Difesa e investimenti: conviene ancora puntare sui titoli del riarmo?

Salvatore Casolaro

23/10/2025

Gli Stati Uniti chiedono ai fondi privati di finanziare il settore militare. L’Europa va più cauta: cosa significa per i mercati e per gli investitori italiani.

Difesa e investimenti: conviene ancora puntare sui titoli del riarmo?

Un recente articolo del Financial Times evidenzia che negli Stati Uniti, il Pentagono ha chiesto al capitale privato di affiancare le risorse pubbliche in progetti su logistica, data center e tecnologie “dual use”, cioè con applicazioni civili e militari. L’obiettivo è colmare un gap di bilancio stimato tra i 130 ed i 140 miliardi di dollari e rendere più efficiente la macchina industriale della difesa.

Il messaggio è chiaro: la difesa nazionale è diventata un nuovo asset strategico anche per la finanza e così i più grandi fondi di private equity — tra cui Apollo Global Management, Carlyle Group, KKR & Co. e Cerberus Capital Management — stanno aderendo a questa richiesta.
Questa iniziativa può dare nuovo impulso ai titoli del settore, che dopo la crescita vertiginosa negli ultimi 2 anni sembrano scontare una pausa di riflessione? E che effetti avremo in Europa?

Il Piano di riarmo europeo

Il piano ReArm Europe (noto anche come Readiness 2030) proposto dalla Commissione europea il 4 marzo 2025 è stato successivamente approvato dal Parlamento europeo il 12 marzo 2025. Il piano prevede investimenti fino a 800 miliardi di euro per potenziare l’infrastruttura di difesa europea. Nel maggio 2025 sono stati mobilitati circa 910 milioni di euro sotto l’European Defence Fund (EDF) per accelerare la produzione di capacità difensiva soprattutto contro i droni. A giugno 2025 il Consiglio dell’UE ha adottato il proprio mandato negoziale per la proposta di un programma denominato European Defence Industry Programme (EDIP), che fornirà contributi all’industria del settore. Il piano è ambizioso ma la traduzione in contratti effettivi, tempi di esecuzione e ritorni economici reali è ancora da verificare. L’effettivo raggiungimento dell’intera quota prevista dipenderà da fattori quali stanziamenti nazionali, capacità industriale, interoperabilità e governance comune.

L’andamento attuale del settore in Europa e in Italia

Il comparto difesa rimane in trend positivo, ma con sfumature. Alcuni titoli, come Leonardo S.p.A., hanno già scontato gran parte dell’effetto “riarmo” seguito alla guerra in Ucraina.
Nel 2024, l’azienda italiana ha registrato ordini per 20,9 miliardi di euro (+12,2% sull’anno precedente) e utili netti per circa 1,16 miliardi, con un portafoglio ordini (backlog) di oltre 44 miliardi di euro.
Dall’inizio del 2022 il titolo ha guadagnato oltre +380%, e oggi scambia in area 50–52 euro, vicino ai target price medi degli analisti (55–58 euro), che indicano un potenziale rialzo limitato ma ancora positivo.
La previsione industriale resta solida: Leonardo stima ricavi in crescita da 15 miliardi nel 2023 a oltre 21 miliardi entro il 2028, con un EBITA previsto in aumento fino a 2,5 miliardi.
Accanto a Leonardo, spiccano altre realtà europee:

Rheinmetall (Germania), leader nei veicoli blindati e munizionamento, con un backlog di oltre 60 miliardi di euro e una crescita record dei ricavi;
Thales (Francia), specializzata in elettronica di difesa e sistemi radar, beneficiaria diretta dei programmi europei su sicurezza e intelligence;
BAE Systems (Regno Unito), gigante globale dell’aerospazio, con dividendi in crescita e margini operativi stabili sopra il 10%;
Saab (Svezia), che ha raddoppiato la produzione di sistemi missilistici e radar, posizionandosi come fornitore chiave della NATO nel Nord Europa.

