Quali tributi paga una partita IVA? Che differenze ci sono tra regime ordinario e forfettario? La guida completa per capire costi e adempimenti richiesti dalla legge
Cosa si paga quando si apre una partita IVA? La domanda, apparentemente semplice, cela una risposta articolata che fa esitare ogni anno migliaia di potenziali lavoratori autonomi. Eppure i numeri dicono che il fenomeno non rallenta: secondo i dati dell’Osservatorio sulle partite IVA del Ministero dell’Economia e delle Finanze, nel 2025 sono state aperte 500.341 nuove partite IVA, in crescita dello 0,4% rispetto all’anno precedente, e quasi una su due - il 48,5% - ha scelto il regime forfettario.
Tra dichiarazioni fiscali, contributi previdenziali, costi per le pratiche in Camera di Commercio e parcelle dei professionisti, fare il «grande passo» può sembrare un labirinto. Ma conoscere in anticipo quali sono i costi di apertura e di gestione di una partita IVA permette di affrontarlo con maggiore serenità. Ecco un quadro completo e aggiornato, partendo dalle basi.
Cos’è una Partita IVA e chi deve aprirla
La partita IVA è un codice identificativo di undici cifre che l’Agenzia delle Entrate assegna a chiunque eserciti in modo abituale e continuativo un’attività commerciale, artigianale o professionale. È, in sostanza, la chiave d’accesso al mondo del lavoro autonomo: senza di essa non è possibile emettere fatture in modo regolare né intraprendere un’attività d’impresa. L’obbligo di apertura scatta per i liberi professionisti - dagli avvocati ai consulenti digitali, dai grafici ai fisioterapisti - per le ditte individuali di artigiani e commercianti, e per le società, di qualunque forma giuridica.
La differenza tra le varie tipologie non è solo burocratica: determina il percorso di apertura, i costi da sostenere e, soprattutto, il regime fiscale applicabile. Comprendere questa distinzione è il primo passo per evitare sorprese e pianificare correttamente le proprie uscite.
I vantaggi di avere una Partita IVA
Al di là degli obblighi di legge, aprire una partita IVA porta con sé vantaggi concreti che vanno oltre la mera regolarizzazione fiscale. Il primo è l’autonomia: il titolare di partita IVA organizza liberamente il proprio lavoro, i propri clienti e i propri orari, senza i vincoli tipici del lavoro dipendente. Il secondo, spesso sottovalutato, è di natura fiscale: chi rientra nel regime forfettario può beneficiare di un’imposta sostitutiva ridotta al 5% nei primi cinque anni di attività, un vantaggio difficile da eguagliare.
Anche a regime, l’aliquota del 15% rimane nettamente inferiore alle aliquote IRPEF del regime ordinario, che partono dal 23% e arrivano fino al 43%. A ciò si aggiunge la semplificazione burocratica: nel forfettario non si gestisce l’IVA in fattura, non si tengono scritture contabili ordinarie e non si presentano le liquidazioni periodiche. Per molti freelance e professionisti, è una boccata d’ossigeno che permette di concentrarsi sul lavoro invece che sugli adempimenti.
Quanto costa aprire una Partita IVA
Aprire una partita IVA è, come atto amministrativo, completamente gratuito. I contribuenti persone fisiche che esercitano attività professionale o di lavoro autonomo devono semplicemente trasmettere all’Agenzia delle Entrate il modello AA9/12, entro 30 giorni dalla data di inizio attività. Il documento può essere inviato in duplice copia presso qualsiasi ufficio dell’Agenzia, tramite raccomandata allegando copia di un documento d’identità, oppure in via telematica direttamente dal contribuente o tramite un intermediario abilitato. Per i soggetti diversi dalle persone fisiche il modello da utilizzare è il modello AA7/10. Nessun bollo, nessun diritto di segreteria obbligatorio per i liberi professionisti.
Discorso diverso se ci si affida a un commercialista o a un CAF: in quel caso si aggiunge la relativa parcella professionale, che per la sola apertura oscilla generalmente tra i 100 e i 500 euro a seconda della complessità dell’attività e del professionista scelto. Un aspetto da non sottovalutare è la scelta del codice ATECO: dal 1° aprile 2025 è operativa la nuova classificazione ATECO 2025, aggiornata dall’ISTAT per allinearsi alla normativa europea NACE rev. 2.1. Per le nuove aperture è obbligatorio indicare il codice aggiornato, e un errore in questa fase può generare conseguenze fiscali e contributive difficili da correggere in seguito - uno dei motivi principali per cui rivolgersi a un professionista fin dall’inizio può rivelarsi un investimento, non una spesa.
Le imprese artigiane e commerciali devono affrontare un percorso più articolato: l’apertura avviene tramite il canale telematico Comunicazione Unica (modello ComUnica), che permette contestualmente di richiedere l’attribuzione del codice fiscale e della partita IVA, assolvere gli adempimenti INPS e INAIL, e iscrivere l’impresa nel Registro Imprese e nel R.E.A. I costi in questo caso includono i diritti di segreteria alla Camera di Commercio (tra 78,50 e 155,50 euro) e, ove richiesta, la SCIA comunale (fino a 200 euro). Con il supporto di un commercialista, il costo totale per l’apertura di una ditta individuale commerciale o artigianale può variare da 400 a 800 euro.
