Petrolio a 92 dollari. Il grafico anticipa un nuovo problema per inflazione e mercati?

Gerardo Marciano

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Il petrolio torna a 92 dollari dopo il rally dai minimi. Grafico, stagionalità e geopolitica indicano cosa potrebbe cambiare per inflazione e mercati.

Petrolio a 92 dollari. Il grafico anticipa un nuovo problema per inflazione e mercati?

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Il petrolio è tornato prepotentemente al centro dello scenario macroeconomico. Il Light Crude Oil, dopo essere sceso nei mesi scorsi fino a 65,49 dollari, ha recuperato terreno con grande rapidità ed è tornato negli ultimi giorni in area 92 dollari. Dai minimi il movimento supera quindi il 40%.

Non è soltanto l’ampiezza del rialzo a meritare attenzione. Il movimento si verifica in una fase nella quale geopolitica, stagionalità del petrolio e aspettative sull’inflazione stanno tornando a interagire. Ed è proprio questa combinazione a rendere particolarmente interessante ciò che sta accadendo sul mercato energetico.

Il quadro tecnico: una struttura ancora crescente

La prima considerazione arriva dal grafico.

Nonostante il forte recupero, il Light Crude Oil rimane imprigionato all’interno dell’enorme candela formatasi nel primo trimestre dell’anno, che ha registrato un minimo a 46,10 e un massimo a 110,04 dollari. Si tratta di un’escursione eccezionalmente ampia, all’interno della quale il mercato continua a muoversi.

Dopo essersi spinto nella parte inferiore di questo intervallo e aver raggiunto 65,49 dollari, il petrolio ha però modificato progressivamente la propria struttura tecnica.

Sui principali time frame, dal giornaliero al settimanale, continuano infatti a formarsi minimi e massimi crescenti. Le quotazioni rimangono inoltre sostenute dalla media mobile a 21 periodi. Finché questa configurazione rimarrà intatta, il movimento iniziato dai minimi conserva quindi una struttura rialzista.

Dal punto di vista strettamente grafico non emergono ostacoli particolarmente significativi prima dell’area dei massimi dell’anno. Questo naturalmente non significa che il mercato debba necessariamente raggiungerli, ma rende particolarmente importante osservare se la sequenza crescente di minimi e massimi continuerà nelle prossime settimane.

Sul lato opposto, il primo riferimento tecnico significativo si trova a 79,62 dollari, minimo registrato il 26 agosto. Una sua eventuale violazione modificherebbe la struttura che ha accompagnato l’ultima accelerazione dei prezzi.

Ma limitarsi al grafico rischierebbe di far perdere la parte più interessante della storia.

La stagionalità dovrebbe aiutare il petrolio a raffreddarsi, ma questa volta potrebbe non bastare

Il petrolio presenta storicamente comportamenti stagionali legati soprattutto alla domanda di carburanti, all’attività delle raffinerie e all’andamento delle scorte.

Durante la primavera e l’estate, la driving season americana tende ad aumentare la domanda di benzina e a sostenere l’attività delle raffinerie. Con l’arrivo di settembre questo impulso normalmente diminuisce.

Settembre e ottobre rappresentano inoltre una fase nella quale molte raffinerie effettuano manutenzioni stagionali. La conseguenza può essere una temporanea riduzione della quantità di greggio lavorata. La stessa Energy Information Administration statunitense aveva previsto per settembre e ottobre 2026 una diminuzione dell’utilizzo delle raffinerie USA rispetto ai livelli estivi.

La stagionalità, quindi, dovrebbe teoricamente iniziare a esercitare una forza meno favorevole sulle quotazioni.

Ed è proprio qui che emerge l’anomalia del 2026.

Il Light Crude Oil è tornato verso 92 dollari proprio mentre ci avviciniamo a una fase dell’anno nella quale uno dei principali motori stagionali della domanda dovrebbe progressivamente indebolirsi.

A modificare gli equilibri è soprattutto la situazione geopolitica. Le tensioni in Medio Oriente e i rischi che interessano infrastrutture e rotte strategiche per l’approvvigionamento energetico hanno riportato sul mercato un premio geopolitico significativo. Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei punti nevralgici dell’intero sistema energetico mondiale e qualsiasi rischio sulla continuità dei flussi viene rapidamente incorporato nelle quotazioni.

Il risultato è uno scontro tra due forze.

Da una parte abbiamo la fine della driving season, la manutenzione delle raffinerie, una domanda mondiale non particolarmente brillante e la crescita della produzione proveniente da alcuni Paesi non OPEC. Dall’altra troviamo il rischio geopolitico e la possibilità che l’offerta disponibile sul mercato internazionale rimanga sotto pressione.

Questo rende le prossime settimane particolarmente importanti.

Se il petrolio riuscisse a mantenersi su livelli elevati nonostante l’indebolimento della componente stagionale, sarebbe un’indicazione che il fattore geopolitico e le tensioni sull’offerta stanno prevalendo sulle normali dinamiche del periodo. Se invece le tensioni geopolitiche dovessero diminuire, la stagionalità potrebbe tornare rapidamente a esercitare il proprio peso.