Nel complesso, il settore continua a offrire visibilità e flussi di cassa stabili, ma richiede selettività.
Gran parte delle valutazioni incorporano già lo scenario di spesa pubblica elevata; pertanto i rendimenti futuri dipenderanno più dalla capacità delle aziende di eseguire i contratti, mantenere i margini e innovare che da ulteriori shock geopolitici.
Per i risparmiatori, il comparto difesa può rappresentare una componente di diversificazione in un portafoglio bilanciato, ma non un’area per investimenti tattici o speculativi di breve termine.

Europa e Stati Uniti: due modelli di finanza per la difesa

Mentre negli Stati Uniti il Pentagono ha scelto di coinvolgere direttamente i fondi di private equity per sostenere la spesa militare — trasformando la difesa in un vero e proprio asset finanziario strategico — l’Europa adotta un modello opposto: pubblico prima, privato dopo. I nuovi strumenti europei come EDIP (European Defence Industry Programme), EDIF (European Defence Investment Facility) e SAFE (Support to Ammunition Production – supporto alla produzione di munizioni) sono pensati per stimolare la produzione, la ricerca e l’autonomia tecnologica con fondi comunitari e garanzie pubbliche, non ancora con capitale di mercato. Solo in un secondo momento, quando i progetti avranno una base industriale solida e un rischio contenuto, potranno aprirsi spazi per investitori istituzionali o fondi tematici. L’obiettivo è costruire una filiera europea della difesa autonoma prima di liberalizzare il settore finanziario.
Per i risparmiatori, questo significa che — almeno nel breve periodo — l’opportunità d’investimento resta ancora concentrata ai grandi gruppi quotati, che beneficiano degli ordini pubblici e dei contributi UE. Solo in prospettiva quindi il settore difesa europeo potrebbe diventare una nuova frontiera d’investimento, accessibile tramite compartecipazione dello Stato e dei grandi fondi di investimento.

Cosa significa per l’Italia e per gli investitori

In Italia, la spesa per la difesa cresce in modo graduale ma costante. Il Paese resta uno dei principali hub industriali europei, grazie a grandi gruppi come Leonardo, Fincantieri, Avio Aero, Elettronica e MBDA Italia.
Queste aziende partecipano ai maggiori programmi internazionali in campo aerospaziale, navale e tecnologico, generando una filiera composta da oltre 400 PMI specializzate in meccanica, software e sensoristica, che beneficiano indirettamente dell’aumento degli ordini pubblici.
Per gli investitori, le aree di interesse sono tre:

1. Le grandi società quotate del comparto difesa e aerospazio, con bilanci solidi e visibilità pluriennale sugli ordini;
2. ETF e fondi tematici che permettono un’esposizione diversificata al settore con un ticket ridotto;
3. Le PMI innovative legate alla supply chain della difesa, spesso accessibili attraverso fondi di private equity o venture capital.
In prospettiva, il MEF e il Ministero della Difesa stanno valutando un fondo di garanzia pubblico-privato da alcune decine di miliardi, per facilitare l’ingresso del capitale privato nella filiera nazionale della difesa.

Un modello ancora da creare

L’idea di una compartecipazione tra pubblico e privato sul modello americano, in cui i fondi di private equity sostengono direttamente la spesa militare, resta per l’Europa una prospettiva di medio periodo. Oggi, il settore della difesa continua a poggiare su investimenti pubblici e su una filiera industriale dominata dai grandi gruppi nazionali. Gli strumenti europei in via di sviluppo — come EDIP, EDIF e SAFE — mirano più a consolidare la capacità produttiva e tecnologica comune che a creare un mercato finanziario della difesa.
Per gli investitori, ciò significa che le opportunità e i rischi restano sostanzialmente invariati: il comparto è ciclico, sensibile ai bilanci pubblici e alle tensioni geopolitiche, ma anche sostenuto da una domanda stabile e da programmi pluriennali. Il vero punto di svolta arriverà solo se Bruxelles e gli Stati membri riusciranno a creare una cornice che permetta l’ingresso del capitale privato senza snaturare il controllo strategico pubblico — un equilibrio complesso, ma decisivo per il futuro della difesa europea come settore d’investimento.