Una serie di rovesci strategici ha infranto i sogni di gloria che il Regno Unito aveva coltivato da quando Margareth Thatcher decise di portare la City nuovamente al centro del sistema finanziario mondiale, di liberalizzare l’economia e di privatizzare gli asset pubblici.
Il vecchio mondo del Welfare State, con la protezione dei cittadini britannici dalla culla alla tomba che era stato teorizzato da Lord Beveridge, anticipando nettamente il keynesismo interventista di F.D. Roosevelt, non reggeva più il passo: i troppi vincoli normativi che si erano andati accumulando nel tempo, e le interminabili liturgie sindacali avevano intorpidito lo spirito imprenditoriale che era stato il vanto della ormai lontanissima rivoluzione industriale del primo Ottocento. La stessa epoca coloniale, che aveva procurato immense ricchezze e diffusa prosperità, era ormai un lontano ricordo: il Commonwealth era poco più di un fantasma della antica potenza imperiale.
L’epoca delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni imposta all’Unione europea creó l’illusione che la City avesse ritrovato l’antico splendore: raccoglieva i capitali che indebitavano le imprese nuovi entranti sul mercato, finanziava coloro che subentravano nelle imprese pubbliche privatizzate in aggiunta al risparmio popolare che partecipava a sua volta a quella rivoluzione proprietaria.
La festa della City duró un decennio appena, visto che più operatori entravano sul mercato reso concorrenziale e più i profitti diventavano esigui. E, poi, era stato il Nasdq americano ad attirare i capitali da tutto il mondo nella speranza di lucrare enormi guadagni: un miraggio che fu tradito già nel 2001 con lo scoppio della bolla delle dot.com. Non ci si riprese dal crollo dei valori azionari delle società internet-based e di telecomunicazioni, che erano arrivati a valori stellari, facendo saltare il sistema: gli asset si erano deprezzati mentre i debiti continuavano a macinare interessi e rate di rimborso non più sostenibili.
Passarono pochi anni, trascorsi nella vana ricerca di riprendersi, quando fu la Grande Crisi Americana del 2008 ed il successivo collasso dell’Eurozona periferica, determinato dalle difficoltà finanziarie dei Paesi PIIGS, a mettere nuovamente in discussione il ruolo del Regno Unito nell’ambito della Unione Europea: tutta l’attenzione politica di Francia e Germania, guidate dal Presidente Sarkozy e dalla Cancelliera Merkel, era rivolto a salvare dal tracollo le banche che avevano investito in titoli americani rivelatisi truffaldini; ad imporre un rigore di bilancio asfissiante mediante il Fiscal Compact; ad impostare il Fondo Salvastati per evitare che le crisi di Grecia, Portogallo e Spagna facessero implodere l’Euro; ad accentrare nella BCE la vigilanza precauzionale sulle banche considerate sistemiche nell’ambito dell’Eurozona.
Tutte questioni, queste, che al Premier inglese Cameron non interessavano affatto, visto che il Regno Unito aveva mantenuto la Sterlina e non aveva alcun interesse a sottoporsi alle misure restrittive imposte nell’Eurozona per assicurarne la stabilità: allora prese le mosse l’idea di uscire dall’Unione europea, che avrebbe imposto al Regno Unito una serie di vincoli assolutamente inutili e comunque sproporzionati.
La Brexit rappresentó l’esito scontato di una strategia volta a riprendere libertà di azione sullo scacchiere globale: era intanto la Cina, caratterizzata da una crescita economica travolgente, ad attirare l’attenzione della City. Poteva essere un partner di eccezionale rilievo nell’intento di aiutare Pechino ad internazionalizzare il suo sistema finanziario e monetario, in competizione con il sistema imperniato sul dollaro e su Wall Street: Hong Kong, vecchia colonia britannica, era già lí, pronta a fare da ponte.
Il Presidente cinese Xi Jinping fu ricevuto a Londra il 20 ottobre del 2015 con tutti gli onori dalla Regina Elisabetta, tra sfilate di carrozze d’epoca e salve di cannoni: tutto era stato predisposto per avviare la cooperazione con il più antico impero del mondo.
Fu l’America di Barak Obama a mettersi di traverso, proponendo a tutti i Paesi del Pacifico la stipula di un Trattato di liberalizzazione preferenziale degli scambi commerciali, la TPP (Trans Pacific Partnership), che aveva l’obiettivo di escludere la Cina. Simmetricamente, sul versante dell’Atlantico, l’America aveva proposto all’Unione europea un Trattato dal contenuto ancora più ampio (TTIP Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership) volto in questo caso ad isolare la Russia.
Londra si trovó in grave difficoltà: non solo la Cina era diventata un competitor economico degli Usa, ma erano le banche ed i fondi di investimento americani che avevano messo in linea di mira il ricchissimo risparmio interno cinese. Se mai si fosse potuti arrivare ad un accordo con Pechino, spettava a loro fare la parte del leone.
La guerra in Ucraina, determinata dall’invasione da parte della Russia nel febbraio del 2022 dopo l’annessione della Crimea, ha riproposto alla politica estera britannica temi storicamente ricorrenti: bloccare l’accesso della Russia al Mediterraneo ed evitarne una saldatura con la Germania. Un consolidamento strategico delle già intense relazioni energetiche create tra questi due Paesi avrebbe pregiudicato definitivamente il ruolo equilibratore e di contraltare che il Regno Unito da secoli esercita da secoli nelle vicende europee.
Purtroppo la realtà è quella che è: al di là del peso esercitato nell’ambito della Nato per sostenere ad ogni costo l’Ucraina, nonostante ogni sostegno palese ed occulto fornito a Kiev, nonostante ogni ostacolo frapposto alle ipotesi di accordo con Mosca, la situazione economica britannica è preoccupante.
Così come il suo sistema politico, dopo la lunghissima stagione al governo dei Conservatori, non trova nell’attuale Premier laburista Starmer nessun indirizzo capace di delineare una strategia a lungo termine capace di risollevare le sorti del Regno Unito e della City: i capitali indiani non hanno più alcun bisogno di Londra; quelli arabi hanno trovato a Dubai una alternativa assai più vantaggiosa; quelli cinesi usano Hong Kong a loro piacimento; quelli russi sono fuggiti subito dopo le sanzioni comminate contro gli oligarchi che erano rimasti gli ultimi a spendere e spandere.
Solo una partnership economica ed industriale con l’Italia delle medie imprese, se finalmente si dimettesse la boria imperiale, potrebbe risollevare le sorti di un Paese che ancora è capace di fare finanza d’impresa e sottrarre l’Italia alla morsa del contoterzismo manifatturiero tedesco ormai in crisi.