Esiste poi un’altra variabile spesso trascurata.

Per valutare le conseguenze economiche del petrolio non bisogna osservare soltanto il prezzo del barile. Occorre considerare anche ciò che accade ai prodotti raffinati e ai margini delle raffinerie. Benzina e diesel sono infatti molto più vicini al consumatore finale rispetto al greggio: forti tensioni sui prodotti raffinati possono quindi mantenere elevata la pressione energetica anche senza nuovi massimi del petrolio.

Da 65 a 92 dollari: perché il petrolio può cambiare nuovamente lo scenario dell’inflazione

Il secondo elemento riguarda proprio l’inflazione.

Il passaggio da area 65 a oltre 90 dollari rappresenta una variazione abbastanza ampia da meritare attenzione anche al di fuori del mercato delle materie prime.

Il petrolio influenza infatti i prezzi attraverso diversi canali.

Il primo è quello diretto: se aumenta il prezzo del greggio possono aumentare benzina, diesel e altri prodotti energetici.

Il secondo passa attraverso le imprese. Trasporto, logistica, produzione e distribuzione incorporano costi energetici che possono progressivamente trasferirsi sui prezzi finali.

Il terzo riguarda le aspettative. Se famiglie e imprese iniziano a percepire nuovamente l’energia come una fonte persistente di aumento dei prezzi, uno shock inizialmente concentrato sul petrolio può diventare più difficile da assorbire.

Non bisogna tuttavia commettere l’errore di immaginare una relazione automatica tra petrolio e inflazione. Un aumento del 10% del greggio non determina un aumento del 10% dell’indice dei prezzi al consumo. L’impatto dipende dalla durata dello shock, dai cambi, dalla fiscalità sui carburanti, dai margini di raffinazione, dalla capacità delle imprese di assorbire l’aumento dei costi e, soprattutto, dalla situazione della domanda.

Per l’Europa il problema è particolarmente rilevante perché l’area è un grande importatore netto di energia. Uno shock petrolifero può quindi produrre contemporaneamente due effetti indesiderati: aumentare l’inflazione e ridurre il reddito reale disponibile. In altre parole, una parte maggiore delle risorse di famiglie e imprese viene destinata all’energia e una parte minore rimane disponibile per consumi e investimenti.

È il motivo per cui gli shock petroliferi rappresentano una delle configurazioni più scomode per una banca centrale: possono produrre maggiore inflazione proprio mentre contribuiscono a rallentare l’economia.

La BCE ha stimato che uno shock geopolitico capace di determinare un aumento del 10% del prezzo reale del petrolio potrebbe sottrarre circa 0,2-0,3 punti percentuali alla crescita annuale dell’Eurozona nei primi tre anni successivi allo shock.

La catena da osservare nei prossimi mesi

Ed è qui che il movimento del Light Crude Oil assume un significato che va molto oltre il grafico.

Se il petrolio dovesse consolidarsi su livelli elevati, le aspettative sull’inflazione potrebbero progressivamente incorporare un costo dell’energia superiore a quello ipotizzato quando il greggio si trovava vicino ai minimi. A quel punto entrerebbero in gioco anche le banche centrali: un’inflazione energetica persistente riduce infatti lo spazio per politiche monetarie accomodanti, soprattutto se iniziasse a trasferirsi all’inflazione sottostante o alle aspettative di medio periodo.

La catena da osservare nei prossimi mesi diventa quindi molto più ampia:

geopolitica → petrolio → energia → inflazione → banche centrali → tassi → obbligazioni → mercati azionari

Per questo area 92 dollari non rappresenta soltanto un livello del Light Crude Oil. Il mercato si trova contemporaneamente davanti alla stagionalità autunnale, a una struttura tecnica ancora crescente e a uno scenario geopolitico capace di alterare le normali dinamiche della domanda e dell’offerta.

I livelli grafici consentono di delimitare il campo: 79,62 rappresenta il primo riferimento importante sotto i prezzi, mentre nella parte superiore del grafico rimangono i massimi dell’anno. Più che individuare in anticipo quale dei due livelli verrà raggiunto, sarà decisivo capire quale delle forze oggi contrapposte stia realmente determinando il prezzo.

Se nelle prossime settimane la normale debolezza stagionale riuscirà a prevalere, il rialzo partito da 65,49 potrebbe entrare in una fase differente. Se invece il petrolio continuerà a mostrare minimi e massimi crescenti nonostante la stagionalità, il segnale sarebbe più significativo: vorrebbe dire che il mercato sta attribuendo all’offerta e al rischio geopolitico un peso superiore alle normali dinamiche del periodo.

E in quel caso la variabile da monitorare non sarebbe più soltanto il prezzo del petrolio, ma quanto velocemente il suo rialzo inizierà a comparire nei dati sull’inflazione e, successivamente, nelle decisioni delle banche centrali.

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