In Francia e in Germania la crisi politica è conclamata. Idem quella economica.
È da un po’ di tempo che i due Paesi neanche si azzardano più, contrariamente a quanto fatto ai tempi della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, a sfornare consigli all’Italia. Parigi e Berlino hanno altro a cui pensare, travolte entrambe da un caos istituzionale che le ha rese orfane dei rispettivi governi.
A Parigi il presidente Emmanuel Macron è tornato a nominare un primo ministro dopo il collasso del governo Barnier, caduto sotto i colpi della doppia sfiducia, cosiddetta doppia mozione di censura, presentata sia dalla sinistra radicale del Nuovo Fronte Popolare (NFP) che dall’estrema destra del Rassemblement Nationale di Marine Le Pen. In Germania, il governo Scholz è sul punto di essere ufficialmente sfiduciato. A fronte di ex Paesi PIIGS come Grecia e Italia su cui gli investitori non hanno problemi a posizionarsi, Parigi e Berlino non sembrano essere più i porti sicuri del passato, tanto osannati dagli operatori di mercato.
Cosa sta succedendo in Francia dopo collasso governo Barnier. Mercati sull’attenti
In Francia, un nuovo capitolo del libro della crisi politica infinita si è aperto con la nomina a primo ministro, da parte di Macron, del liberale François Bayrou. Toccherà dunque a Bayrou il compito difficile di formare un governo, così come aveva fatto poco più di tre mesi prima il predecessore Michel Barnier.
L’obiettivo è lo stesso: portare prima di tutto Parigi ad approvare la legge di bilancio per il 2025, in modo tale che il Paese e i suoi OAT non cadano nelle fauci della speculazione, già da un po’ di tempo spalancate.
L’obiettivo primo di Macron, così come quello dell’intera UE, è quello di vedere dunque approvato dall’Assemblea Nazionale il testo di una manovra che sia sostanzialmente la replica di quella ambiziosa proposta dal governo Barnier - del valore di 60 miliardi di euro, tra tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse - al fine di dimostrare prima di tutto ai mercati che la Francia è determinata a rispettare i nuovi diktat sul debito e sul deficit incisi nel nuovo Patto di Stabilità e di crescita UE.
Peccato che, se il governo Barnier è caduto, è stato proprio per la raffica di ultimatum lanciati dall’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon e dell’estrema destra di Marine Le Pen, che hanno bocciato la legge di bilancio, considerandola troppo all’insegna dell’austerity.
Il rischio che a Parigi si ripresenti il dejà vu della sfiducia e che la Francia si presenti all’inizio al 2025 orfana di una manovra, dunque, è tutto fuorché sventato: nelle prossime ore e nei prossimi giorni si vedrà se il premier appena nominato Bayrou riuscirà a mettere su una squadra che poi, in tempi strettissimi, riesca a presentare al Parlamento una manovra entro il prossimo 21 dicembre.
Verso la legge speciale per evitare lo shutdown
Nel frattempo, per scongiurare il peggio, il governo dimissionario di Michel Barnier, sfiduciato ma per ora ancora attivo per quanto concerne la gestione degli affari correnti, ha presentato una proposta di legge speciale per evitare il rischio di uno shutdown, che si concretizzerebbe nel caso in cui neanche Bayrou riuscisse a ottenere il via libera a una sua legge di bilancio.
Se approvata, la legge speciale, su cui il Parlamento francese inizierà a discutere oggi, consentirà a Parigi di scongiurare il pericolo di uno shutdown e dunque di continuare, anche in caso di una mancata manovra, a pagare le pensioni e gli stipendi agli aventi diritto, sulla base di quanto statuito dalla precedente legge di bilancio, ovvero di quella del 2024.
La stessa capacità di Bayrou di dar vita a un governo stabile è già in forse, viste le reazioni delle opposizioni alla sua nomina alla carica di premier da parte del Presidente Macron.
La sinistra di Jean-Luc Mélenchon ha già dichiarato battaglia, sventolando la minaccia di una mozione di censura contro il premier francese designato.
Il partito La France Insoumise di Mélenchon ha rifiutato di fatto di incontrare Bayrou, parlando di una situazione politica, nel Paese, che è “solo un’altra commedia”.
