Decreto AI, stop ai licenziamenti algoritmici e nuovi reati. Cosa cambia per le imprese e per i cittadini

Laura Pellegrini

11 Giugno 2026 - 13:40

Il Consiglio dei Ministri ha approvato alcuni decreti sull’intelligenza artificiale che introducono novità su lavoro, scuola, formazione e giustizia. Le novità.

Decreto AI, stop ai licenziamenti algoritmici e nuovi reati. Cosa cambia per le imprese e per i cittadini

Con l’approvazione dei due decreti sull’intelligenza artificiale, il Governo accelera il processo di regolamentazione delle nuove tecnologie e fissa precisi limiti e regole per un utilizzo corretto, etico e sostenibile. Gli ambiti di applicazione spaziano dagli ambienti di lavoro agli istituti scolastici, dalla Polizia alla Giustizia, fino alla necessaria formazione di cittadini e professionisti.

Consapevole del divario digitale che sconta il nostro Paese, il Governo ha inserito nel pacchetto un piano di investimenti da 200 milioni di euro. Queste risorse saranno destinate in gran parte proprio alle scuole e alle università per finanziare l’alfabetizzazione digitale, l’aggiornamento professionale dei docenti e la formazione degli studenti all’uso consapevole dei sistemi di IA. L’obiettivo economico è duplice: da un lato creare una classe di professionisti qualificati capaci di governare lo sviluppo tecnologico, dall’altro proteggere i cittadini del futuro dalle truffe e dalle manipolazioni digitali (come il fenomeno dei deepfake).

I due nuovi provvedimenti, che hanno ottenuto l’approvazione del Consiglio dei Ministri, vanno a recepire l’AI Act europeo all’interno dell’ordinamento nazionale e pongono l’Italia in una posizione di rilievo, in quanto “è la prima nazione che si dota di una disciplina normativa nazionale organica in materia di intelligenza artificiale”, come ha sottolineato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.

Via libera ai decreti AI: cosa cambia per le imprese?

Un nuovo pacchetto di norme e limiti sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per recepire la normativa europea a livello nazionale: il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera, il 10 giugno, ai decreti AI. L’approccio scelto dall’esecutivo è rigidamente antropocentrico: l’intelligenza artificiale deve rimanere uno strumento al servizio dell’uomo, mai il decisore ultimo della sua vita professionale, giuridica o economica.

I due provvedimenti introducono un cambio di paradigma radicale che tocca da vicino la gestione delle risorse umane nelle aziende, con il divieto di assunzioni o licenziamenti decisi esclusivamente dagli strumenti di intelligenza artificiale. Novità anche per insegnanti e studenti per i quali l’utilizzo dell’AI è consentito nel rispetto delle figure professionali e soprattutto previa formazione continua.

Delineato anche il perimetro del diritto penale, con l’introduzione di nuove fattispecie di reato che sanziona l’omessa adozione di misure di sicurezza nei sistemi di AI ad alto rischio quando comportino pericolo per la vita, l’incolumità pubblica o la sicurezza dello Stato.

Capire come cambia il quadro normativo è fondamentale per imprese, professionisti e cittadini: vediamo nel dettaglio tutte le novità in arrivo.

Decreti AI e lavoro: le novità su assunzioni e licenziamenti

La novità che impatta in modo più immediato e significativo sul tessuto economico italiano riguarda il mondo del lavoro. Negli ultimi anni, l’adozione di software predittivi per il monitoraggio della produttività e la selezione del personale ha sollevato enormi dubbi etici e legali. I decreti attuativi pongono un confine invalicabile all’autonomia delle macchine, che non potranno più decidere autonomamente le assunzioni o i licenziamenti da attuare in azienda.

La regola d’oro introdotta dal Governo è semplice: è assolutamente vietato affidare all’intelligenza artificiale la decisione finale su assunzioni e licenziamenti. Ciò significa che un software delle Risorse Umane (HR) potrà essere utilizzato per scremare i curriculum o analizzare i dati sulle performance dei dipendenti, ma non potrà mai generare una lettera di licenziamento o firmare un contratto d’assunzione senza una reale validazione umana.

Con questo provvedimento si impone alle imprese la presenza di un operatore umano che verifichi e confermi qualsiasi decisione rilevante per la carriera del lavoratore. Questo serve a prevenire i cosiddetti «bias algoritmici», ovvero le discriminazioni involontarie basate sui dati storici appresi dall’AI, e a garantire il diritto di difesa del lavoratore, che potrà sempre richiedere il riesame della propria posizione a un responsabile in carne e ossa.

Le aziende dovranno mappare i propri software e formare il personale HR per non incorrere in pesanti sanzioni civili e giuslavoristiche.

Scuola e istruzione: l’AI non può sostituire i docenti

Un pilastro fondamentale dei decreti attuativi riguarda il mondo dell’istruzione, dove l’introduzione delle tecnologie generative (come i software di scrittura e i tutor virtuali) rischiava di ridisegnare i rapporti gerarchici e didattici nelle aule. Anche in questo caso, il legislatore ha scelto la linea della massima fermezza, blindando l’autonomia della scuola.

