L’ingresso in Borsa di SpaceX ha finalmente svelato ciò che per anni era rimasto un mistero gelosamente custodito: la composizione azionaria di una delle aziende più ambiziose e valutate al mondo.
Le dichiarazioni obbligatorie presentate alle autorità di vigilanza americane offrono oggi il quadro più completo mai avuto su chi detiene le quote di questa impresa che unisce razzi, satelliti e intelligenza artificiale, e che ha debuttato al Nasdaq il 12 giugno 2026 con un’offerta pubblica da record, raccogliendo oltre 85 miliardi di dollari e spingendo la capitalizzazione oltre i 2.000 miliardi.
Al centro di tutto resta Elon Musk. Secondo i documenti depositati, alla data del 30 giugno egli risultava beneficiario effettivo di circa 6,42 miliardi di azioni, equivalenti al 48,4 per cento della società su base pienamente convertibile. Con un prezzo di titolo intorno ai 140 dollari, il valore di questo pacchetto supera i 900 miliardi di dollari, una cifra che lo conferma come il principale azionista e, di fatto, il più ricco individuo del pianeta. Grazie alla struttura dual-class delle azioni, Elon Musk esercita inoltre un controllo schiacciante sui diritti di voto, superiore all’82 per cento.
Lo stesso imprenditore ha però precisato che una parte rilevante di queste azioni non è ancora definitivamente maturata, dipendendo dal raggiungimento di obiettivi estremamente ambiziosi legati alle performance future di SpaceX.
Gli azionisti di controllo
Dietro di lui si staglia un mosaico di investitori di altissimo profilo. Alphabet, la holding di Google, emerge come il maggiore azionista istituzionale dichiarato, con circa 551,2 milioni di azioni valutate intorno ai 77 miliardi di dollari al prezzo di 140 dollari. L’investimento risale al 2015, quando la società versò circa 900 milioni di dollari; a fine giugno, con il titolo a livelli più elevati, quel pacchetto valeva oltre 94 miliardi, moltiplicando di più di cento volte il capitale iniziale. Fidelity Investments segue con 302,6 milioni di azioni, per un valore di circa 42,4 miliardi, distribuite tra diversi fondi e conti gestiti. Peter Thiel, attraverso i veicoli legati a Founders Fund, controlla complessivamente circa 427,3 milioni di azioni, equivalenti a quasi 60 miliardi di dollari. Il miliardario, tra i primi sostenitori di Elon Musk, aveva investito 20 milioni già nel 2008.
Non meno rilevante è la posizione di Antonio Gracias, storico collaboratore e membro del consiglio di amministrazione, che attraverso Valor Equity Partners detiene oltre 503 milioni di azioni, per un valore superiore ai 70 miliardi. Gigafund appare con 171,8 milioni di titoli, il fondo sovrano saudita Public Investment Fund con 154,1 milioni (oltre 21 miliardi di dollari), mentre Nvidia ha dichiarato 122,8 milioni di azioni, stimate tra i 17 e i 21 miliardi, frutto anche del legame sorto con l’incorporazione di xAI. Sorprende, infine, la presenza di Harvard Management Company, che ha rivelato un pacchetto di quasi 13 milioni di azioni, del valore di oltre 2 miliardi di dollari, divenuto la maggiore posizione azionaria del suo portafoglio americano dichiarato.
Un controllo del capitale molto concentrato
La concentrazione del capitale è impressionante: più di 1.500 investitori hanno presentato le proprie partecipazioni, ma soltanto 23 di essi rappresentano oltre l’80 per cento delle azioni risultanti dalle comunicazioni. All’opposto, circa 1.340 soggetti detengono ciascuno meno di 100.000 titoli e, messi insieme, non raggiungono l’1 per cento del totale dichiarato. Questa polarizzazione rende ancora più delicato il percorso di liberazione delle azioni sottoposte a lock-up.
Il primo sblocco, avvenuto il 6 agosto con circa 912 milioni di titoli resi disponibili, non ha provocato il temuto crollo; al contrario, il titolo ha registrato un forte rimbalzo dopo aver toccato un minimo vicino ai 105 dollari all’inizio del mese. Il prossimo appuntamento, fissato per il 20 agosto, libererà fino a 319 milioni di azioni e rappresenterà un nuovo, importante test per la capacità del mercato di assorbire ulteriore offerta senza interrompere la ripresa in corso, che ha riportato le quotazioni sopra i livelli dell’IPO e verso i 150 dollari.
La traiettoria di SpaceX dal debutto è stata tutt’altro che lineare: dopo un’impennata iniziale oltre i 225 dollari, il titolo ha perso più della metà del valore, per poi recuperare grazie ai risultati trimestrali e all’assenza di vendite massicce nel primo unlock. Nei mesi successivi seguiranno ulteriori finestre di liberazione, con centinaia di milioni di azioni potenzialmente disponibili tra settembre e ottobre. La struttura graduale scelta dalla società mira a evitare uno shock di offerta, ma la pressione rimane concreta, soprattutto da parte di investitori storici e dipendenti che per la prima volta possono monetizzare una parte dei guadagni maturati in due decenni di attività privata.