È l’Occidente, non la Cina, il vero Mondo al Contrario

Guido Salerno Aletta

1 Febbraio 2024 - 07:30

La deglobalizzazione prosegue, e non rispecchia solo le tendenze occidentali che mirano a ridurre le relazioni con la Russia e la Cina, quanto le diverse decisioni di politica economica e monetaria.

È l’Occidente, non la Cina, il vero Mondo al Contrario

Il processo di deglobalizzazione prosegue, e non rispecchia solo le tendenze geopolitiche occidentali che mirano a ridurre anche dal punto di vista commerciale le relazioni con la Russia e la Cina, quanto le diverse decisioni di politica economica e monetaria.

Neppure l’inflazione di questi anni è stata un fenomeno globale, così come non è stata affatto globale la decisione delle Banche centrali di alzare i tassi di interesse e ridurre la liquidità per stroncarla, rischiando di far precipitare le economie in una nuova recessione dopo quella determinata dalla epidemia di Covid a partire dai primi mesi del 2020.

Mentre negli Stati Uniti ed in Europa, già a partire dalla metà del 2021 è stata registrata una violenta fiammata inflazionistica che ha indotto la Fed e la Bce ad alzare drasticamente i tassi di interesse ed a ridurre la liquidità, in Cina l’inflazione annua, quella misurata a dicembre rispetto ad un anno prima, è stata dello 0,27% nel 2020, dell’1,44 nel 2021, dell’1,78% nel 2022 e addirittura del -0,23% nel 2023. In Cina, in questi anni i prezzi sono stati stabili ed ora addirittura scendono. La crisi economica derivante dall’economia di Covid e la successiva ripresa economica non hanno avuto impatti rilevanti sui prezzi, anzi.

Nell’Unione europea, a dicembre scorso l’inflazione era finalmente scesa al 3,4%, in forte contrazione rispetto al 10,4% di fine 2022. Ma a dicembre del 2020 era stata appena dello 0,3% (addirittura del -0,3% per l’Eurozona), mentre alla fine del 2021 era già salita al 5,3%. Abbiamo fatto un saliscendi pazzesco, uno yo-yo come negli Usa che alla fine del 2020 registravano un’inflazione dell’1,1% che esplose all’8% nel 2021 per scendere al 6,1 nel 2022 ed al 2,5% alla fine dello scorso dicembre.

Se la Cina sta mostrando da qualche tempo andamenti finanziari ed economici che si muovono in senso opposto a quelli registrati negli Usa ed in Europa, dipende dalle decisioni in campo sanitario e di politica fiscale e monetaria che sono state assunte a partire dalla epidemia di Covid iniziata proprio in Cina nel dicembre del 2019: la cura è stata il confinamento, con decine di milioni di persone sottoposte ad una quarantena rigidissima, praticamente murate in casa. Fabbriche, uffici e negozi chiusi, blindati. Niente aiuti alle imprese ed alle famiglie a carico dei bilanci pubblici, niente immissioni straordinarie di liquidità e tassi a zero come hanno fatto la Fed con un ennesimo Qe e la Bce con il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme) iniziato nel marzo del 2020, che hanno determinato effetti decisivi sui prezzi delle case e delle azioni che sono schizzati alle stelle, e poi su quelli al consumo.

La differenza eclatante tra l’Occidente e la Cina si misura con gli andamenti di Borsa, che negli Usa hanno fatto faville dopo la crisi pandemica, con l’indice S&P 500 che ha recuperato in continuazione arrivando al record di 4.925 punti dello scorso 30 gennaio, il massimo da sempre, dopo aver toccato il minimo di 2.305 punti a metà marzo del 2020, quando si era diffusa la preoccupazione per il diffondersi dell’epidemia: da allora, ha più che raddoppiato di valore. Il Nasdaq, a sua volta, è cresciuto addirittura del 36% nell’ultimo anno. Si dice che a suscitare l’ottimismo siano stati i dati economici che vedono la disoccupazione americana ai minimi storici, col 3,7% del dicembre scorso, e la crescita del pil che nel corso del 2023 è stata del 2,5% superando le attese. Nessun rallentamento, nonostante gli alti tassi di interesse decisi dalla Fed: tutto merito di un enorme deficit pubblico che ha pompato consumi ed investimenti.

