La moneta che serve per il commercio, per lo scambio quotidiano, non è necessariamente la stessa “moneta”, lo stesso strumento che serve per accumulare e conservare la ricchezza nel tempo.
La moneta che non perde valore nel tempo, che è dunque come una sorta di ponte tra passato e futuro, e che quindi deve essere creata in modo da essere stabile e da non creare inflazione dei prezzi, è un assunto fondamentale dell’economia moderna.
Fu Giulio Cesare ad infrangere la convenzione legale dell’antica Roma fino ad allora vigente, facendo monetare l’oro che aveva portato con sé dalle guerre in Gallia: fino ad allora, l’oro era custodito gelosamente come riserva di ricchezza da usare solo in caso di guerre. Cesare tolse così al Senato il potere di determinare la quantità e la qualità delle monete in circolazione, coniate solo con metalli meno nobili dell’oro, infrangendo il potere di signoraggio che era stato sempre nelle sue mani. E, naturalmente, quando i nemici attaccavano Roma, cercavano l’oro e non certo le monete in circolazione: Brenno pretese mille libbre d’oro per ritirarsi, usando una bilancia truccata per pesarlo, ed all’ira dei Romani che si ribellarono aggiunse la sua spada per averne ancora di più, soggiungendo “Guai ai vinti!”
Cosí come la dracma greca, coniata in argento, stabilì il valore internazionale delle merci nel Mediterraneo per sette secoli, l’oro monetato fu il segno della potenza dell’Inghilterra: la sterlina coniata in oro era l’emblema del valore e della stabilità.
Non solo oggi le monete non sono coniate in oro, ma neppure le banconote (da Bank Notes) stampate dalle Banche Centrali hanno un sottostante aureo: hanno un valore basato solo sulla fiducia, sulla fiducia nella stabilità del loro potere di acquisto.
Nel mondo moderno, non tutte le monete sono uguali: solo alcune vengono utilizzate per il commercio internazionale, per i grandi finanziamenti, per quotare materie prime e prodotti da vendere in tutto il mondo.
Il dollaro è subentrato alla sterlina come moneta globale, ed è divenuto la valuta di riserva per definizione: è accettato da tutti per effettuare gli scambi commerciali e finanziari internazionali; è accumulato, detenute e depositato come strumento di conservazione del valore nel tempo; è usato per la quotazione internazionale di beni e servizi.
Questa duplice funzione, di moneta domestica americana e di moneta internazionale che serve sia per gli scambi economici e finanziari sia per accumulare e conservare ricchezza, ha creato sin dai primi anni di attuazione degli Accordi di Bretton Woods una difficoltà insuperabile: la sua sopravvalutazione, che deriva dalla continua richiesta mondiale di acquisirla e di detenerla nel tempo come strumento di riserva di valore, comporta un potere di acquisto eccessivo da parte dei cittadini americani da cui deriva uno squilibrio strutturale dei conti commerciali degli Usa verso l’estero.
Una questione che si ripropone ciclicamente e che venne risolta unilateralmente nel 1971, con l’Accordo del Plaza nell’ambito del G5 nel 1985, nel 1987 con l’Accordo del Louvre, e poi successivamente ha determinato una serie di bolle azionarie e finanziarie, che scoppiarono nel 2001 con la crisi del Nasdaq e nel 2008 con quella dei mutui immobiliari subprime.
In pratica, secondo l’orientamento dell’attuale amministrazione americana che minaccia ed impone dazi in modo ormai pressoché generalizzato, come quello che entra in vigore il 2 aprile prossimo del 25% su tutte le auto importate, la vera asimmetria deriva dal fatto che gli stranieri non pagano alcun “prezzo” per beneficiare dei tanti ed innegabili vantaggi derivanti dall’utilizzo del dollaro come strumento di pagamento internazionalmente accettato da tutti e come strumento di accumulazione e conservazione della propria ricchezza.
Il dollaro che si usa per il commercio internazionale non può essere lo stesso “dollaro” che si usa per accumulare e conservare la ricchezza stabilmente nel tempo: quest’ultima funzione di strumento di riserva di valore, che non può più essere assolto neppure minimamente dall’oro, deve essere attribuita ad uno strumento finanziario specifico, lo stablecoin. Per la precisione, ai soli stablecoin domiciliati negli Usa che hanno come sottostante a garanzia i titoli del debito federale americano: comprando questi stablecoin, gli stranieri otterranno il vantaggio ricercato di uno strumento capace di garantire stabilità nel tempo alla loro ricchezza, ed indirettamente finanziano il debito federale degli Usa. Assorbendo questa continua richiesta internazionale, altrimenti insoddisfatta di asset limitati, si sgrava il dollaro da questa funzione di strumento di riserva di valore.
D’altra parte, è ben noto che la sopravvalutazione azionaria delle prime sette grandi imprese tecnologiche americane quotate a Wall Street e l’eccessivo peso che hanno rispetto al resto del listino, non sia altro che l’effetto della richiesta internazionale insoddisfatta di asset di qualità.
Non solo gli stablecoin prima descritti offriranno un porto sicuro a chi cerca uno strumento “limitato” che protegga il valore della sua ricchezza nel tempo, ma questa soluzione, paradossalmente, trasformerebbe i titoli del debito americano in uno strumento di garanzia.
Ecco come il dollaro troppo forte, che squilibra i conti commerciali statunitensi, si farà in due: da una parte rimarrà la moneta di sempre, accettata internazionalmente per attività commerciali e finanziarie; dall’altra parte si regolamenteranno gli stablecoin legati al dollaro, strumenti di riserva di valore in quanto asset limitati come l’oro.