Debito globale, il conto arriva ora. Chi pagherà davvero nei prossimi 20 anni?

Redazione Money Premium

4 Gennaio 2026 - 08:47

Il debito pubblico non si riduce più. Ecco perché anche le politiche di austerity non basteranno.

Debito globale, il conto arriva ora. Chi pagherà davvero nei prossimi 20 anni?

Negli ultimi decenni il debito pubblico nei Paesi avanzati ha seguito una traiettoria che rompe con la storia.

Un tempo l’indebitamento aumentava durante le guerre e veniva ridotto nei periodi di pace. Oggi, invece, cresce in modo strutturale, alimentato da crisi finanziarie, pandemie, invecchiamento della popolazione e nuove tensioni geopolitiche. La domanda non è più se il debito sia elevato, ma se sia diventato intrinsecamente ingestibile.

Gli Stati Uniti rappresentano un caso emblematico. Dopo aver ridotto il rapporto debito/PIL dal 106% del 1946 a poco più del 21% all’inizio degli anni Novanta, il Paese ha invertito la rotta. La crisi finanziaria del 2008 e il Covid hanno riportato il rapporto vicino al 100%, e le proiezioni del Congressional Budget Office indicano un possibile aumento fino al 156% entro il 2055. Uno scenario che rischia di minare il ruolo dei Treasury come pilastro della finanza globale.

In Europa il quadro non è più rassicurante. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, senza cambiamenti di politica fiscale il debito medio degli Stati potrebbe raddoppiare nei prossimi 15 anni, con effetti diretti su crescita, costi di finanziamento e stabilità finanziaria. Un fardello che si trasferisce inevitabilmente sulle generazioni future.

Storicamente, esistono strumenti per ridurre il peso del debito: avanzi primari di bilancio, crescita economica sostenuta e tassi di interesse reali inferiori al tasso di crescita. A questi si sono spesso aggiunti inflazione e repressione finanziaria, forme più o meno esplicite di trasferimento di ricchezza dai risparmiatori allo Stato. Il Regno Unito del dopoguerra dimostra come questa combinazione possa funzionare: tra il 1946 e la metà degli anni Settanta il debito crollò, in larga parte grazie all’inflazione.

Oggi però il contesto è diverso. La crescita è più debole, i tassi sono più alti e le banche centrali, vincolate al controllo dell’inflazione, hanno meno margine per “gonfiare via” il debito senza provocare reazioni immediate dei mercati. Anche la repressione finanziaria è più difficile in un sistema globale aperto e sofisticato.

Qualcuno spera che l’intelligenza artificiale possa fornire un’accelerazione della produttività sufficiente a invertire la rotta. Le stime più ottimistiche parlano di un aumento annuo dello 0,5–0,7%, utile a rallentare la crescita del debito, ma insufficiente a ridurlo in modo deciso.

In un mondo segnato da polarizzazione politica e richieste crescenti di spesa pubblica, la disciplina fiscale rischia di essere imposta più dai mercati che dalla politica. E la storia insegna che quando sono i mercati a intervenire, il prezzo da pagare è spesso una combinazione di crisi finanziarie e instabilità sociale. Il debito pubblico non è solo un numero: è il riflesso delle scelte collettive che definiranno il nostro futuro economico.