Tipi di tasse per una Partita IVA
Aprire la partita IVA non significa pagare un’unica imposta, ma confrontarsi con un sistema articolato di imposte dirette, imposte indirette e contributi previdenziali, ciascuno con le proprie scadenze e modalità di calcolo. Le imposte dirette colpiscono il reddito prodotto: nel regime ordinario è l’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), progressiva per scaglioni; nel regime forfettario è l’imposta sostitutiva del 5% o 15%, che sostituisce IRPEF e addizionali regionali e comunali.
Le imposte indirette, invece, gravano sulle transazioni commerciali: la più rilevante è l’IVA, l’Imposta sul Valore Aggiunto, che i titolari di partita IVA in regime ordinario devono addebitare ai clienti, detrarre sugli acquisti e versare periodicamente all’Erario. I contributi previdenziali, infine, non sono tecnicamente un’imposta ma una componente spesso decisiva del costo reale della partita IVA: vengono versati all’INPS o alle casse di previdenza di categoria e alimentano le prestazioni pensionistiche e assistenziali future.
Le aliquote IVA in Italia: come funzionano
Nel regime ordinario, l’IVA è un’imposta che il titolare di partita IVA deve calcolare, addebitare e versare. La sua logica di funzionamento si basa su due flussi contrapposti: l’IVA «a valle», cioè quella applicata sulle vendite effettuate in favore dei clienti, e l’IVA «a monte», quella pagata sugli acquisti e sulle importazioni che il contribuente può portare in detrazione. La differenza tra i due importi determina l’imposta dovuta o il credito spettante, da indicare nelle liquidazioni periodiche e nella dichiarazione annuale.
In generale, le operazioni scontano un’aliquota ordinaria del 22%, eccezion fatta per una serie tassativa di ipotesi in cui si applicano le percentuali ridotte del 4%, del 5% e del 10%, elencate nella tabella A allegata al D.P.R. n. 633/1972. L’aliquota del 4% si applica, ad esempio, ai generi alimentari di prima necessità, ai libri e ai quotidiani; quella del 10% riguarda tra l’altro i prodotti agricoli, l’energia elettrica per uso domestico e i servizi di ristorazione; il 5% copie alcune operazioni sociali e sanitarie specificamente individuate dalla norma. La scelta dell’aliquota non è lasciata all’arbitrio del contribuente: dipende dalla natura giuridica dell’operazione e va verificata puntualmente, poiché un’applicazione errata espone a sanzioni amministrative.
Quali e quanti contributi si pagano con la Partita IVA
Le partite IVA devono farsi carico, a seconda dei casi, dei contributi dovuti alle rispettive Casse di previdenza dei liberi professionisti (avvocati alla Cassa Forense, medici all’ENPAM, ingegneri e architetti all’INARCASSA, e così via, ciascuno con regole e aliquote proprie) ovvero all’INPS - Gestione Separata.
Quest’ultima opera nei confronti dei lavoratori autonomi non iscritti ad altri enti previdenziali né pensionati. Con la Circolare INPS n. 8 del 3 febbraio 2026, l’Istituto ha fissato le aliquote applicabili per l’anno in corso. Per i liberi professionisti senza cassa titolari di partita IVA, non pensionati e non iscritti ad altre gestioni previdenziali obbligatorie, l’aliquota contributiva complessiva è pari al 26,07%: si compone del 25% per la copertura IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti), dello 0,72% per le tutele relative a maternità, malattia, congedo parentale e degenza ospedaliera, e dello 0,35% per l’ISCRO (Indennità Straordinaria di Continuità Reddituale e Operativa). Per i soggetti già pensionati o assicurati presso altre forme previdenziali obbligatorie, l’aliquota è invece confermata al 24%. Il massimale di reddito entro cui si applica la contribuzione è pari, per il 2026, a 122.295 euro: oltre tale soglia i compensi non sono soggetti a contribuzione.
Gli artigiani e i commercianti versano i propri contributi all’INPS tramite la Gestione IVS, che prevede sia contributi fissi trimestrali sia contributi variabili sul reddito che eccede un minimale prestabilito. Per i soggetti in regime forfettario è possibile richiedere una riduzione del 35% dei contributi fissi, presentando apposita comunicazione all’INPS entro il 28 febbraio di ogni anno. In ogni caso, i contributi previdenziali versati sono integralmente deducibili dal reddito imponibile: una leva concreta per ridurre la base su cui si calcola l’imposta sostitutiva.