In primis, il governo ha stanziato 100 milioni di euro per formare i docenti sui rischi algoritmici e sulle dipendenze digitali, con particolare attenzione agli effetti che possono avere sui minori.

Successivamente, proprio come accaduto per il licenziamento dei lavoratori, i decreti hanno stabilito un
divieto assoluto: l’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire il giudizio dell’insegnante. I sistemi informatici non possono essere utilizzati per assegnare voti, valutare l’apprendimento o determinare la bocciatura o la promozione di uno studente senza il controllo e la decisione finale del corpo docente. L’algoritmo deve rimanere un semplice supporto didattico sussidiario.

Questa norma riconosce il valore insostituibile della relazione umana nel processo educativo e formativo. Se da un lato l’IA viene promossa come strumento per personalizzare lo studio e supportare gli alunni con bisogni educativi speciali, dall’altro si vieta che diventi un «giudice freddo» delle competenze umane. Agli insegnanti viene garantito il ruolo di decisori unici del percorso pedagogico, proteggendo il loro lavoro da decisioni automatizzate prese da piattaforme software esterne o ministeriali.

Nascono nuovi reati: ecco quando l’AI diventa illecito penale

La terza colonna portante dei decreti attuativi riguarda la sicurezza e la giustizia. Il legislatore ha compreso che le sanzioni amministrative, per quanto elevate, non sono un deterrente sufficiente quando in gioco ci sono la sicurezza dello Stato, la privacy dei cittadini e l’integrità dei sistemi critici.

I decreti introducono una specifica fattispecie di reato destinata a fare discutere l’opinione pubblica: l’omessa adozione dei requisiti di sicurezza per i sistemi di IA ad alto rischio. Chi sviluppa o immette sul mercato tecnologie classificate come «high-risk» (ad esempio quelle usate nelle infrastrutture critiche, nella sanità o nella gestione delle frontiere) senza rispettare i rigorosi standard informatici e fisici previsti dalla legge rischierà sanzioni di natura penale. La responsabilità colpirà direttamente i manager e i provider tecnologici che scelgono di risparmiare sulla cybersicurezza, esponendo la collettività a potenziali attacchi o malfunzionamenti catastrofici.

Giustizia, l’AI entra nei tribunali

Nel testo dei provvedimenti si specifica anche l’ingresso dell’AI nelle aule di tribunale, dove però potrà svolgere esclusivamente funzioni di:

  • supporto organizzativo per le cancellerie;
  • ricerca giurisprudenziale accelerata;
  • semplificazione documentale.

Nessun algoritmo potrà sostituire il libero convincimento e la valutazione del magistrato, garantendo così il principio costituzionale del giusto processo guidato da un giudice umano.

La Polizia potrà usare l’AI: ecco come e quando

L’uso della tecnologia per la pubblica sicurezza è un altro terreno minato. I decreti definiscono i confini entro cui le forze di polizia possono utilizzare strumenti avanzati, cercando un equilibrio tra l’esigenza di prevenzione dei reati e la tutela delle libertà fondamentali.

L’impiego di bodycam dotate di sistemi di riconoscimento biometrico o di software per l’analisi predittiva dei dati criminali sarà strettamente regolamentato e sottoposto alla vigilanza delle autorità competenti. Non sarà permesso alcun tracciamento di massa o categorizzazione biometrica indiscriminata dei cittadini nei luoghi pubblici, in linea con i divieti assoluti imposti dall’AI Act europeo.

Il controllo delle regole affidato a 4 istituti

Per rendere efficaci tutte queste regole, il Governo ha disegnato una complessa architettura istituzionale di controllo, dividendo i compiti tra agenzie già esistenti per evitare la creazione di nuovi costosi carrozzoni burocratici.

Sono 4 i protagonisti di questa architettura:

  • AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), sarà l’autorità di notifica. Avrà il compito tecnico di valutare e controllare gli organismi che certificano la conformità dei sistemi AI;
  • ACN (Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale), che opererà come autorità di vigilanza sul mercato. Sarà il «braccio armato» per i controlli di sicurezza e il punto di contatto unico con la Commissione Europea;
  • i Vigilanti Finanziari (Banca d’Italia, CONSOB, IVASS), che avranno l’esclusiva per monitorare l’uso degli algoritmi nei settori bancario, finanziario e assicurativo, dove il rischio di discriminazione economica (es. negazione di un mutuo tramite AI) è altissimo;
  • Garante per la Privacy, che manterrà la sua totale indipendenza e competenza ogniqualvolta l’uso di un algoritmo comporti il trattamento di dati personali.

Decreti AI: cosa succede adesso?

I decreti legislativi approvati dal Consiglio dei Ministri passano ora alle Commissioni parlamentari competenti per i pareri di rito, per poi tornare in Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva e la successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Per l’Italia comincia una vera e propria corsa contro il tempo: l’adeguamento ai nuovi obblighi sul lavoro, la tutela del corpo docente e la revisione delle infrastrutture tecnologiche interne non sono più opzionali. Chi continuerà a gestire il personale o la sicurezza dei dati con superficialità non rischierà più soltanto una sanzione amministrativa, ma dovrà fare i conti con la responsabilità penale.