Cosa sono i green bond? La guida alle obbligazioni verdi

Emanuele Di Baldo

15 Settembre 2026 - 18:21

Come funzionano davvero i green bond, chi li emette e cosa c’entra la sostenibilità. Ecco tutto quello che devi sapere

Cosa sono i green bond? La guida alle obbligazioni verdi

Cosa sono i green bond? Partiamo dalla definizione: si tratta di bond, ossia titoli di debito, emessi da Stati, enti sovranazionali, banche o aziende per finanziare (o rifinanziare) progetti con benefici ambientali misurabili o almeno chiaramente identificabili. Energie rinnovabili, efficienza energetica, mobilità a basse emissioni, gestione idrica, economia circolare, adattamento climatico: le «obbligazioni verdi» servono a canalizzare i capitali dei risparmiatori verso progetti di investimento ecosostenibili.

La parola «green», però, non certifica un’eccezione. Un green bond resta un’obbligazione: cedole, scadenza, rischio di credito e prezzo che oscilla in base ai tassi. La differenza sta nell’uso dei proventi e nella rendicontazione, cioè nell’obbligo di spiegare dove finiscono i capitali raccolti e quali risultati ambientali sono associati a quelle spese. È questo che li rende strumenti di finanza etica, al pari delle iniziative legate alla finanza etica.

In Italia il tema è, per certi versi, sempre più centrale: il Tesoro ha collocato BTP Green per circa 60 miliardi di euro dal 2021 e pubblica report ufficiali su allocazione e impatti. Cerchiamo, allora, di approfondire che cosa sono i green bond, da chi sono emessi, quanto vale il mercato e come si riconosce un’etichetta verde credibile.

Green bond: come funzionano davvero

La definizione più utile è quella operativa: un green bond è un prestito obbligazionario in cui l’emittente si impegna a destinare i proventi a progetti «verdi» predefiniti e a documentare l’allocazione dei fondi nel tempo. Un’emissione verde poggia su quattro pilastri.

  • Uso dei proventi: quali spese vengono finanziate.
  • Processo di selezione: come l’emittente sceglie i progetti e con quali criteri.
  • Gestione dei proventi: come vengono tracciati e separati, anche solo contabilmente, i fondi.
  • Reporting: che cosa viene comunicato agli investitori, allocazione e, quando possibile, impatto.

Dal punto di vista finanziario il meccanismo non cambia rispetto a un’obbligazione tradizionale. La «parte green» entra in gioco su due livelli. Prima dell’emissione, nei documenti (prospetto, framework, comunicazioni) l’emittente descrive il perimetro delle spese ammissibili e le modalità di rendicontazione. Dopo l’emissione, i proventi vengono allocati ai progetti e l’emittente pubblica report periodici, spesso annuali, con indicatori come energia rinnovabile prodotta, emissioni evitate, chilometri di ferrovia elettrificata, riduzione delle perdite idriche.

Chi li emette: dalla BEI del 2007 ai BTP Green

Inizialmente erano emessi solo da istituzioni sovranazionali. Il primo green bond al mondo è il Climate Awareness Bond collocato dalla BEI (Banca europea per gli investimenti) il 4 luglio 2007, ideato dall’italiano Aldo Romani. In Italia il primato spetta alla multiutility emiliana Hera, che nel 2014 ha lanciato un decennale da 500 milioni di euro con cedola 2,375%, giunto a scadenza nel 2024. Il primo green bond sovrano è stato quello polacco del dicembre 2016; l’Italia è arrivata nel 2021.

