C’era una volta la Cina, Eden dorato per le grandi aziende occidentali nel quale investire, delocalizzare, aprire nuovi stabilimenti per conquistare, passo dopo passo, l’immenso mercato locale formato da centinaia e centinaia di milioni di potenziali consumatori.
Oggi, sia per le crescenti tensioni internazionali sia per l’ascesa di player autoctoni, è sempre più complicato farsi strada all’ombra della Città Proibita. E questo vale nche per colossi del calibro di Starbucks, Apple, McDonald’s e simili.
A proposito dei big a stelle e strisce, se durante il primo mandato di Donald Trump le principali aziende statunitensi sostenevano che una guerra commerciale tra il loro Paese e la Cina sarebbe stata negativa, tanto per gli affari quanto per gli americani, oggi il vento sembrerebbe esser cambiato. Con Trump in procinto di tornare alla Casa Bianca, ha scritto il Wall Street Journal in un lungo approfondimento, queste stesse società hanno smesso di considerare la Repubblica Popolare Cinese come una terra delle opportunità infinite.
Nel 2023, la Cina era dietro solo a Messico e Canada nella classifica dei più importanti acquirenti di prodotti statunitensi. Le esportazioni americane oltre la Muraglia ammontavano a 147,8 miliardi di dollari, in calo però del 4% rispetto al 2022. Nel frattempo il deficit commerciale statunitense in merci con Pechino si è attestato intorno a 245 miliardi di dollari nei primi 10 mesi del 2024. Che cosa è successo?
Cambio di passo
La Camera di commercio americana in Cina ha fatto sapere che i suoi membri si sono recati in altri Paesi per effettuare nuovi investimenti. L’economia cinese, la seconda più grande al mondo, per decenni è cresciuta a un tasso annuo di quasi il 10% ma alla fine del 2024 si è dovuta accontentare del 5%. E nel 2025 è previsto un ulteriore calo.
In passato le aziende statunitensi erano ben felici di sopportare le difficoltà nel fare affari in Cina - tra cui la potenziale perdita di proprietà intellettuale e la pressione delle aziende statali - a causa del potenziale di crescita del Dragone (che sta adesso evaporando come neve al sole). Adesso non è più così.
Basta vedere cosa sta accadendo a Starbucks. Nel 2016, l’allora amministratore delegato Howard Schultz era convinto che quello cinese sarebbe diventato il più grande mercato per la società di caffè. Da allora, tuttavia, Starbucks è stata indebolita dalle catene locali che vendevano tazze di caffè a prezzi stracciati (2 dollari o meno), ed è rimasta indietro rispetto al leader nazionale Luckin Coffee. “L’ambiente competitivo è estremo”, ha affermato il nuovo CEO di Starbucks Brian Niccol, spiegando che l’azienda stava valutando delle partnership in Cina.
Tensioni globali e concorrenza locale
Nel tentativo di raggiungere l’autosufficienza, il governo cinese ha chiesto alle aziende statali locali di sostituire la tecnologia americana che aveva dominato la sua infrastruttura informatica del Paese - come i prodotti Microsoft e Oracle - con alternative nazionali. Risultato? Ad agosto IBM ha annunciato che avrebbe chiuso il suo dipartimento di ricerca e sviluppo in Cina, con conseguenti ripercussioni su oltre 1.000 persone, a causa dell’intensificarsi della concorrenza.
Cambiando settore, invece, nel 2007 General Motors era convinta che trasferire tecnologia e competenza in Cina fosse necessario per accedere al mercato del gigante asiatico. Per gran parte dell’ultimo decennio, GM ha in effetti venduto più veicoli nella nazione asiatica che negli Stati Uniti. Peccato che la quota di mercato in Cina della società è scesa dal 13,7% del 2018 all’8,4% nel 2023.
Ci sono poi da considerare le tensioni internazionali. Sia l’amministrazione Trump che quella Biden hanno infatti utilizzato controlli sulle esportazioni per bloccare le vendite alla Cina di tecnologie ritenute importanti per la sicurezza nazionale, come i chip di Nvidia e di altre aziende. Il CEO di Apple, Tim Cook, ha fatto pressioni pubbliche per ottenere esenzioni tariffarie durante il primo mandato di Trump ed è probabile che lo faccia di nuovo. Allo stesso tempo, Apple ha però diversificato la sua produzione in Paesi come Vietnam e India, e sta pure avendo difficoltà a conquistare i consumatori cinesi contro concorrenti locali come Huawei.
Per il Wsj, dunque, le aziende statunitensi che in passato avevano investito tempo e denaro per sviluppare le loro attività in Cina, ora non sarebbero più propense a difendere questi investimenti con campagne di lobbying pubblico a Washington.