Cosa sono i “Certificati di Importazione” proposti da Warren Buffett al posto dei Dazi di Trump

Pietro Pisello

6 Maggio 2025 - 06:35

Per rispondere al problema del disavanzo commerciale degli Stati Uniti, Warren Buffett propone una soluzione originale: i «Certificati di Importazione» al posto dei Dazi di Trump.

Cosa sono i “Certificati di Importazione” proposti da Warren Buffett al posto dei Dazi di Trump

Warren Buffett propone i Certificati di Importazione e critica i dazi di Trump.

Durante l’ultima assemblea annuale degli azionisti di Berkshire Hathaway, tenutasi a Omaha, l’attenzione si è concentrata su un momento storico: il ritiro ormai imminente di Warren Buffett.

A 94 anni, l’“oracolo di Omaha” ha confermato che Greg Abel, vicepresidente responsabile delle attività non assicurative del gruppo, è pronto a prendere le redini della holding. Abel è stato descritto da Buffett come “la scelta giusta”, una figura in grado di garantire la continuità della cultura aziendale e della strategia di lungo termine che hanno reso Berkshire Hathaway una delle società più ammirate al mondo.
Tuttavia, oltre al passaggio di testimone, Buffett ha voluto richiamare l’attenzione su tematiche economiche globali, tra cui il ritorno del protezionismo e l’uso dei dazi come strumento geopolitico. In questo contesto, ha riaffermato un messaggio che lanciava già più di vent’anni fa, in un articolo pubblicato su Fortune, dove metteva in guardia contro i rischi del crescente deficit commerciale degli Stati Uniti, fornendo una sua personalissima ricetta: i «certificati di importazione». Ecco di cosa si tratta.

Warren Buffett e i Certificati di Importazione: di cosa si tratta?

Nel suo articolo del 2003, intitolato “America’s Growing Trade Deficit Is Selling The Nation Out From Under Us”, Buffett utilizzava una metafora per illustrare i pericoli strutturali derivanti da uno squilibrio commerciale persistente. Raccontava di due paesi immaginari: Squanderville, che consuma più di quanto produce, e Thriftville, che invece lavora duramente e risparmia. In questa favola moderna, Squanderville finisce per vendere i suoi asset a Thriftville pur di sostenere il proprio stile di vita. Secondo Buffett, questa era un’immagine fedele della realtà americana, dove un deficit commerciale in continua espansione portava il Paese a cedere proprietà e ricchezza reale in cambio di beni di consumo. Buffett ricordava come, fino agli anni ’70, gli Stati Uniti avessero un saldo commerciale positivo e un ruolo di investitore globale. Ma negli anni successivi, la situazione si era ribaltata, con un deficit che superava il 4% del PIL e una dipendenza crescente dal capitale estero.

Per rispondere a questo problema, Buffett proponeva una soluzione originale: l’introduzione dei cosiddetti certificati di importazione. Questi certificati, emessi per ogni dollaro esportato, sarebbero stati necessari per poter importare beni del medesimo valore, creando così un sistema di equilibrio automatico. L’obiettivo non era colpire determinati settori o paesi, come accade con i dazi, ma correggere l’intero meccanismo commerciale nazionale. Il prezzo? Un probabile aumento dei costi per i consumatori. Ma, secondo Buffett, un sacrificio sostenibile se paragonato ai rischi economici e politici di un Paese che continua a indebitarsi per consumare.

Dazi e l’avvertimento di Buffett

A vent’anni dalla sua proposta, Warren Buffett torna a lanciare l’allarme sul commercio globale, criticando l’approccio protezionistico e ribadendo la necessità di affrontare seriamente il disavanzo commerciale statunitense. Durante l’assemblea del 2025, l’oracolo di Omaha ha definito i dazi misure troppo aggressive, sottolineando come l’obiettivo debba essere quello di riequilibrare la bilancia commerciale senza innescare guerre commerciali.

Il suo monito si inserisce in un contesto globale profondamente mutato, in cui la cooperazione economica ha lasciato il posto alla rivalità geopolitica. Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, la pandemia e i conflitti internazionali hanno reso evidenti le fragilità delle catene di approvvigionamento e la tendenza degli Stati a usare il commercio come strumento strategico. Secondo Buffett, tornare a logiche protezionistiche sarebbe un grave errore: la forza del dollaro e la fiducia nella stabilità americana non possono nascondere per sempre gli squilibri.

Warren Buffett non lascia solo un impero finanziario nelle mani del suo successore, ma anche un insieme di riflessioni economiche di lungo respiro. La sua visione – fondata sulla prudenza, sulla sostenibilità e sull’attenzione ai fondamentali – rappresenta un’eccezione in un’epoca dominata da logiche a breve termine. Il suo monito sul deficit commerciale e sull’uso distorto del commercio resta quanto mai attuale: per garantire prosperità futura, una nazione deve saper bilanciare produzione e consumo, investimenti e risparmio, autonomia e interdipendenza. In un mondo sempre più instabile, ascoltare l’“oracolo di Omaha” potrebbe non essere solo saggio, ma necessario.