Marine Tondelier, del Partito francese dei Verdi, ha mostrato una apertura maggiore, affermando che il suo partito potrebbe decidere di non esprimere alcun giudizio contro Bayrou, a meno che quest’ultimo non torni a proporre misure vicine a quelle auspicate dal capo dell’Eliseo.
Infine, il leader del Rassemblement National Jordan Bardella ha criticato la nomina di Bayrou a premier, spiegando che il prescelto non gode né della maggioranza parlamentare, né tanto meno della legittimazione da parte del popolo francese.
Lo schiaffo Moody’s sul rating del debito francese
Nel frattempo, sempre più scettica sulla capacità di Parigi di risanare le proprie casse disastrate dello Stato, Moody’s ha già bocciato il debito pubblico transalpino, con un downgrade che ha portato il rating sugli OAT a scendere dal precedente giudizio pari ad “Aa2” a “Aa3”.
Risultato: dopo la carica di sell contro i titoli di Stato francesi, scatenata anche dal BCE-Day della scorsa settimana, e sebbene ci siano pochi scossoni sullo spread Francia-Germania, che rimane poco mosso a 79 punti base, il rendimento degli OAT a 10 anni viaggia al di sopra della soglia psicologica del 3%, al 3,03%.
Moody’s è decisamente scettica sull’abilità di qualsiasi governo francese di turno di procedere al consolidamento fiscale necessario per le casse dello Stato: “La decisione di bocciare il rating della Francia ad Aa3 riflette la nostra view, secondo la quale le finanze pubbliche si indeboliranno in modo notevole nel corso dei prossimi anni, a causa di una frammentazione politica più improbabile che impedirà un consolidamento fiscale significativo”.
Poche speranze, insomma, secondo Moody’s, che Parigi riesca a fare i compiti imposti da Bruxelles, frenando l’ascesa del suo debito e del suo deficit.
Alert punto di non ritorno per la Germania. Economia agonizzante, verso un declino irreversibile?
Ma se la Francia piange, la Germania non ride. Stavolta, le due economie che si erano prese beffe dell’Italia navigano davvero in cattive acque, tanto che un editoriale di Bloomberg dedicato alla crisi in particolare made in Germany parla, riferendosi a Berlino, di un “punto di non ritorno”.
“La Germania sta raggiungendo un punto di non ritorno. Gli industriali lo sanno, la gente nel Paese lo sente, ma i politici non hanno dato ancora risposte, portando piuttosto l’economia più grande dell’Europa su un sentiero che rischia di diventare irreversibile”.
Di fatto, “dopo cinque anni di stagnazione”, si legge nell’articolo, “l’economia tedesca presenta un valore inferiore del 5% rispetto a quello che avrebbe avuto nel caso in cui la crescita precedente alla pandemia avesse mantenuto il suo ritmo. Fattore ancora più preoccupante”, ha scritto Jana Randow di Bloomberg, “Bloomberg Economics prevede che gran parte” di questo gap pari al 5% sarà difficile da colmare, viste le sfide di carattere strutturale, che vanno dal fatto che Berlino non ha più accesso come in passato all’energia a basso costo di cui beneficiava quando era ancora in rapporti con la Russia - prima che esplodesse il conflitto in Ucraina - alla crisi che ha travolto il settore automobilistico, come ben dimostra il dramma di Volkswagen.
Tra l’altro oggi è una giornata campale anche per la Germania, visto che il governo Scholz chiederà ufficialmente la fiducia al Bundestag, al fine di dare il via all’iter che culminerà il prossimo 23 febbraio nelle elezioni anticipate che riporteranno i tedeschi alle urne.
Nessuno, tanto meno Scholz, si aspetta che il governo, dato già per morto, riesca a sopravvivere al test di oggi sebbene, paradossalmente, un voto a suo favore potrebbe arrivare proprio dall’estrema destra di AFD, al solo scopo di protrarre la lenta agonia dell’esecutivo, nel bel mezzo di una crisi che ha portato qualcuno, e anche da un bel po’ di tempo, a descrivere la Germania “il Sick Man of Europe”.
Alert Germania anche dal falco della BCE
Lo stesso presidente della Bundesbank ed esponente del Consiglio direttivo della BCE, il falco Joachim Nagel, ha ammesso che “la posizione competitiva dell’industria tedesca è peggiorata” e che “la crescita dei mercati esteri non ha dato quell’impulso alla crescita che era arrivato in passato ”.
