Il sogno di Donald Trump da 100 miliardi di dollari sul petrolio venezuelano non si avvererà mai? Dopo la riunione di settimana scorsa alla Casa Bianca sono molti i dubbi politici ed industriali riguardanti la prospettiva che la “supervisione americana del settore estrattivo” del Paese caraibico, dopo la cattura di Nicolas Maduro del 3 gennaio, possa realizzarsi.
Ad oggi, la caduta di Maduro sembra aver portato in sinergia Trump e l’erede del deposto caudillo, la presidente ad interim Delcy Rodriguez. La quale ha in breve tempo annunciato la consegna di almeno 30 milioni di barili di greggio a Washington, la riapertura del canale diplomatico con gli Usa e la liberazione di molti prigionieri politici, concludendo la sua prima decade al potere con una chiamata costruttiva con lo stesso Trump.
Il quale non sembra andare troppo per il sottile sul piano diplomatico: formalmente, Rodriguez è stata eletta con Maduro nel voto del 2024 ritenuto illegale dagli Usa, ma è stata di fatto riconosciuta dagli Stati Uniti. Il tutto in nome della promessa di 100 miliardi di dollari di investimenti nel settore del greggio che ad oggi sembra accomunare solo il tycoon newyorkese e l’ex pasionaria socialista pronta a rottamare l’eredità di Hugo Chavez per un pugno di bolivares. Ma la realtà è un po’ più complessa.
Delle major occidentali presenti in loco, le europee Eni e Repsol pensano soprattutto a difendere la loro possibilità di incasso dei crediti per le forniture di gas (3 miliardi di dollari a testa) che proprio le sanzioni Usa del 2019 e del 2024 hanno reso loro impossibile incassare, rispettivamente, in dollari e oro. Chevron opera attivamente ma deve pensare a difendere le proprie linee e al contempo c’è ExxonMobil che dopo aver già visto negli Anni Settanta e nel 2019 la nazionalizzazione degli asset si guarda bene dal rischiare. Del resto, “i cambiamenti in Venezuela potrebbero richiedere anni per tradursi in significativi aumenti della produzione petrolifera”, ad oggi ferma a 1 milione di barili al giorno, nota il New York Times.
L’output di Caracas è un terzo dell’epoca d’oro degli Anni Novanta, l’1% della produzione mondiale e un quarto del surplus energetico globale che un mondo dove il petrolio abbonda conosce. Inoltre, secondo il NYT, ci vorrà tempo per rilanciare la produzione: “Jim Burkhard, vicepresidente e responsabile della ricerca sul mercato petrolifero presso S&P Global Energy, stima che la produzione del Venezuela potrebbe aumentare del 50%, fino a circa 1,5 milioni di barili al giorno, nel giro di un anno o due”, ma che ulteriori aumenti sono difficili da pronosticare. Gli investimenti richiesti non giustificano un aumento della produzione al massimo quantificabile nel 2% dell’output globale, e questo rischia di essere il grande pregiudizio sul progetto Trump-Rodriguez.
A ciò si aggiunge un elefante nella stanza mai messo in campo nei giorni in cui l’operazione contro Maduro andava in scena: nel Mar dei Caraibi, a Est del Venezuela, un’altra nascente potenza energetica sta prendendo piede, la Guyana. L’ex colonia britannica sta sviluppando una crescente industria estrattiva col sostegno di capitali occidentali e cinesi che, paradossalmente, potrebbe ottenere dal caos a Caracas maggiore stabilità. “La rivendicazione di Maduro su due terzi del territorio della Guyana (regione di Esequibo) mirava a sequestrare oltre 11 miliardi di barili di petrolio onshore e offshore, creando un enorme rischio geopolitico”, ha fatto notare l’analista finanziario David Scott, aggiungendo che “il risultato più immediato della cattura di Maduro è neutralizzare questa minaccia e garantire le partecipazioni delle società operative in Guyana, nonché la sicurezza energetica dell’emisfero occidentale”.
La Guyana produce già circa due terzi del petrolio venezuelano, a 660mila barili al giorno, e prevede di arrivare a 1,7 milioni di barili al giorno entro il 2030. Potenzialmente potrebbe dunque superare il più grande Venezuela. Garantita dal blocco offshore di Stabroek, la produzione di Georgetown è una delle più interessanti e presenta un vero boom estrattivo. E chi c’è in testa alla corsa al petrolio della Guyana? Proprio quella ExxonMobil così restia a puntare sul Venezuela targato Rodriguez. Il gigante di Houston detiene il 45% delle quote del blocco Stabroek, mentre il 30% è in mano a Chevron e la cinese Cnooc detiene il residuo 25% in un consorzio energetico che vede insolitamente alleate compagnie americane e di Pechino, nel contesto della comune volontà di aumentare la produzione petrolifera e la profittabilità dei siti della Guyana.
Di fronte a prospettive di ricostruzione del settore venezuelano dalla portata ultradecennale, è possibile che i colossi Usa e altri big occidentali guardino con interesse crescente alla Guyana, anche perché OilPrice nota che si stima che “la prolifica superficie petrolifera abbia un prezzo di pareggio di 30 dollari al barile, tra i più bassi del Sud America”. Un invito alla nuova corsa petrolifera in America Latina favorita dalla caduta di Maduro potrebbe, paradossalmente, non riguardare il Venezuela. E anche la volontà di Trump di appropriarsi del greggio che affluisce oggi verso i Paesi rivali degli Usa potrebbe scontrarsi con la cooperazione energetica in atto per la crescita dell’output della Guyana.