Cosa succederebbe se gli investitori globali vendessero 27 trilioni di asset americani?

Redazione Money Premium

1 Febbraio 2026 - 08:03

Il mondo sfida l’America? Perché vendere i titoli USA è più difficile di quanto sembri.

Cosa succederebbe se gli investitori globali vendessero 27 trilioni di asset americani?

La discussione sul “Sell America” è tornata, alimentata dalle mosse politiche aggressive dell’amministrazione Donald Trump. Nonostante la possibilità di un accordo con la Groenlandia, il dibattito sulla sostenibilità della gigantesca esposizione globale agli asset statunitensi non sembra destinato a scomparire.

Secondo i dati ufficiali del U.S. Treasury, nel 2025 gli investitori stranieri hanno acquistato un netto di 1,27 trilioni di dollari di titoli statunitensi, in gran parte spinti dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e dai mercati azionari di Wall Street. Tuttavia, il mondo possiede ancora circa 27,6 trilioni di dollari in asset statunitensi netti, una posizione storicamente elevata che costituisce oltre il 90% del PIL degli USA.

In termini finanziari, questo significa che il mondo è “long” sugli USA per 27,6 trilioni di dollari, una posizione squilibrata soprattutto per quanto riguarda le azioni. Alcuni osservatori parlano di una vera e propria “spada di Damocle” che pende sui mercati statunitensi.

Con le politiche bellicose di Trump che hanno scosso le alleanze con l’Europa, la domanda è se il mondo continuerà a mantenere questa esposizione o inizierà a riallocare i propri capitali. Alcuni fondi pensione scandinavi hanno segnalato l’intenzione di ridurre le proprie partecipazioni in titoli del Tesoro USA, ma secondo il Segretario al Tesoro Scott Bessent la loro dimensione è troppo piccola per avere un impatto significativo.

Il dibattito richiama il concetto di “mutually assured financial destruction”, precedentemente associato al timore che Cina potesse vendere i propri Treasury per aumentare i rendimenti e danneggiare Washington. Negli ultimi anni, Pechino ha ridotto gradualmente la propria esposizione senza provocare grandi oscillazioni, grazie alla domanda da parte di paesi europei come Regno Unito, Belgio e Irlanda.

I paesi europei possiedono circa 8 trilioni di dollari in azioni e obbligazioni statunitensi, quasi il doppio del resto del mondo combinato. Nonostante le tensioni politiche, un rapido disaccoppiamento dagli USA sarebbe difficile e rischioso, vista l’assenza di mercati comparabili in termini di liquidità e dimensioni e la necessità di investire nelle società più innovative e preziose al mondo.

Non esiste modo di ristrutturare l’economia globale senza una significativa distruzione di ricchezza: la posizione lunga degli investitori sul dollaro è enorme, e convincere il mondo a ridurre la propria esposizione sarebbe complicato.

Tuttavia, la crescita degli investimenti netti dagli stranieri è essenziale per sostenere il deficit delle partite correnti statunitense. Nonostante le politiche protezionistiche di Trump e la riduzione del deficit negli ultimi due trimestri, servono ancora afflussi netti annui superiori a 1 trilione di dollari. Nel 2025, su 1,27 trilioni di dollari di titoli acquistati da stranieri, 663 miliardi erano in azioni, più del triplo rispetto allo stesso periodo del 2024.
Ill mondo è incredibilmente lungo sugli USA. Non si tratta tanto di convincere gli investitori a mantenere le proprie partecipazioni, quanto di stimolare ulteriori acquisti.

Con l’instabilità politica proveniente da Washington e la continua ristrutturazione degli equilibri globali, mantenere la fiducia internazionale sugli USA sarà una sfida. La posizione netta lunga del mondo sugli USA rappresenta sia un’opportunità che un rischio: se gestita correttamente, garantisce finanziamenti vitali, ma un cambiamento improvviso potrebbe erodere rapidamente il valore degli asset statunitensi e minare il concetto di eccezionalismo americano.

In questo contesto, il futuro del dollaro e dei titoli statunitensi dipenderà tanto dalle scelte politiche di Donald Trump quanto dalla volontà del mondo di sostenere una posizione lunga storicamente senza precedenti.