Quante volte avete sentito: «Occorre essere investiti sul mercato americano»?
È una frase che se termina così è stata detta da uno pseudoconsulente.
Limitarsi a dire che bisogna investire negli USA non è un consiglio di investimento professionale.
Anzi, questa affermazione generica nasconde due aspetti fondamentali di cui ogni cliente dovrebbe tenere conto: l’idea di investimento e la sua implementazione.
Una consulenza professionale degna di questo nome, infatti, non si limita a suggerire in quale mercato investire. Prima di tutto, si basa su un’idea d’investimento, che risponde a una specifica visione dei mercati e al profilo del cliente. E l’implementazione di questa idea è altrettanto cruciale. Solo curando entrambi questi aspetti, il consulente può garantire un risultato adeguato, altrimenti il rischio è che le scelte fatte non rispecchino le reali necessità dell’investitore.
Prima di entrare nel dettaglio della realizzazione di una strategia, bisogna spiegare perché un consulente professionale dovrebbe orientare il cliente verso strumenti efficienti come gli ETF, riservando i fondi comuni a casi davvero limitati.
Un ETF, per natura, è uno strumento meno costoso rispetto al fondo comune, poiché elimina le commissioni di gestione spesso elevate che penalizzano il rendimento del cliente. Inoltre, la gestione attiva non sempre offre il vantaggio che giustifichi tali costi, salvo quando un gestore abbia un comprovato track record che dimostri reali benefici per il cliente (e non solo per chi lo vende).
Torniamo all’idea iniziale: «bisogna essere investiti sul mercato americano». Senza una corretta implementazione, questo suggerimento si riduce a chiacchiericcio.
La differenza si fa nella scelta dello strumento e nella strategia. Limitandoci agli ETF, il panorama delle scelte è già molto ampio e con impatti notevoli sul risultato finale.
Vediamo alcuni esempi di approccio:
1. ETF sull’S&P 500 tradizionale: la scelta più semplice che comporta dei rischi. Oggi, un ETF sullo S&P 500 espone l’investitore a una sovrappesatura delle prime azioni dell’indice, titoli con valutazioni elevate. Questo può rappresentare un rischio nel lungo periodo, in particolare per l’investitore.
2. ETF sull’S&P 500 equally weighted: una soluzione che mitiga il rischio di concentrazione, bilanciando tutte le azioni in modo equo all’interno dell’indice, e quindi riducendo l’impatto delle azioni maggiormente capitalizzate, ed oggi sopravvalutate, ed esponendo l’investitore in modo più diversificato.
3. ETF sul Nasdaq: molti pensano di “diversificare” aggiungendo un ETF sul Nasdaq, ma oggi la sovrapposizione tra le prime azioni dello S&P 500 e del Nasdaq è significativa, quindi non si ottiene una reale diversificazione se i titoli sovrappesati sono gli stessi.
4. ETF con copertura dal rischio cambio: un’opzione che elimina l’esposizione al rischio di cambio euro/dollaro può essere utile per chi preferisce evitare le fluttuazioni valutarie. Tuttavia, questa scelta implica una visione sull’andamento della valuta che dovrebbe essere condivisa e spiegata dal consulente, poiché una copertura può influire sia positivamente sia negativamente sui rendimenti.
5. ETF sul Russell 2000: l’ultima alternativa che vediamo oggi è rappresentata da un ETF sul Russell 2000, che include piccole e medie imprese americane, offrendo un’esposizione molto diversa dai classici indici più noti. Anche qui, però, è fondamentale spiegare che si punta a una categoria di aziende con caratteristiche di crescita e rischio differenti.
Questi esempi mostrano come ogni scelta abbia un significato e implichi una visione. Solo una consulenza attenta e professionale, basata su un dialogo approfondito, può selezionare e implementare correttamente gli strumenti giusti.
Non basta dire «investi in America» per fare un buon investimento: bisogna capire come e perché. Il consulente deve spiegare le differenze, i vantaggi e i rischi di ogni opzione. Solo così si può offrire un servizio professionale.