Così i dazi di Trump hanno colpito il Guangdong, la provincia più dinamica della Cina

Federico Giuliani

2 Settembre 2025 - 10:18

I dazi di Donald Trump hanno colpito il cuore manifatturiero della Cina. Ecco cosa succede nella dinamica provincia del Guangdong.

Così i dazi di Trump hanno colpito il Guangdong, la provincia più dinamica della Cina

I dazi decisi da Donald Trump hanno colpito in pieno il cuore manifatturiero della Cina. La dinamica provincia del Guangdong, sede del polo tecnologico di Shenzhen, della porta d’accesso commerciale di Guangzhou e di alcuni dei porti più trafficati del Paese, non deve solo fare i conti con i casi di febbre chikungunya e la disinfestazione di zanzare, ma anche con importanti contraccolpi conseguenza della guerra commerciale mossa da Washington.

Per capire cosa sta succedendo può essere utile raccontare la storia della città di Houjie, la stessa che durante il periodo di massimo splendore della produzione Made in China low cost era famosa per i suoi calzolai e la vivace vita notturna organizzata per le migliaia di acquirenti che la visitavano annualmente in cerca di affari.

Come altre parti del Guangdong, Houjie ha conosciuto un vero e proprio boom dopo che la Cina è diventata la potenza mondiale delle esportazioni. Il modello ha retto fino a quando gli Usa hanno sferrato nuovi dazi contro Pechino. Ora, ha scritto la Financial Review, a Houjie le fabbriche sono vuote e i ristoranti e le attività commerciali circostanti stanno soffrendo le pene dell’inferno.

I problemi del Guangdong

Perché il Guangdong è particolarmente vulnerabile ai dazi di Trump? Semplice: nel 2024 questa provincia ha fatto registrare esportazioni pari a quasi 5,9 trilioni di yuan (1,26 trilioni di dollari). Certo, Cina e Stati Uniti sono impegnati in lunghe trattative commerciali. E Washington ha pure ridotto i dazi aggiuntivi sui prodotti cinesi al 30% ma l’impatto creato dall’aumento delle imposte e dall’accresciuta incertezza dei rapporti tra le due super potenze continua a scuotere il cuore manifatturiero del Dragone.

Le tariffe statunitensi hanno dato il colpo di grazia a un’area che aveva già affrontato il rallentamento del settore immobiliare e la diminuzione della domanda interna. Il risultato di tutto è che le aziende locali sono esattamente al centro della guerra commerciale Usa-Cina. Non è un caso che lo scorso anno il Guangdong sia cresciuto solo del 3,5%, mancando il suo obiettivo per il terzo anno consecutivo e attestandosi ben al di sotto del tasso nazionale del 5%.

Shenzhen, polo high-tech e una delle città più ricche della Cina, è stata l’unica città della provincia a registrare una crescita superiore alla media nazionale nel 2024. La crescita annua nel capoluogo di provincia, Guangzhou, è stata solo del 2,1%. La vicina Foshan, nota per la produzione di mobili ed elettrodomestici, è cresciuta dell’1,3%. L’economia di Shantou, una città costiera che è stata una delle prime zone economiche speciali della Cina, è aumentata solo dello 0,02%.

Il tallone d’Achille di Pechino

Il pil pro capite del Guangdong è aumentato di oltre 220 volte nei 40 anni tra il 1978 e il 2018. Oggi l’economia di questa provincia è leggermente più grande di quella della Corea del Sud ma ha ormai perso gran parte del suo slancio.

Spinti dall’intensa speculazione durante gli anni del boom, i prezzi degli immobili locali hanno impiegato più tempo a riprendersi rispetto ad altre regioni ricche. La provincia, come se non bastasse, ospita anche alcuni dei più importanti costruttori indebitati della Cina, tra cui Evergrande, Kaisa, Vanke e Country Garden.

Il rallentamento nel Guangdong ha importanti implicazioni a livello nazionale. La provincia contribuisce infatti alle entrate fiscali del governo centrale più di qualsiasi altra. E negli ultimi la crisi economica nazionale ha spinto Pechino a destinare una quota maggiore di entrate fiscali alla stimolazione della crescita nelle regioni più povere. Pechino deve insomma risolvere il rebus Guangdong il più in fretta possibile: il tempo stringe.

Argomenti

# Dazi