L’ingresso italiano nel mercato del debito sovrano legato alla finanza sostenibile è avvenuto con la prima emissione di BTP Green da 8,5 miliardi di euro del marzo 2021, seguita da una riapertura per 5 miliardi in ottobre, premiata dal riconoscimento «Sovereign Green Market Pioneer» della Climate Bonds Initiative. Da allora il programma è diventato strutturale: nel 2025 le emissioni verdi del Tesoro hanno raccolto circa 13,6 miliardi di euro e il 2026 si è aperto l’8 gennaio con la riapertura da 5 miliardi del BTP Green 30 aprile 2046 (cedola 4,10%), a fronte di una domanda superiore a 115 miliardi e con investitori ESG a sottoscrivere circa il 55% del collocamento.

Il Rapporto 2026 su Allocazione e Impatto del MEF mostra dove finiscono quei soldi: il capitolo più rilevante è l’efficientamento energetico degli edifici, circa 6,2 miliardi pari al 45,2% del totale, seguito dai trasporti con il 34,7% (oltre 4,7 miliardi tra elettrificazione ferroviaria, nuove tratte AV/AC, mezzi pubblici elettrici) e dalla ricerca ambientale con 516 milioni (3,8%). Il Ministero stima una riduzione delle emissioni di CO2 per quasi 38 milioni di tonnellate ed effetti di lungo periodo sul PIL per circa 20 miliardi di euro.

Quanto vale il mercato delle obbligazioni verdi

I numeri spiegano perché il tema è centrale. Secondo la Climate Bonds Initiative, a fine 2025 il volume cumulato di debito green, social, sustainability e sustainability-linked (GSS+) ha raggiunto 8.100 miliardi di dollari, di cui 6.800 miliardi allineati agli standard dell’organizzazione. L’emissione annua allineata ha superato i 1.000 miliardi di dollari per il terzo anno consecutivo e l’etichetta green vale da sola circa due terzi del cumulato. L’Europa guida il mercato con il 45% del volume annuo 2025 e 3.000 miliardi cumulati; i Paesi emittenti sono saliti a 109.

Il fabbisogno resta enorme: la Commissione europea stima in circa 620 miliardi di euro all’anno gli investimenti aggiuntivi necessari per centrare gli obiettivi del Green Deal e di REPowerEU.

Standard e certificazione: dai principi ICMA all’European Green Bond

Per anni il mercato ha vissuto di standard volontari. I Green Bond Principles dell’International Capital Market Association (ICMA) restano il riferimento globale: chi emette deve identificare la destinazione dei proventi, garantire trasparenza nella gestione degli introiti, seguire procedure definite nella selezione dei progetti e produrre report periodici per gli investitori.

Dal 21 dicembre 2024 si applica il Regolamento (UE) 2023/2631, che istituisce lo European Green Bond Standard (EuGB). È uno standard volontario, ma chi usa l’etichetta deve rispettare requisiti stringenti di trasparenza, verifica esterna e allineamento alla tassonomia UE definita dal Regolamento (UE) 2020/852. Le disposizioni sui verificatori esterni si applicano dal 21 giugno 2026; in Italia il d.lgs. 9 febbraio 2026, n. 28 ha adeguato il TUF al quadro europeo.

Il primo bilancio è incoraggiante ma parziale: secondo l’analisi IEEFA, a fine 2025 le emissioni etichettate EuGB hanno superato i 22 miliardi di euro, circa il 7% del mercato europeo dei green bond (314 miliardi), tutte con ordini superiori all’offerta. La Danimarca è stato il primo sovrano con circa 900 milioni; sul fronte corporate italiano, A2A ha collocato nel gennaio 2025 il primo European Green Bond, 500 milioni a 10 anni con ordini per 2,2 miliardi, portando all’83% la quota di debito sostenibile a fine 2025, mentre il Gruppo Hera ha emesso il suo primo EuGB nel giugno 2026, 500 milioni a 6 anni con cedola 3,50%.

Green, social, sustainability e sustainability-linked: non sono sinonimi

Nel linguaggio quotidiano finiscono tutti nello stesso calderone ESG, ma la struttura e il tipo di promessa cambiano.