Anche le Borse europee hanno fatto benone, con il FTSE Mib italiano che è cresciuto del 38% negli ultimi tre anni, e di oltre il 10% negli ultimi tre mesi. Certo che è strano tanto ottimismo, visto che l’economia reale nel 2023 è cresciuta sì e no dell’1%.

In Cina, invece, la Borsa di Hong Kong non ha fatto che scendere: dagli oltre 28 mila punti del 2021, in questi giorni non arriva neanche a 16 mila. Un tracollo, come per Shenzen che ha perso il 35% da tre anni a questa parte, il 23% negli ultimi sei mesi ed addirittura il 13% nel mese scorso. E’ tutta colpa, si dice, della fuga degli investitori stranieri, dovuta alla rilocalizzazione dei processi produttivi verso altre aree del sud-est asiatico. Di certo, ci sono settori economici fortemente a rischio sistemico, in Cina, come quello dell’immobiliare che ha vissuto una violenta crescita speculativa dei prezzi, della raccolta di fondi e degli impegni a costruire che è iniziata come reazione alla crisi del commercio internazionale del 2009, con un colosso come Evergrande in crisi da tempo e che è stata messa in liquidazione in questi giorni per non essere riuscita a presentare un credibile piano di ristrutturazione per gli oltre 300 miliardi di dollari di debiti.

Eppure, i dati di crescita del pil cinese non sono affatto disprezzabili, visto che nel 2023 è stata stimata al 5,2%. Neppure il +4,5% stimato dalla Banca mondiale per quest’anno sembra un dato catastrofico, anche per la prudenza con cui vengono fatte le previsioni di questa istituzione che infatti aveva accreditato il 2023 del 4,9%.
Se il pil cinese continua a crescere intorno al 5% annuo, il livello considerato necessario per assorbire l’offerta di lavoro che si muove dalle aree rurali verso quelle industrializzate, il saldo del commercio con l’estero continua ad essere stabilmente in attivo, pur registrando la persistente debolezza della domanda internazionale. Essendo un Paese eminentemente trasformatore sul piano manifatturiero, la flessione delle importazioni cinesi del 10,6%, registrata a novembre 2023 su base annua, combacia correttamente con quella delle esportazioni che si sono ridotte dell’8,7%.

C’è un altro dato che dimostra il tendenziale disaccoppiamento dell’economia cinese rispetto a quella europea ed americana, che si aggiunge alla forte riduzione dei flussi commerciali rispetto alla Russia per via delle sanzioni comminatele dopo la invasione della Ucraina.

Eurostat ha infatti rilevato che, tra il terzo trimestre del 2023 ed il primo trimestre del 2022, le importazioni dalla Cina sono diminuite dello 0,9% mentre sono aumentate dello 0,5% quelle da Usa e Gran Bretagna. Nei confronti della Russia, il calo dell’import è stato dell’1,8%.
Per quanto riguarda l’Italia, si notano andamenti sostanzialmente analoghi: nella Nota Flash del 29 gennaio, l’Istat ha rilevato un -16,6% delle esportazioni verso la Cina mentre sono crollate del 77% le importazioni dalla Russia.

L’export cinese di auto, che ha già fatto il boom in Russia approfittando dal ritiro dei marchi occidentali, si sta preparando a fare lo stesso in Europa, battendo sul prezzo la concorrenza occidentale. Nel frattempo, i pannelli fotovoltaici prodotti in Cina hanno già messo in difficoltà i produttori tedeschi: neppure la transizione energetica, su cui tanto sta spingendo la Ue con il Green Deal, sembra un buon affare.
E’ l’Occidente, non la Cina, il vero Mondo al Contrario.