Era settembre 2025 quando venne reso pubblico un piano di ricostruzione di Gaza redatto dall’Institute for Global Change di Tony Blair ed in cui erano stati probabilmente coinvolti (anche se successivamente smentito) uomini d’affari israeliani con il sostegno del Boston Consulting Group.
Il piano sottoposto all’esame di Washington prevedeva un’autorità internazionale di transizione, un ruolo costruito gradualmente per l’Autorità Palestinese, una cornice Onu e una forza multinazionale di stabilizzazione. Ricevette numerose critiche, anche per gli spot creati con l’IA in cui comparivano Trump, il premier Israeliano Netanyahu e perfino Musk in pose hollywoodiane nel pieno del conflitto. Era anche previsto un massiccio intervento economico-finanziario con il coinvolgimento di fondi sovrani e capitali privati. L’idea centrale era che la pace potesse essere indotta ed ottenuta dalla finanza, più che da un accordo politico tradizionale.
Sul tavolo di Trump il progetto è stato successivamente riletto e rielaborato secondo il pensiero del leader statunitense: meno multilateralismo e meno istituzioni. L’approccio di Blair – tecnocratico, gradualista, basato su coordinamento e soft power – viene semplificato e personalizzato. Il focus si sposta dalla ricostruzione di Gaza come caso specifico alla creazione di una piattaforma politica generale, capace di intervenire in qualsiasi scenario di crisi. È in questa fase che il progetto perde il suo perimetro geografico e diventa concettualmente espansivo.
Cos’è il Board of Peace e cosa è stato firmato a Gaza
Il documento firmato a Davos è la carta fondatrice / statuto di un organismo internazionale (Board of Peace) per il raggiungimento della pace e stabilizzazione duratura nelle aree afflitte o minacciate da conflitti, mediante il ripristino di un governo affidabile e legittimo. A tal fine viene istituita una struttura di governance a tre livelli: lo stesso Board of Peace, un Consiglio Esecutivo e un Chairman con ampi poteri di interpretazione dello statuto e di decisione. Sono presenti diversi concetti chiave già previsti nel piano Blair: la centralità della finanza come leva di pacificazione, il primato della stabilità sulla sovranità nazionale, l’idea di una governance esterna “temporanea ma prolungabile”, il coinvolgimento diretto di capitali e Stati selezionati. Ma cambia radicalmente la cornice politica: non più un’iniziativa di supporto a processi multilaterali esistenti, bensì un organismo autonomo, guidato dagli Stati Uniti e privo di vincoli giuridici, dove l’adesione è selettiva e la leadership è concentrata (Trump designato come Chairman del Board a tempo indeterminato).
Hanno firmato 22 paesi tra cui Ungheria, Turchia e Israele. Il documento indica anche che il Board potrà operare in collaborazione con le Nazioni Unite, pur rimanendo una struttura distinta e con mandato più flessibile. Inoltre la partecipazione è onerosa: è richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari per ottenere uno status di “membro permanente” . Le nazioni che versano questa somma entro il primo anno si assicurerebbero una sede permanente e un ruolo più stabile nel Consiglio. Senza il contributo, gli Stati possono partecipare come membri con un termine di tre anni, ma in base all’invito ed alla decisione del Chairman, ma senza diritti permanenti. Il testo integrale della carta non è ancora stato reso pubblico dai firmatari o dalle agenzie internazionali, ma gli elementi essenziali emergono dai comunicati della Casa Bianca e da alcuni media come il “Times of Israel” .
Auto, farmaci, macchinari. I settori che vinceranno (e quelli che rischiano) con l’accordo UE–Mercosur
Perché Trump vuole smantellare il multilateralismo
Le istituzioni di cooperazione internazionale, nate nel secondo dopoguerra, come il FMI, la Banca Mondiale, il WTO e le Nazioni Unite furono costruite su un principio chiave: la stabilità economica e la pace si ottengono riducendo l’arbitrio del potere nazionale e incanalandolo in regole comuni. Dietro l’attacco più o meno velato di Trump a queste organizzazioni non c’è solo una postura ideologica, ma una strategia precisa e coerente del Presidente americano (o di chi la elabora per lui). Le motivazioni sono politiche, economiche e di potere. Le organizzazioni multilaterali limitano il potere discrezionale degli Stati Uniti (e dello stesso Presidente). Funzionano su regole, mediazioni, vincoli giuridici, l’opposto del modello trumpiano, che privilegia il rapporto bilaterale e personale tra leader. In un sistema multilaterale, Washington deve negoziare; in uno bilaterale, può imporre. Smantellare o delegittimare queste sedi significa recuperare libertà d’azione immediata. Anche il messaggio politico interno è coerente con questa strategia: le organizzazioni internazionali sono fatte percepire come strutture lontane, opache, dominate da tecnocrati e burocrati globali. Trump si presenta come colui che difende la sovranità americana contro un sistema globale che “ruba” risorse e potere agli USA.
