Se Donald Trump ha invocato i poteri di emergenza conferitigli dall’Emergency Economic Power Act per mettere dazi del 25% sulle importazioni da Canada e Messico, ed elevare di un ulteriore 10% quelli già imposti alla Cina, la ragione è una sola, semplice, ma che tutti avevano finora rifiutato di accettare: gli Usa non sono più in grado di sostenere un disavanzo strutturale delle partite correnti con l’estero che nel 2024 è stato di altri 905 miliardi di dollari.
Nel dettaglio, importantissimo, il saldo per merci è stato di -1.063 miliardi, solo parzialmente compensato da un saldo per servizi pari a +278 miliardi.
Ma sono stati terrificanti i dati relativi ai trasferimenti di redditi monetari, visto che a fronte di un saldo attivo per appena 67 miliardi di quelli primari (si tratta delle rimesse unilaterali senza corrispettivo), il saldo sui redditi secondari (che comprendono gli impieghi di capitale, con investimenti diretti e di portafoglio, per dividendi, rendite e pagamenti di interessi) è stato negativo per 188 miliardi di dollari.
Ciò significa che gli investimenti finanziari netti americani all’estero non hanno contribuito come in passato a bilanciare lo squilibrio del conto commerciale: c’è stato dunque un ulteriore esborso netto, per via dei cospicui investimenti esteri negli Usa e del costo elevato degli interessi che sono stati pagati. I tassi di interesse, tenuti alti dalla Fed per abbattere l’inflazione, hanno determinato un aumento del costo dell’indebitamento degli Usa verso l’estero.
Una situazione insostenibile.
Gli Usa sono infatti divenuti, loro malgrado, i più grandi debitori verso il resto del mondo, con una situazione in violento peggioramento: alla fine del terzo trimestre del 2024, la posizione finanziaria netta sull’estero è arrivata alla astronomica somma di -23.603 miliardi di dollari, rispetto ai -18.297 miliardi di un anno prima, con un peggioramento dunque di ben 5.306 miliardi.
Al disavanzo della bilancia dei pagamenti correnti c’è da aggiungere la posizione finanziaria netta con l’estero, cioè il saldo di parte capitale, tra crediti e debiti, che è drammaticamente peggiorata per l’effetto delle plusvalenze e delle minusvalenze determinate dalla svalutazione registrata dalle altre valute rispetto al dollaro, che ha abbattuto il valore in dollari degli investimenti finanziari americani all’estero, cioè della loro posizione creditoria in valute estere.
Gli alti tassi di interesse sul debito americano, necessari per suscitare l’interesse degli investitori, hanno attratto capitali sul dollaro deprezzando le altre valute come l’euro, che era cambiato a 1,12 a settembre scorso e che ora sfiora a malapena la parità. Mentre gli investimenti ed i crediti in dollari degli investitori stranieri si sono rivalutati, gli investimenti americani all’estero, ad esempio in euro, si sono svalutati: una altra beffa, che si è aggiunta al maggiore onere pagato per i tassi elevati sugli interessi.
Tutto torna, ma niente cambia.
La deindustrializzazione decisa in due tornate negli Usa, la prima a metà negli anni Ottanta per via degli alti tassi decisi per combattere la stagflazione, e la seconda alla fine degli anni Novanta per abbandonare la Old Economy ritenuta assai poco profittevole e quindi da affidare ai Paesi a basso costo del lavoro come la Cina, si è dimostrata un colossale errore di valutazione.
I conti commerciali americani sono un disastro, dappertutto.
