Petrolio sopra i 108 dollari. Cosa sta succedendo e perché i prezzi possono ancora salire

Flavia Provenzani

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Il petrolio torna sopra i 108 dollari mentre salta l’incontro sull’apertura dello Stretto di Hormuz. Trump minaccia l’Iran e cresce il rischio di una nuova crisi energetica.

Petrolio sopra i 108 dollari. Cosa sta succedendo e perché i prezzi possono ancora salire

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Il rinvio dell’incontro tra l’Iran e gli stati del Golfo sullo Stretto di Hormuz ha fatto impennare nuovamente i prezzi del petrolio, con il Brent che questa mattina ha superato i 108 dollari. Sullo sfondo, la crisi in corso in Medio Oriente continua ad esercitare pressione sulle forniture globali e sui flussi energetici, con un aumento delle analisi sulla resilienza del mercato.

Nello specifico, il Brent, il benchmark internazionale per i prezzi del petrolio, è aumentato del 3,5%, superando i 108 dollari al barile, e attualmente si attesta intorno ai 107 dollari.

Perché il prezzo del petrolio sta salendo

I prezzi del petrolio greggio hanno iniziato a subire una pressione al rialzo dopo che l’Arabia Saudita ha chiuso l’oleodotto Est-Ovest a seguito dell’attacco con droni della scorsa settimana contro le infrastrutture petrolifere del regno. Riad ha annunciato venerdì sera la chiusura dell’oleodotto, diventato cruciale per la capacità del paese di esportare petrolio dopo che l’Iran ha interrotto il transito attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il secondo parametro critico che sta spingendo nuovamente al rialzo i prezzi del petrolio, come anticipato, è il rinvio dell’incontro sullo Stretto di Hormuz. I ministri degli Esteri di Iran e dei Paesi arabi avrebbero dovuto incontrarsi in Oman per discutere un accordo tra Teheran e Mascate sulla gestione temporanea della navigazione attraverso lo Stretto. Tuttavia, l’incontro è stato rinviato «nell’interesse del consenso», ha annunciato il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi. «Restiamo impegnati a promuovere un dialogo che sostenga la stabilità e una cooperazione duratura nella nostra regione», ha scritto in un post su X, senza fornire ulteriori dettagli.

Il terzo fattore che sta spingendo al rialzo il prezzo del petrolio riguarda l’abbattimento di un drone statunitense sullo Stretto di Hormuz. Come annunciato oggi dalle Guardie Rivoluzionarie, il «nuovo sistema di difesa aerospaziale avanzato» iraniano ha intercettato e distrutto un MQ-1 sullo Stretto di Hormuz. Come riportato dal Financial Times, l’MQ-1 è prodotto dalla società di difesa americana General Atomics ed è stato storicamente utilizzato principalmente dall’aeronautica militare statunitense e dalla CIA.

Petrolio: Trump minaccia l’Iran con il «modello Venezuela»

Domenica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che Washington potrebbe continuare la sua campagna contro l’Iran e ottenere il controllo del suo petrolio, paragonando tale scenario all’intesa raggiunta dagli Stati Uniti con il Venezuela all’inizio di quest’anno. «Alla fine usciremo dalla guerra, a meno che non decidiamo di rimanere e tenerci il petrolio, come in Venezuela», ha detto Trump a margine del torneo di golf Irish Open in Irlanda.

Il presidente statunitense ha aggiunto di aspettarsi che la guerra con l’Iran finisca entro il 2026, possibilmente dopo le elezioni midterm di novembre, e ha insistito sul fatto che i prezzi del gas «crolleranno» una volta terminato il conflitto. Il presidente degli Stati Uniti ha affermato che accetterà solo «l’accordo giusto», aggiungendo che Teheran «chiama continuamente» chiedendo colloqui di pace, un’affermazione che l’Iran ha precedentemente smentito.

Hormuz al centro della guerra

Dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, a febbraio l’Iran ha imposto delle forti restrizioni al traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, trasformando la via marittima in un fronte chiave del conflitto. Prima della guerra, circa un quinto del petrolio e del gas mondiali transitava attraverso lo Stretto di Hormuz.

L’incontro in Oman rappresenterebbe la prima volta in quasi due anni in cui i massimi diplomatici dei sei Stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) - Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Oman e Bahrein - si riunirebbero allo stesso tavolo con le loro controparti iraniane. Anche l’Iraq avrebbe dovuto partecipare all’incontro. Il Bahrein, che detiene la presidenza di turno del CCG ed è tra i Paesi del Golfo più colpiti dalle ritorsioni iraniane, ha annunciato sabato che non avrebbe partecipato.

Il piano tra Oman e Iran

L’Oman e l’Iran speravano che l’incontro programmato, promosso da Mascate, avrebbe garantito il sostegno regionale al loro accordo provvisorio sulla gestione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. Secondo il piano, le navi sarebbero entrate nello Stretto attraverso le acque iraniane e ne sarebbero uscite principalmente attraverso le acque territoriali omanite.

Mascate e Teheran avevano trascorso settimane a negoziare l’accordo provvisorio, che sarebbe rimasto in vigore fino a quando l’Iran e i suoi vicini del Golfo non avessero raggiunto un’intesa sul futuro status dello strategico passaggio marittimo. Il piano era stato visto anche come una possibile via per allentare le ostilità tra gli Stati Uniti e l’Iran circa lo Stretto di Hormuz.