Le esternazioni di Trump e la volatilità dei mercati
In questo contesto si inserisce un elemento spesso sottovalutato ma centrale: l’uso sistematico delle esternazioni pubbliche da parte di Trump come strumento di destabilizzazione controllata dei mercati. Dichiarazioni improvvise su dazi, sanzioni, alleanze militari, banche centrali o singole aziende generano oscillazioni immediate su Borse, valute e materie prime.
In mercati iper-reattivi e dominati dal trading algoritmico, queste uscite non sono semplici provocazioni politiche, ma veri detonatori finanziari. L’asimmetria informativa è evidente: chi è più vicino ai centri di potere, o semplicemente più rapido nel posizionarsi, può trarre vantaggio da movimenti di breve periodo indotti artificialmente. Il confine tra comunicazione politica e «market manipulation» resta formalmente intatto, ma sostanzialmente eroso. La retorica trumpiana smette così di essere solo populismo e assume i contorni di una strategia finanziaria precisa: usare l’incertezza come leva di potere e come opportunità di guadagno per pochi, scaricando la volatilità su investitori meno protetti e sul sistema nel suo complesso.
Il Board of Peace non riduce l’incertezza globale, la redistribuisce in modo selettivo. Gli investitori si trovano davanti a un mondo in cui le decisioni politiche contano più delle regole e la stabilità dipende dal rapporto con pochi centri di potere.
Tutto ciò però aumenta strutturalmente il premio per il rischio geopolitico, penalizza gli investimenti di lungo periodo e favorisce strategie difensive: reshoring, concentrazione su asset percepiti come “sicuri”, maggiore propensione alla liquidità. Anche il dollaro, pur restando la valuta dominante, viene sempre più percepito come strumento politico, con potenziali effetti sulla fiducia nella valuta. I titoli di stato americani continuano ad essere acquistati dalle altre nazioni, anche europee, soprattutto per gli elevati rendimenti (e forse per velate minacce di ritorsioni statunitensi sempre con lo strumento dei dazi) ma segnali di inversione di tendenza cominciano a percepirsi.
Gli effetti hanno un impatto diretto non solo sui mercati azionari e valutari, ma anche sugli strumenti di copertura dei portafogli, utilizzati dagli investitori istituzionali e retail. Opzioni, futures e derivati, volti a proteggere i capitali dalle oscillazioni di mercato, stanno diventando sempre più costosi, perché la volatilità generata dai tweet, dai discorsi o dalle esternazioni aumenta il rischio percepito dai mercati. Questo incremento dei costi di copertura erode i margini di rendimento e rende più complesso bilanciare esposizione e sicurezza: strategie che fino a poco tempo fa garantivano un equilibrio tra protezione e profittabilità oggi richiedono esborsi maggiori, riducendo la convenienza economica complessiva e aumentando la pressione sulle performance dei portafogli. In pratica, ogni parola di Trump non solo muove le quotazioni, ma trasforma anche le stesse strategie difensive in un onere finanziario crescente.
La perdita del principio di solidarietà che si trasforma in costo
La solidarietà (uno dei principi fondanti della UE) non è un concetto astratto, né una categoria morale: ha costi concreti, misurabili e crescenti, che si manifestano sia sul piano della convivenza pacifica sia su quello economico-finanziario.
Sul piano culturale e politico, il venir meno della solidarietà ed il decadimento di principi morali in termini generali rende più facile e plausibile l’intervento militare e l’aggressione a stati sovrani. Questo alimenta una spirale di sospetto permanente: alleanze fragili, trattati percepiti come temporanei, impegni che possono essere disdetti in qualsiasi momento. Il risultato è una convivenza internazionale più instabile, in cui la pace non è più un obiettivo condiviso ma una tregua condizionata, sempre esposta a rotture improvvise. A livello interno, questa logica si riflette in società più polarizzate, scontro politico accesso e il ricorso a capri espiatori su cui far coinvolgere il dissenso (immigrazione, sicurezza, disuguaglianza); ogni scelta è letta in termini di “vincitori” e “vinti”.
I costi economici e finanziari sono altrettanto evidenti, soprattutto nell’attuale contesto geopolitico. Duplicazioni produttive, protezionismo con uso strategico di dazi e sanzioni hanno effetti diretti sull’inflazione e sulla crescita potenziale. Le emarginazioni di intere classi sociali minano la domanda interna ed il sistema produttivo: le imprese non investono e le catene del valore diventano più corte, più costose e meno efficienti.
In sintesi, senza solidarietà il sistema globale perde il suo “ammortizzatore invisibile”: tutto funziona ancora, ma a costi più alti, con meno fiducia e maggiore instabilità. Un mondo che rinuncia alla cooperazione non diventa più efficiente o più libero, ma più caro, più fragile e più conflittuale — una realtà che mercati e governi stanno iniziando a sperimentare, spesso senza averla ancora pienamente messa a bilancio.