderebbe a 13,9x.
Numeri che, se confermati, disegnerebbero uno dei divari di prezzo più ampi mai registrati fra le due sponde del Pacifico.
La crescita degli utili potrebbe essere la vera chiave
Il punto centrale, secondo diverse proiezioni di consenso, non riguarderebbe soltanto lo sconto attuale, ma la possibile riaccelerazione della crescita degli utili societari cinesi. Per il CSI 300 si stimerebbe un incremento dell’utile per azione a dodici mesi compreso fra il 13,4% e il 15,01%.
Per il 2027 le proiezioni indicherebbero un’ulteriore accelerazione del +12% annuo. Se questo percorso dovesse confermarsi, il P/E prospettico del CSI 300 si contrarrebbe progressivamente a parità di prezzo: da 15,1x nel 2025 a 13,9x nel 2026, fino a 12,4x nel 2027 e 11,7x nel 2028.
Un profilo che potrebbe interessare chi guarda al lungo periodo
Tutto questo, va detto con chiarezza, non equivarrebbe a una promessa di guadagno. I mercati emergenti, e quello cinese in particolare, resterebbero esposti a rischi politici, regolamentari e valutari che nessun multiplo, per quanto compresso, potrebbe cancellare del tutto. Chi decidesse di guardare a questo scenario dovrebbe farlo con la consapevolezza che uno sconto storico non garantirebbe automaticamente un recupero, e che la pazienza richiesta potrebbe essere lunga quanto le previsioni stesse. Valutare, informarsi e non lasciarsi guidare dall’emotività resterebbe, come sempre, il primo passo prima di qualsiasi decisione sul proprio patrimonio.