Évian potrebbe passare alla storia come il vertice in cui Donald Trump ha smesso di essere un elemento estraneo per prendere parte a una nuova convergenza internazionale.
I precedenti incontri del G7 erano stati caratterizzati da profonde divergenze sui dazi, sull’Ucraina e sul Medio Oriente e avevano spesso prodotto risultati limitati. In questa occasione, tuttavia, l’accordo con l’Iran raggiunto da Trump all’inizio della settimana sembra aver creato un clima più costruttivo per lo svolgimento lavori.
Lo stesso presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di un «momento Évian», suggerendo il carattere quasi rivoluzionario di un G7 rivitalizzato, nuovamente unito dopo molti anni di differenze di visione al suo interno.
L’unità mostrata a Évian non è stata soltanto politica. I mercati premiano la prevedibilità, e gli investitori temevano che un conflitto prolungato in Medio Oriente potesse provocare un nuovo shock energetico. Le preoccupazioni riguardanti le rotte commerciali, l’inflazione e le forniture di energia hanno spinto i leader verso la cooperazione tanto quanto le considerazioni diplomatiche.
L’accordo con l’Iran e l’economia della stabilità
Il principale successo del vertice non è stato di natura militare, ma economica: evitare un nuovo shock energetico. L’annuncio dell’accordo di pace tra Washington e Teheran, firmato il 18 giugno, ha immediatamente rassicurato i mercati internazionali. Una volta raggiunta l’intesa, Trump ha annunciato la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz per garantire il regolare transito delle navi.
Il accordo di pace è stato firmato, ma i negoziati che avrebbero dovuto tenersi questo fine settimana in Svizzera tra gli Stati Uniti e l’Iran sono stati rinviati a tempo indeterminato. Al momento non è chiaro quale impatto ciò possa avere sul percorso verso la pace, anche se per ora la tregua nel conflitto sembra reggere.
Tre sono i principali ambiti che potrebbero trarre beneficio economicamente dal ritorno alla pace e dalla riapertura dello Stretto.
Il primo e più immediato è il settore energetico. Quasi un quinto delle forniture mondiali di petrolio transita attraverso lo Stretto di Hormuz e i timori di interruzioni durante il conflitto avevano fatto impennare i prezzi del greggio. Per l’Europa, già indebolita dalle successive crisi energetiche, un ulteriore shock avrebbe rischiato di riaccendere l’inflazione e frenare la crescita economica.
L’accordo di pace ha già avuto effetti visibili sui mercati delle materie prime: il Brent è sceso da oltre 87 dollari al barile il 10 giugno a 75,85 dollari il 18 giugno, con una diminuzione di quasi il 14%. Sebbene occorra tempo affinché questi ribassi si riflettano su famiglie e imprese, prezzi energetici più bassi dovrebbero consentire alle banche centrali di proseguire il graduale allentamento della politica monetaria e ridurre le pressioni sui consumatori.
Un secondo beneficiario è il commercio internazionale. Con le rotte marittime nuovamente sicure e il rischio di interruzioni ridotto, i premi assicurativi e i costi di trasporto sono destinati a diminuire. Queste riduzioni potrebbero tradursi in prezzi più bassi per i beni importati, alleviando le tensioni sulle catene globali di approvvigionamento.
Infine, a trarre vantaggio sarebbe l’intera economia mondiale. Eliminando la minaccia di un nuovo shock energetico, governi e investitori possono ora concentrarsi sulla crescita anziché sulla gestione delle crisi. Al di là di retoriche trionfalistiche, il vero dividendo dell’accordo con l’Iran consiste nell’aver evitato un nuovo shock inflazionistico che nessuna delle principali economie mondiali avrebbe potuto permettersi.
L’Ucraina e l’allusione di Trump: «Qualcosa di grande sta per accadere»
Le ultime ore del vertice hanno spostato l’attenzione dal Medio Oriente all’Ucraina, dove Trump ha lasciato intendere che potrebbe profilarsi un nuovo sviluppo diplomatico. A differenza dei precedenti incontri del G7, segnati da divisioni sul tema ucraino, questo vertice ha mostrato i principali leader uniti sulla guerra alle porte dell’Europa.
Dopo una conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin, e in presenza del Presidente ucraino Zelensky, Trump ha lanciato un enigmatico annuncio: «Qualcosa di grande sta per accadere». Con Kiev e Mosca che mostrano segni di stanchezza e con il riemergere di discussioni su possibili quadri negoziali, le parole del presidente statunitense hanno alimentato le speculazioni su un nuovo tentativo di mediazione tra Russia e Ucraina, di cui tutti i tentativi finora sono stati in vano.
Al di là delle implicazioni geopolitiche delle dichiarazioni di Trump, la prospettiva di un’apertura diplomatica avrebbe conseguenze economiche significative. Per l’Europa, una riduzione delle ostilità si tradurrebbe non solo in una maggiore sicurezza, ma anche in minori spese per la difesa dopo anni di forte incremento degli investimenti militari. Ancora più importante, la prospettiva della pace rafforzerebbe la fiducia degli investitori e ridurrebbe la volatilità che dal 2022 ha colpito i mercati dell’energia e delle materie prime.
Anche per la Russia eventuali progressi verso un accordo potrebbero aprire, seppur gradualmente e a determinate condizioni, la strada a un alleggerimento delle sanzioni e a un parziale ritorno nei circuiti finanziari e commerciali globali. Anche senza una piena normalizzazione delle relazioni, la sola aspettativa di un contesto geopolitico più stabile potrebbe favorire gli investimenti e alleviare le pressioni sui settori chiave dell’economia russa.
L’intera economia mondiale trarrebbe beneficio da un riappacificamento. Una riduzione del rischio geopolitico diminuirebbe i premi di rischio incorporati nei prezzi delle materie prime, contribuirebbe a una maggiore stabilità dei mercati alimentari ed energetici e fornirebbe un ambiente più favorevole alla crescita.
La prospettiva di una maggiore stabilità
Resta incerto se la previsione di Trump secondo cui «qualcosa di grande sta per accadere» preannunci davvero una svolta sul fronte ucraino. Ciò che è emerso da Évian è però una consapevolezza condivisa: la pace non rappresenta più soltanto un’aspirazione morale o un obiettivo strategico, ma una necessità economica. E sembra, in questo caso, che il presidente Trump, sia stato l’artefice di questa spinta per calmare le acque della diplomazia internazionale.
Da Teheran a Kiev, le principali economie del mondo sembrano sempre più consapevoli del fatto che la stabilità stessa è diventata una risorsa scarsa. Se la prima metà del decennio è stata definita dall’economia del conflitto, Évian potrebbe diventare il simbolo dell’inizio di una nuova fase, plasmata dall’economia della pace.
Articolo pubblicato su Money.it edizione internazionale. Titolo originale: From Discord to Consensus: a Return to G7 unity