A novembre scorso, i maggiori deficit statunitensi per sole merci accumulato nel corso dei dodici mesi precedenti verso Paesi terzi sono stati i seguenti:
- Cina: 270 miliardi di dollari
- Messico: 157 miliardi di dollari
- Vietnam, che verosimilmente triangola prodotti cinesi per evitare i dazi imposti ai prodotti cinesi: 113 miliardi di dollari
- Irlanda, che è la sede fiscale di comodo nella Ue delle multinazionali americane, che giocano sul transfer price per accumulare profitti detenuti all’estero in sospensione di imposta fino al rimpatrio: 80,5 miliardi di dollari
- Germania: 76,4 miliardi di dollari
- Taiwan: 67,4 miliardi di dollari
- Giappone: 62,6 miliardi di dollari
- Corea del Sud: 60,2 miliardi di dollari
- Canada: 54,8 miliardi di dollari
- Thailandia, anche qui con sospette triangolazioni: 41,5 miliardi di dollari
- India: 41,5 miliardi di dollari
- Italia: 39,7 miliardi di dollari
- Svizzera: 25,5 miliardi di dollari
Gli Stati Uniti non possono più sostenere, a debito, il ruolo di compratori di ultima istanza.
Nel breve periodo, soprattutto per costringere le imprese straniere a “produrre negli Usa” anziché “vendere agli Usa”, i dazi sono purtroppo l’unica soluzione: per ribilanciare la bilancia commerciale, una svalutazione del dollaro non solo sarebbe una catastrofe per tutti coloro che hanno investito negli Usa, che registrerebbero una perdita secca sul capitale, ma renderebbe ancora più costoso il servizio del debito estero americano.
La verità, purtroppo per gli Usa, è che hanno completamente distrutto da decenni il loro sistema industriale nel settore manifatturiero: rispetto al settore delle assicurazioni, che nel 2023 valeva il 18% del pil, la produzione di autoveicoli e motori era stata davvero un’inezia con l’1,3% (Motor Vehicles, bodies and trailers 0,6% e Other transportation equipment 0,7%), mentre quello della commercializzazione (Motor vehicle and parts dealer) era stato parimenti dello 1,3%.
La stessa Tesla conferma questa situazione: nel quarto trimestre del 2024, le autovetture fabbricate in Cina hanno contribuito per il 51,33% delle consegne globali, con oltre 248 mila veicoli. Anche nel 2023, le vetture fabbricate in Cina, con 947.742 veicoli a batteria, erano state più del 50% del totale.
Lo stesso stabilimento californiano di Freemont, fiore all’occhiello di Tesla, non è altro che un impianto che fu realizzato addirittura nel 1962 dalla General Motors e poi ceduto alla Toyota: altre fabbriche, al di là di quelle che producono le batterie e sistemi elettrici denominate Gigafactory, dovrebbero essere aperte in giro per il mondo, ad esempio in Turchia dopo la Germania. Insomma, per la manifattura americana, neppure Tesla prevede grandi investimenti nel settore dell’auro elettrica.
E’ facile immaginare quale sia lo schema su cui l’Amministrazione Trump sta lavorando: innescare una guerra dei prezzi al ribasso, generando una contrazione degli utili e dei costi degli esportatori, che taglieranno naturalmente i salari reali. Impoverimento dei produttori a vantaggio dei consumatori americani: questo è l’obiettivo.
In pratica, per vendere gli stessi volumi di merci, i produttori dovranno ridurre i prezzi della stessa percentuale dei dazi.
Il valore monetario delle importazioni americane diminuirà, riequilibrando il disavanzo.
I consumatori americani continueranno a vivere alle spalle dei produttori, comprando a sconto.
L’America farebbe valere così ancora una volta il suo peso di grande mercato di sbocco, insostituibile, di consumatore di ultima istanza: o si vende a loro, o si chiude bottega.
Arriva ora la notizia del congelamento dei dazi al Messico, in cambio dello schieramento di diecimila soldati pronti a bloccare il traffico del fentanyl e l’ingresso di clandestini: anche questo torna, visto che di mezzo ci sarebbero andate tante imprese americane che operano da decenni oltre confine, solo per fare più ricchi profitti.
Il mercantilismo è questo, volere o volare.