A certificare la crisi della Germania, la prospettiva di una economia destinata a scivolare in recessione per il secondo anno consecutivo, che potrebbe tra l’altro impiegare anni a rialzare la testa, rimanendo agonizzante per un periodo di tempo piuttosto lungo.
Lo ha fatto notare, interpellata da Bloomberg, anche Amy Webb, fondatrice e numero uno del Future Today Institute, sottolineando che “la Germania non collassa dal giorno alla notte” e che “proprio questo fattore rende questo scenario così terribile”.
Ovvero? Il Paese è alle prese con “un declino molto lento, e decisamente protratto nel tempo, che trascina al ribasso con sé non un’azienda, né una città, ma un Paese intero e l’intera Europa”.
Non si tratta tra l’altro di problemi che andranno via da soli, come ha avvertito Jamie Rush, responsabile economista dei mercati di Bloomberg Economics, che ha lanciato un allarme sulla “necessità che il prossimo governo affronti con urgenza” alcune questioni, tra cui “le cause dei costi energetici elevati”, ridefinendo al contempo l’economia tedesca per prepararla alle sfide del futuro e per “migliorarne la produttività”.
Agire subito è cruciale, a fronte di un potenziale di crescita - ovvero del ritmo a cui l’economia potrebbe crescere senza generare inflazione - che si è ristretto fino a essere pari ad appena lo 0,4%, stando al Consiglio degli Esperti economici del Paese, mentre gli appelli a muoversi piovono da più parti.
“Dobbiamo creare finalmente condizioni per le aziende che siano attraenti”, ha detto Veronika Grimm, esponente della commissione di consulenti economici indipendenti del governo e docente presso l’Università Technical University di Nuremberg.
Crisi Germania epocale: le stime fosche degli economisti su PIL e tranvata dazi Trump
Bloomberg Economics ha dal canto suo calcolato che, al fine di migliorare il suo livello di competitività, colmando il divario che la separa da altre economie avanzate, la Germania dovrebbe innanzitutto spendere di più, aumentando gli investimenti annui in infrastrutture e altri investimenti in beni pubblici di circa 1/3, a 160 miliardi di euro: in sostanza, facendo salire la spesa di un importo pari a più dell’1% del PIL.
Un monito è stato lanciato anche da Stefan Koopman, strategist senior macro di Rabobank che, in una nota con cui ha commentato l’ultimo tonfo della produzione industriale del Paese, ha affermato che la fase di “ rapida deinstrializzazione che la Germania sta attraversando necessita di un profondo ripensamento di cosa ’l’economia tedesca’ davvero significhi”.
Finora, ci sono tuttavia scarse indicazioni che testimoniano, secondo lo strategist di Rabobank, che questo ripensamento si stia manifestando.
Il quadro è già di per sé fosco, senza considerare l’impatto dei dazi che la seconda amministrazione USA di Donald Trump si appresta a lanciare.
Includendo anche questo impatto, il German Economic Institute ha calcolato che, nei prossimi 4 anni della presidenza di Donald Trump, il PIL della Germania potrebbe assistere a una perdita compresa tra 127 e 180 miliardi di euro (presupponendo dazi da parte di Trump compresi tra il 10% e il 20% sulle importazioni USA di prodotti dell’Unione europea).
L’Istituto IFO ha avvertito inoltre che, con dazi di Trump potenziali pari al 20%, le esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti potrebbero soffrire un tonfo del 15% circa.
Emily Mansfield, responsabile della divisione europea dell’ Economist Intelligence Unit (EIU), ha riferito a Euronews Business che, “con Trump probabilmente il settore auto sarà sotto tiro (la Germania esporta molte auto di lusso nel mercato degli Stati Uniti), ma noi prevediamo che a essere esposti alle tariffe saranno anche l’acciaio e l’alluminio, i prodotti chimici e farmaceutici”.
E così, secondo diversi esperti, il rischio è che oltre al calare il sipario sul governo Scholz, prospettiva già data per certa da tutti, cali definitivamente il sipario anche sulla Germania primo motore dell’economia europea.