  • Green bond: proventi vincolati a progetti ambientali.
  • Social bond: proventi vincolati a progetti con obiettivi sociali.
  • Sustainability bond: combina progetti green e social.
  • Sustainability-linked bond (SLB): di norma i proventi non sono vincolati a progetti specifici; cambia invece la ricompensa o la penalità finanziaria, per esempio sulla cedola, in base al raggiungimento di target di sostenibilità dell’emittente.

La Banca d’Italia, nelle sue pubblicazioni divulgative, richiama proprio questo punto: la finanza sostenibile non è una singola etichetta, ma un insieme di strumenti con rischi, meccanismi e livelli di trasparenza diversi.

Il rischio greenwashing e come si riconosce

Il greenwashing è il rischio concreto che un titolo venga presentato come verde con benefici ambientali limitati, non dimostrati o difficili da verificare. I segnali d’allarme ricorrenti sono categorie di spesa troppo vaghe, assenza di reporting periodico sull’allocazione, indicatori di impatto non presenti o non spiegati, verifica esterna debole, linguaggio promozionale sproporzionato rispetto ai numeri.

Non serve diventare analisti ESG: spesso basta un controllo pratico. Esistono un Green Bond Framework e un report di allocazione? C’è una second party opinion credibile? I progetti sono descritti in modo concreto?

Rischi finanziari: il green bond non protegge da tassi e credito

Prima di investire vanno messi in fila i rischi di qualsiasi obbligazione, più il rischio di coerenza legato alla componente verde.

  • Rischio di credito: se peggiora l’emittente, peggiora anche il bond, verde o non verde.
  • Rischio tasso: se i tassi salgono, i prezzi scendono, soprattutto sulle scadenze lunghe.
  • Rischio liquidità: non tutti i green bond hanno lo stesso mercato secondario.
  • Rischio cambio: se la valuta non è l’euro, entra in gioco la volatilità dei cambi.
  • Rischio di label: il titolo può perdere appeal se emergono dubbi su allocazione, reporting o impatto.

Vale anche per i titoli di Stato: i BTP Green non sono «BTP senza rischio», condividono il profilo di rischio del debito sovrano italiano. Sul mercato secondario il rendimento dipende dal prezzo di acquisto: in base alle quotazioni di Borsa Italiana del 24 giugno 2026 il rendimento effettivo lordo a scadenza era pari al 3,05% per il BTP Green 2031, al 3,71% per il 2037 e al 4,21% per il 2046.

Come valutare un green bond o un ETF senza “farsi raccontare favole”

Una scaletta essenziale, rapida ma seria.

  • Chi emette: Stato, banca, corporate? Il rischio nasce qui.
  • Documenti: esistono framework, reporting e verifiche esterne leggibili?
  • Progetti: sono specifici e coerenti con criteri riconosciuti, meglio se tassonomici?
  • Rendimento e durata: il prezzo è coerente con bond simili per duration, rating ed emittente?
  • Coerenza di portafoglio: diversificazione, orizzonte, liquidità.

Se l’investimento passa da fondi o ETF si aggiunge un passaggio: verificare indice e benchmark, metodologia ESG, criteri di selezione e di esclusione, costi e turnover.

Restano infine quattro idee sbagliate da archiviare. «Verde» non significa «sicuro». Una cedola alta non significa maggiore sostenibilità: rendimento e impatto sono piani diversi. L’impatto immediato non è garantito, perché molti progetti hanno tempi lunghi e metriche complesse. E la qualità delle informazioni cambia molto da emittente a emittente.

I green bond sono uno degli strumenti più concreti della finanza sostenibile: struttura obbligazionaria tradizionale, più un vincolo sull’uso dei proventi e un obbligo di rendicontazione. La differenza tra un titolo autorevole e un’etichetta di facciata sta quasi sempre nelle carte: framework, controlli, reporting, impatto. Anche quando si parla di transizione ecologica, il mercato continua a parlare la sua lingua più antica: rischio, tassi, credito, trasparenza.