La cura migliore contro il Covid-19? Ricercatori: «I nanoanticorpi»

Redazione IlGiornale.it

19 Gennaio 2021 - 18:00

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L’intervista esclusiva ai ricercatori di quella che potrebbe essere la cura migliore contro il Covid-19: nanoanticorpi in grado di impedire al virus di entrare nelle cellule umane.

La cura migliore contro il Covid-19? Ricercatori: «I nanoanticorpi»

Nuove speranze nella lotta alla pandemia arrivano dai nanoanticorpi che impediscono al Covid-19 di entrare nelle cellule umane.

La ricerca è stata condotta da studiosi svedesi, tedeschi e americani su alpaca e lama, pubblicata sulla prestigiosa rivista Science e mostra l’effetto particolarmente buono anche con le mutazioni del virus.

Secondo i ricercatori - intervistati in esclusiva su ilGiornale.it - potranno essere già sviluppati nei prossimi mesi in alcuni trattamenti contro il Covid-19.

I nanoanticorpi, essendo significativamente più piccoli, sono in grado di legarsi al virus in più punti rispetto ai normali anticorpi. Inoltre, hanno anche una maggiore stabilità e sono più facili da produrre in modo conveniente su larga scala.

«La nostra scoperta ha il potenziale per essere sviluppata clinicamente in un farmaco profilattico o terapeutico. Nei nostri esperimenti in laboratorio, le nuove molecole si sono dimostrate molto potenti nell’inattivare SARS-CoV-2 e anche nel sopprimere i mutanti di fuga»,

hanno affermato due dei ricercatori.

Un’altra grande novità è rappresentata dal modo in cui potranno essere somministrati.

«Sono piuttosto robusti ed è possibile prevedere percorsi di consegna alternativi, come l’inalazione. La combinazione di diversi blocchi di nanoanticorpi in una singola molecola terapeutica, che è la base per la protezione contro i mutanti di fuga virale, è ottenuta molto più facilmente per questi rispetto agli anticorpi monoclonali»,

affermano.

Lo sviluppo clinico è attivamente perseguito dal Centro di Eccellenza scientifica Dioscuri, uno spin-off dell’Università di Bonn.

«Si prevede di eseguire i primi studi clinici nei prossimi mesi»,

dicono gli scienziati.

L’idea è eseguire i test in primavera e, se le prove cliniche avranno successo, iniziare con la somministrazione nei pazienti.

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