Un BTP decennale che paga oltre il 4,5% sembra la scelta più ovvia, ma quanto costa davvero ogni volta che i tassi decidono di muoversi?
E se esistessero strade per incassare una distribuzione sopra il 3% senza passare dal debito del Tesoro? Sono in pochi a conoscerle, e ancora meno a capire cosa potrebbero nascondere.
Il dilemma di chi vive di cedole
Oggi il BTP decennale offre un rendimento superiore al 4,5%. Sulla carta potrebbe sembrare una rendita generosa, ma chi lo detiene conosce bene l’altra faccia della medaglia: la duration. Ogni variazione dei tassi si riflette sul prezzo, e le oscillazioni annuali potrebbero risultare difficili da digerire per chi cerca stabilità.
C’è chi prova ad attenuare il problema spostandosi sulle obbligazioni high yield. Ma qui il nodo sarebbe un altro: lo spread del credito appare compresso, e il compenso per il rischio assunto potrebbe non giustificare il salto.
Allora si accorcia la scadenza. Un’obbligazione a 3 anni rende poco meno del 3,5%, e la domanda nasce spontanea: esiste qualcosa di diverso, fuori dal perimetro obbligazionario classico? Le alternative vere sono poche. Ma tre strumenti, rischiosi e tutt’altro che banali, potrebbero meritare almeno di essere conosciuti.
REITs: il mattone quotato e il nodo del cap rate
I Real Estate Investment Trust sono società che possiedono, gestiscono o finanziano immobili a reddito e che, per loro natura, sono tenute a distribuire gran parte degli utili agli azionisti. Un esempio è l’iShares European Property Yield UCITS ETF, che oggi presenta un rendimento da dividendo del 3,39%.
All’interno della categoria convivono due famiglie molto diverse. Gli equity REITs possiedono fisicamente gli immobili e incassano affitti. I mortgage REITs, o mREITs, non possiedono mattoni ma mutui e titoli ipotecari, e vivono del margine tra il rendimento degli attivi e il costo della raccolta, spesso amplificato dalla leva finanziaria.
Proprio questa seconda famiglia sarebbe quella che sta soffrendo di più. Quando i tassi salgono, il costo del finanziamento tende ad aumentare più rapidamente del rendimento degli attivi già in portafoglio. Il margine si comprime e gli utili distribuibili potrebbero ridursi. In parallelo, il valore di mercato dei titoli detenuti scende, il patrimonio netto si erode e il prezzo delle partecipazioni, e quindi dell’ETF che le contiene, potrebbe subire correzioni anche marcate.
Sul fronte degli immobili fisici entra in gioco il cap rate, ovvero il rapporto tra il reddito operativo netto di un immobile e il suo valore. Gli investitori pretendono che questo rapporto offra un premio rispetto ai titoli privi di rischio. Se i tassi salgono, anche il cap rate richiesto tende a salire, e a parità di affitti il valore dell’immobile scende. Un esempio: un edificio che genera €1 milione annuo con un cap rate del 5% varrebbe €20 milioni. Se il cap rate salisse al 6%, il valore teorico scenderebbe a circa €16,7 milioni, una perdita vicina al 17% senza che un solo inquilino abbia smesso di pagare.
Mortgage Backed Securities: il rischio che si allunga
Il secondo strumento è l’iShares US Mortgage Backed Securities UCITS ETF, con un rendimento del 3,77%. Gli MBS sono pacchetti di mutui residenziali americani, in larga parte garantiti da agenzie federali, motivo per cui il rischio di insolvenza sarebbe relativamente contenuto. Il vero rischio qui sarebbe un altro, e ha un nome tecnico: convessità negativa.
Il mutuatario americano può rimborsare in anticipo il proprio mutuo in qualsiasi momento. Quando i tassi scendono, rifinanzia, e l’investitore si ritrova il capitale restituito da reinvestire a condizioni peggiori. Quando i tassi salgono accade l’opposto: nessuno rimborsa, i flussi rallentano e la duration si allunga proprio nel momento in cui i prezzi scendono. È il cosiddetto extension risk.
In teoria, quindi, un ulteriore rialzo dei tassi potrebbe colpire questi titoli due volte: con il calo dei prezzi e con un portafoglio sempre più sensibile ai movimenti successivi. A ciò si aggiunge, salvo classi con copertura valutaria, l’esposizione al cambio tra $ ed €.
CLO AAA: tasso variabile e credito nascosto
Il terzo strumento è forse il meno conosciuto: l’Invesco EUR AAA CLO UCITS ETF Dist, con un rendimento da distribuzione del 3,89%. I Collateralized Loan Obligations sono veicoli che raccolgono centinaia di prestiti concessi a imprese molto indebitate e li suddividono in tranche con priorità diverse di rimborso. Le perdite colpiscono prima le tranche più basse; la tranche AAA è la più protetta, l’ultima della fila.
La particolarità è che le cedole sono a tasso variabile, legate all’Euribor più uno spread. Il rischio di tasso sarebbe quindi quasi nullo: se i tassi salgono, la cedola cresce. Paradossalmente, però, il pericolo potrebbe nascere proprio da qui. Tassi elevati e persistenti pesano sulle imprese sottostanti, che potrebbero faticare a pagare gli interessi. In uno scenario di stress diffuso gli spread anche delle tranche migliori potrebbero allargarsi, i prezzi scendere e la liquidità ridursi. E se la BCE dovesse tagliare, la distribuzione si ridurrebbe di conseguenza.
Prima di guardare il rendimento
Chi ha costruito il proprio patrimonio con pazienza sa che dietro ogni cedola c’è un rischio che qualcuno sta pagando. La ricerca di alternative al BTP è comprensibile, soprattutto quando le oscillazioni mettono alla prova anche i nervi più saldi.
Questi tre strumenti non andrebbero letti come sostituti, né come scorciatoie verso rendimenti più alti. Ognuno porta con sé un rischio diverso: immobiliare, di rimborso anticipato, di credito. Conoscerli potrebbe servire soprattutto a capire che nessuna distribuzione arriva gratis, e che la vera protezione del capitale nasce dal sapere esattamente cosa si possiede.