I diplomatici avevano tuttavia avvertito che, per aprire completamente lo Stretto, sarebbe stato necessario anche un accordo tra Washington e Teheran, ricorda il Wall Street Journal.

L’accordo di 60 giorni è fallito

Si sperava inoltre che l’accordo tra Iran e Oman potesse aprire la strada a un ritorno al memorandum d’intesa, di breve durata, firmato da Iran e Stati Uniti a giugno. Il memorandum prevedeva una proroga di 60 giorni del cessate il fuoco, la graduale apertura dello Stretto e l’avvio di colloqui per una soluzione definitiva che ponesse fine alla guerra, compreso un accordo sul programma nucleare iraniano.

Tuttavia, Teheran e Washington si sono accusate a vicenda di aver violato l’accordo, in parte a causa di un disaccordo sulle modalità di transito delle navi attraverso lo Stretto, la principale arma negoziale dell’Iran. La disputa ha innescato una nuova ondata di attacchi e rappresaglie sempre più violente.

Le condizioni poste dall’Iran per la piena apertura dello Stretto

L’Iran, dal canto suo, insiste sul fatto che, anche se dovesse finalizzare un accordo con l’Oman, aprirà completamente lo Stretto solo se gli Stati Uniti soddisferanno le sue condizioni. Tra le richieste di Teheran figurano la revoca del blocco dei porti iraniani, il ripristino dell’esenzione che consente all’Iran di vendere petrolio e l’accesso ad alcuni dei suoi beni che rimangono congelati all’estero.

E mentre Donald Trump afferma che lo Stretto di Hormuz è aperto, in pratica le esportazioni di energia dei Paesi del Golfo rimangono strettamente limitate, mentre le importazioni di merci via mare non sono possibili, sottolinea il Wall Street Journal.

Il prezzo del petrolio continuerà a salire?

Nonostante le temporanee interruzioni di corrente,nella sua analisi di ieri la CNN sostiene che il mercato petrolifero si è dimostrato straordinariamente resiliente - aggira lo Stretto di Hormuz attraverso rotte di trasporto alternative, utilizza ingenti riserve di greggio e ha drasticamente ridotto il consumo globale di petrolio.
Si osserva, tuttavia, la permanenza di seri dubbi sulla possibilità di mantenere tali condizioni e sulla durata di tale mantenimento.

Alcuni analisti stimano che il mercato petrolifero potrebbe mantenere questo nuovo equilibrio per il prossimo futuro, anche se lo Stretto di Hormuz non dovesse rimanere né completamente aperto né completamente chiuso. In uno scenario del genere, l’amministrazione Trump potrebbe, in teoria, prolungare a lungo lo scontro con l’Iran.

Altri, tuttavia, temono che le soluzioni provvisorie che attualmente tengono a galla il mercato finiranno per smettere di funzionare, spingendo l’offerta globale verso un «punto di non ritorno». In tal caso, i prezzi dell’energia non potrebbero che aumentare, costringendo potenzialmente gli Stati Uniti a porre fine alla guerra per scongiurare un disastro economico.

Sebbene il mercato petrolifero si sia adattato a una nuova normalità, il mosaico di soluzioni temporanee che lo tiene a galla presenta diversi punti deboli che potrebbero cedere se messi alla prova troppo a lungo. Gli Stati Uniti e la Cina hanno fatto molto affidamento sulle loro riserve petrolifere per attutire lo shock della guerra e, finora, hanno resistito molto più a lungo del previsto.

Nelle ultime settimane la Cina ha gradualmente aumentato le importazioni di petrolio, ma rimangono comunque inferiori di diversi milioni di barili al giorno rispetto ai livelli prebellici. Pochi al di fuori del governo cinese sanno con precisione quanto petrolio il paese abbia effettivamente immagazzinato, ma si stima che le riserve si aggirino intorno a 1 miliardo di barili.

Secondo Hamad Hussein, economista specializzato in materie prime presso Capital Economics, se la guerra dovesse protrarsi a lungo, in un momento imprecisato del futuro, tali riserve si esaurirebbero. Ciò causerebbe un grave squilibrio tra domanda e offerta, con la potenziale conseguenza di un’impennata dei prezzi del petrolio, esattamente lo scenario previsto dalla maggior parte degli analisti allo scoppio della guerra.

Il rischio per il mercato del petrolio

Probabilmente, la riduzione delle scorte non causerebbe un’impennata immediata dei prezzi ma renderebbe il petrolio significativamente più volatile, non necessariamente quest’anno, ma verso la fine del prossimo anno se la situazione attuale dovesse persistere, secondo Dan Pickering, fondatore e responsabile degli investimenti di Pickering Energy Partners.

Il motivo è che non è possibile costruire oleodotti alternativi con la rapidità necessaria, e nemmeno nuove fonti di approvvigionamento, come il Venezuela, saranno in grado di coprire il deficit a tempo indeterminato.
Ma c’è un altro fattore cruciale: la capacità delle forze armate statunitensi di sostenere le operazioni attuali a lungo termine. «Non è la mano invisibile del mercato. È l’esercito che trova una soluzione», ha affermato Helima Croft, responsabile della strategia globale sulle materie prime presso RBC Capital Markets.

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