Cosa stiamo sbagliando nella pianificazione della pensione?

Redazione Money Premium

20 Maggio 2025 - 07:14

Dagli studi di McQuarrie emergono i limiti storici della regola del 4% nella pianificazione della pensione: inflazione, costi e rendimenti possono cambiare drasticamente il risultato finale.

Cosa stiamo sbagliando nella pianificazione della pensione?

Nella fase di transizione dalla vita lavorativa all’utilizzo del capitale accumulato, è fondamentale adottare una strategia efficace.

Eppure, anche le regole più note della pianificazione finanziaria, come la celebre regola del 4%, possono rivelare fragilità nascoste quando vengono osservate alla luce della storia e dei dati reali.

È questo l’obiettivo della ricerca del professor Edward F. McQuarrie, che ha messo sotto esame uno dei pilastri più diffusi della pianificazione della pensione anticipata e tradizionale.

La regola del 4% è un metodo largamente utilizzato per stimare quanto si possa prelevare annualmente dal proprio capitale investito in pensione senza rischiare di esaurirlo troppo presto. Secondo questa regola, se si possiede un patrimonio di un milione di euro, si potranno spendere 40.000 euro all’anno, aggiustati per l’inflazione nei successivi anni.

Ma dietro l’apparente semplicità di questa strategia si nascondono numerosi presupposti discutibili. Ad esempio, il prelievo non avviene come molti credono in base al 4% del capitale rivalutato ogni anno, ma segue un meccanismo più rigido: si preleva l’importo iniziale rivalutato solo in base all’inflazione, indipendentemente dall’andamento del mercato. Questo significa che, se i rendimenti del portafoglio sono negativi nei primi anni, la strategia può rapidamente portare a un’esaurimento del capitale.

Uno dei concetti chiave approfonditi nello studio di McQuarrie è il cosiddetto «sequence of returns risk»: il rischio che i primi anni di pensione coincidano con periodi di bassa performance dei mercati. Questo scenario può compromettere irrimediabilmente il capitale residuo, anche se i rendimenti medi successivi fossero positivi.
Nel suo lavoro, McQuarrie ha messo sotto la lente due decenni particolarmente difficili: gli anni ’30 e gli anni ’60 del Novecento. Mentre i rendimenti reali degli anni ’30 furono attenuati dalla deflazione, il decennio dei ’60 rappresentò un autentico scenario da incubo: elevata inflazione, scarsa performance azionaria e obbligazionaria, e un contesto finanziario ben diverso da quello ipotizzato nel modello di William Bengen, il creatore della regola.

Uno degli elementi più critici dello studio di McQuarrie riguarda l’esclusione, nei modelli originali, di fattori fondamentali come i costi di gestione, la fiscalità, e il reale comportamento degli strumenti finanziari negli anni analizzati.
Prima degli anni ’70 non esistevano ETF o fondi indicizzati; i portafogli erano soggetti a costi di transazione elevatissimi, in media tra i 100 e i 200 punti base per operazione. A questo si aggiungevano le inefficienze del reinvestimento di dividendi e cedole, spesso considerato a costo zero negli studi originari, ma in realtà gravato da spese e tasse.
Tutto questo si traduce in una performance storica ben diversa da quella idealizzata nei modelli e nelle simulazioni.

Uno degli scenari peggiori analizzati è quello del 1966. Un pensionato che avesse applicato la regola del 4% partendo da quell’anno, con un capitale iniziale coerente con i modelli dell’epoca, avrebbe visto i suoi risparmi terminare entro il 1989, a 88 anni. Un risultato preoccupante per una strategia che promette “sicurezza” per tutta la durata della pensione.
Questo caso dimostra come la regola del 4% non sia affatto immune da fallimenti e come, in condizioni sfavorevoli, possa condurre a esiti molto diversi da quelli previsti.

Un’altra convinzione messa in discussione da McQuarrie è la superiorità dell’investimento 100% azionario durante la fase di prelievo. I suoi studi mostrano che, in condizioni storicamente critiche, un portafoglio 60/40 (60% azioni, 40% obbligazioni a breve termine) ha avuto in media una probabilità di fallimento simile, ma una durata di sopravvivenza maggiore rispetto al portafoglio azionario puro.
Ciò che emerge chiaramente è che le strategie conservative, se non adeguatamente bilanciate, risultano spesso le meno efficaci nei periodi dominati da alta inflazione, poiché il reddito fisso tradizionale subisce un’erosione significativa del potere d’acquisto.

Il messaggio più importante della ricerca di McQuarrie è che i dettagli operativi contano quando si valuta la sostenibilità di una strategia di ritiro. E spesso questi dettagli vengono trascurati o minimizzati nei contenuti online e persino in molte pubblicazioni accademiche.
A fronte di questa incertezza, le alternative più sicure — come le rendite assicurative, le pensioni pubbliche o le obbligazioni indicizzate all’inflazione — offrono garanzie, ma a un costo elevato: la rinuncia a una parte del capitale in cambio della certezza di un flusso di cassa costante.