Debito USA, perché la profezia di Soros si sta per avverare?

Redazione Money Premium

10/11/2024

L’allarme di Soros, espresso nel suo libro The Alchemy of Finance, trovò conferma solo un anno dopo, nell’ottobre del 1987, quando il mercato azionario americano subì il crollo più rapido della storia

Debito USA, perché la profezia di Soros si sta per avverare?

Nel 1986, George Soros, uno dei più celebri gestori di hedge fund, lanciò un avvertimento che riecheggia ancora oggi: “Il boom del mercato azionario ci ha distolto dall’attenzione sul deterioramento fondamentale della posizione finanziaria degli Stati Uniti.”

L’allarme di Soros, espresso nel suo libro The Alchemy of Finance, trovò tragica conferma solo un anno dopo, nell’ottobre del 1987, quando il mercato azionario americano subì il crollo più rapido della sua storia.

Quasi quarant’anni dopo, l’appello di Soros appare più rilevante che mai. Alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016, l’indice S&P 500 registrava una valutazione pari a 25 volte i guadagni delle imprese, un livello superiore del 50% rispetto alla media storica.

Nel frattempo, l’Ufficio del Bilancio del Congresso (CBO) prevedeva che il debito pubblico statunitense avrebbe superato il record post-Seconda Guerra Mondiale rispetto al PIL entro il 2027. Con l’avvento della presidenza Trump e una maggioranza repubblicana al Congresso, le stime si rivelarono persino ottimistiche. Secondo il Comitato per un Bilancio Federale Responsabile, i piani di Trump potrebbero aggiungere ulteriori 15,6 trilioni di dollari al debito pubblico entro il 2035. A fronte di questi sviluppi, i rendimenti dei titoli di Stato americani hanno subito un aumento vertiginoso.

Tuttavia, questa volta la crisi non è confinata agli Stati Uniti. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha stimato che il debito pubblico globale supererà i 100 trilioni di dollari nel 2023, pari al 93% del PIL mondiale, con una previsione di raggiungere il 100% entro il 2030. In passato, avverte l’FMI, le proiezioni si sono dimostrate regolarmente troppo ottimistiche.

La questione che si pone è quindi come i governi possano prevenire un nuovo 1987. Non esistono risposte semplici, e Vitor Gaspar, responsabile degli affari fiscali dell’FMI, ha definito la situazione un “trilemma fiscale”: gli elettori odierni desiderano tre cose - maggiore spesa pubblica, tasse più basse e stabilità finanziaria - ma i politici si trovano nell’impossibilità di realizzarle tutte contemporaneamente. La tradizionale soluzione per ridurre il debito è l’austerità, ossia il sacrificio della spesa pubblica per mantenere il bilancio in equilibrio. Tuttavia, il rigetto popolare di queste misure le ha rese ormai politicamente invise.

Il Regno Unito ha recentemente adottato una strategia alternativa, puntando sugli investimenti pubblici per stimolare la crescita. Rachel Reeves, Ministro delle Finanze del governo laburista, ha presentato un bilancio che mira a combinare stabilità finanziaria e spesa pubblica elevata, compensando i costi con un aumento delle tasse pari a 40 miliardi di sterline. Tuttavia, secondo l’Office for Budget Responsibility (OBR), questa strategia, pur generando una crescita temporanea, potrebbe provocare un aumento dell’inflazione e dei tassi d’interesse, senza migliorare il PIL a lungo termine. L’OBR prevede quindi che il debito pubblico continuerà a crescere, alimentando un fenomeno di stagnazione con inflazione.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, continuano a incrementare la spesa pubblica e a ridurre le tasse, sperando che la stabilità finanziaria si mantenga da sola. Finora, la potenza geopolitica e finanziaria statunitense ha permesso di sostenere questo modello, nonostante il crescente disavanzo e il debito pubblico record. Tuttavia, questa situazione non è sostenibile all’infinito: l’aumento dei rendimenti sui titoli di stato di lunga scadenza suggerisce che i mercati possano presto reagire negativamente.

Se le opzioni politiche sembrano limitate, va però considerato che le origini dell’attuale crisi del debito non risiedono solo nel “trilemma fiscale”. I livelli storici di indebitamento pubblico derivano principalmente da due crisi epocali: la crisi finanziaria globale del 2008 e la pandemia di Covid-19. Per i Paesi del G7, il rapporto debito/PIL è aumentato dall’81% nel 2008 al 112% nel 2010 e poi ancora dal 118% nel 2019 al 140% nel 2020.

In realtà, l’indebitamento pubblico è sempre una conseguenza delle scelte di politica economica. Dopo la crisi del 2008, l’Islanda lasciò fallire le proprie banche, riducendo rapidamente il debito, mentre l’Irlanda decise di salvarle, mantenendo un rapporto debito/PIL tre volte più alto rispetto al periodo pre-crisi anche dieci anni dopo. Durante la pandemia, la Svezia evitò lockdown rigidi, uscendo dalla crisi con un debito pubblico inferiore al 2019, mentre il Regno Unito adottò misure severe che contribuirono ad aumentare significativamente il debito.

Per gli investitori, il dilemma è se ascoltare ancora l’avvertimento di Soros, che potrebbe preannunciare una crisi finanziaria imminente, o approfittare del boom del mercato azionario, che continua a mostrare segni di vitalità. Da una parte, il “Saggio di Omaha” Warren Buffett, con la sua Berkshire Hathaway, ha ridotto la sua esposizione azionaria per otto trimestri consecutivi, accumulando una liquidità superiore ai 325 miliardi di dollari. La sua cautela suggerisce un approccio conservativo, contrapposto all’entusiasmo per i record dell’S&P 500.

Alla luce di questi elementi, appare chiaro che il mondo si trova di fronte a sfide economiche senza precedenti. Gli Stati potrebbero dover abbandonare il tentativo di risolvere il “trilemma fiscale” e concentrarsi su una gestione più oculata delle crisi future. Solo il tempo dirà se Soros e Buffett avranno avuto ragione o se il mercato troverà nuovi modi per superare anche questa prova.