Il dollaro ai massimi da otto settimane. La Fed resta falco, l’euro ha dalla sua parte i PMI migliori da 41 mesi

Ufficio Studi Money.it

23 Settembre 2026 - 14:02

Il dollaro tocca i massimi da otto settimane dopo le parole da falco della presidente della Fed di Boston Susan Collins, nonostante i PMI dell’eurozona ai massimi da 41 mesi.

Il dollaro ai massimi da otto settimane. La Fed resta falco, l’euro ha dalla sua parte i PMI migliori da 41 mesi

L’indice del dollaro sale ai livelli più alti da fine luglio dopo i toni da falco della presidente della Fed di Boston Susan Collins, nonostante l’attività economica dell’eurozona abbia sorpreso al rialzo. Sotto pressione anche la sterlina, appesantita dai conti pubblici britannici, e diverse valute emergenti.

Il dollaro Usa si rafforza su tutti i fronti, portando l’indice Dxy, il biglietto verde contro un paniere di sei valute, fino a quota 100,87 (+0,27% infragiornaliero), il livello più alto da fine luglio, cioè da circa otto settimane. L’euro scende a 1,1411 dollari (-0,33%), la sterlina cede lo 0,46% a 1,3285, mentre lo yen si indebolisce a 157,94 per dollaro. Il movimento arriva proprio nel giorno in cui i Pmi flash dell’eurozona hanno sorpreso in positivo.

Un dollaro più forte nonostante i PMI europei

Secondo le rilevazioni preliminari diffuse questa mattina da S&P Global Market Intelligence, il Pmi composito dell’eurozona di settembre è salito a 53,1 punti (da 52,0 di agosto), il livello più alto degli ultimi 41 mesi; i servizi hanno accelerato a 53,0 (da 51,6), il manifatturiero è rimasto stabile a 52,7.

Chris Williamson, capo economista di S&P Global Market Intelligence, ha commentato: «la resilienza della crescita economica, nonostante i venti contrari delle tensioni geopolitiche e dei prezzi in aumento, incoraggerà probabilmente la Bce a rialzare di nuovo i tassi entro fine anno». Dati che avrebbero dovuto sostenere l’euro: invece la moneta unica ha proseguito il calo, segno che oggi non sono i fondamentali europei a muovere il cambio, ma le attese sulla politica monetaria americana.

Il fattore Fed: Collins e l’inflazione «notevolmente sopra il 2%»

A spingere il dollaro sono soprattutto le parole della presidente della Fed di Boston, Susan Collins (non componente votante del Fomc quest’anno), che martedì 22 settembre ha scritto: «Vedo ora una probabilità maggiore di scenari futuri in cui l’inflazione resta notevolmente sopra il 2%», aggiungendo che «un tasso sui Fed funds un po’ più restrittivo aiuterà a garantire che l’inflazione torni stabilmente all’obiettivo».

Le sue parole arrivano una settimana dopo il rialzo dei tassi Fed al 3,75%-4,00%, con un ulteriore aumento messo in conto entro fine anno, anche se il presidente Kevin Warsh non lo ha confermato esplicitamente in conferenza stampa. I futures sui Fed funds continuano a prezzare un’elevata probabilità di un nuovo rialzo entro dicembre, secondo alcune rilevazioni dello strumento CME FedWatch riprese dalla stampa specializzata (non verificate da questa redazione in tempo reale sullo strumento originale).

Sterlina e valute emergenti sotto pressione

Il dollaro forte si somma a debolezze locali altrove. La sterlina sconta anche i conti pubblici britannici: l’Ufficio nazionale di statistica (Ons) ha confermato che il fabbisogno del settore pubblico ad agosto 2026 è stato di 18,3 miliardi di sterline (+19% sull’agosto 2025, 3,5 miliardi sopra le stime dell’Office for Budget Responsibility); nei primi cinque mesi dell’anno fiscale il disavanzo è salito a 77,3 miliardi, 8,1 miliardi oltre le attese, a un mese dal bilancio del 28 ottobre.

Gli strategist di Scotiabank hanno osservato che «le prospettive fiscali del Regno Unito restano una preoccupazione primaria per i mercati mentre il governo prepara il bilancio», mentre Kieran Williams di Intouch Capital Markets ha aggiunto: «il sostegno del dollaro legato ai tassi appare solido, ma i futures già prezzano più stretta monetaria di quanto indicato dalle proiezioni della Fed: ora il dollaro ha bisogno che i dati confermino questa view». Anche i mercati emergenti risentono del dollaro forte: la rupia indiana è scesa verso 95,72 nonostante un Pmi composito locale balzato a 56,5 punti (da 54,3).