Cosa paga una partita IVA forfettaria
Il regime forfettario è il regime fiscale agevolato destinato alle persone fisiche titolari di partita IVA che svolgono attività d’impresa, arte o professione in forma individuale, a patto di non superare 85.000 euro di ricavi o compensi annui e di non sostenere spese per personale e collaboratori superiori a 20.000 euro lordi. Chi supera questa soglia ma si mantiene entro i 100.000 euro esce dal regime nell’anno successivo; chi invece sfora direttamente i 100.000 euro deve abbandonare il forfettario già nell’anno in corso, con obbligo di applicare l’IVA a partire dall’operazione che ha determinato lo sforamento. Dal 2025, inoltre, la soglia di redditi da lavoro dipendente che preclude l’accesso al regime è stata elevata a 35.000 euro lordi annui (in precedenza era 30.000 euro), secondo quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2025: un ampliamento che ha aperto le porte del forfettario a un numero maggiore di lavoratori dipendenti che svolgono anche attività autonoma.
Gli operatori che rientrano in questo regime godono di importanti semplificazioni burocratiche: non addebitano l’IVA in fattura, non la detraggono sugli acquisti, sono esonerati dagli obblighi di liquidazione e versamento periodico dell’IVA, e non sono tenuti alla tenuta delle scritture contabili ordinarie. Fanno eccezione le fatture di acquisto intra-UE che eccedono la soglia annua di 10.000 euro e le operazioni soggette al meccanismo del reverse charge, per le quali l’imposta va comunque integrata e versata entro il giorno 16 del secondo mese successivo al trimestre di riferimento. Dal 1° gennaio 2024 tutti i titolari di partita IVA in regime forfettario, a prescindere dal volume d’affari, sono tenuti alla fatturazione elettronica: un adempimento che incide sui costi di gestione, poiché richiede l’utilizzo di software dedicati o piattaforme certificate.
A livello di tassazione sui redditi, il regime forfettario sconta un’imposta sostitutiva che, sostituendo l’IRPEF e le addizionali regionali e comunali, semplifica notevolmente il calcolo. Il reddito imponibile non si determina come differenza tra ricavi e costi effettivi, bensì applicando un coefficiente di redditività ai ricavi percepiti, diversificato in base al codice ATECO dell’attività svolta. L’aliquota è del 5% per i primi cinque anni di attività, a condizione che il contribuente non abbia esercitato, nei tre anni precedenti, attività artistica, professionale o d’impresa, anche in forma associata o familiare, e che l’attività intrapresa non costituisca mera prosecuzione di un precedente rapporto di lavoro dipendente o autonomo. Attenzione: al riaprirsi di una nuova partita IVA analoga, l’Agenzia delle Entrate verifica i periodi pregretti per evitare abusi, e l’agevolazione al 5% non è rinnovabile. Dal sesto anno in poi, l’aliquota sale al 15%, al pari delle attività già esistenti che aderiscono al regime.
All’imposta sostitutiva si aggiungono poi: i costi legati ai contributi previdenziali da versare all’INPS o a un’altra cassa previdenziale; le spese per la consulenza e l’assistenza di commercialisti e consulenti del lavoro per assolvere gli adempimenti burocratici; le eventuali spese di iscrizione alla Camera di Commercio (se ne ricorre l’obbligo) e il diritto camerale annuale; e il costo per l’apertura della Posta Elettronica Certificata (PEC) e il rilascio della firma digitale - strumenti ormai indispensabili, anche ai fini della fatturazione elettronica.
I costi di una partita IVA in regime ordinario
Nel regime ordinario il quadro fiscale è più articolato e il peso degli adempimenti significativamente più elevato. L’IVA dovuta si calcola in base al valore dell’operazione soggetta all’imposta (cosiddetta «base imponibile») e all’aliquota percentuale da applicare: la differenza tra IVA a valle (sulle vendite) e IVA a monte (sugli acquisti) determina l’imposta dovuta o il credito spettante, da indicare nelle dichiarazioni periodiche e nella dichiarazione annuale.
Sul fronte delle imposte dirette, i titolari di partita IVA in regime ordinario sono soggetti all’IRPEF, imposta progressiva che si calcola per scaglioni di reddito. La Legge di Bilancio 2026 ha aggiornato le aliquote: il 23% si applica ai redditi fino a 28.000 euro; il 33% ai redditi superiori a 28.000 e fino a 50.000 euro; il 43% ai redditi che superano 50.000 euro. A queste si aggiungono le addizionali regionali e comunali, che variano in base al comune e alla regione di residenza e si calcolano sulla stessa base imponibile IRPEF. A differenza del forfettario, però, i contribuenti in regime ordinario possono dedurre i costi inerenti all’attività (affitti, attrezzature, software, consulenze) e detrarre le spese previste dalla legge, riducendo così il reddito imponibile.
Ulteriori costi sono rappresentati dai contributi INPS, dagli oneri dovuti alle Camere di Commercio (iscrizione e diritti camerali, ove applicabili) e dalle consulenze dei professionisti. Chi opera in regime ordinario ha inoltre l’obbligo di tenere le scritture contabili, registrare le fatture emesse e ricevute, presentare la dichiarazione annuale IVA e le liquidazioni periodiche: un insieme di adempimenti che rende quasi sempre necessario il supporto di un commercialista, con costi medi compresi tra 1.000 e 3.000 euro annui a seconda della complessità dell’attività e del volume delle operazioni.
Regime forfettario: vantaggi e svantaggi
La convenienza del regime forfettario è evidente sul piano fiscale, ma non è priva di controindicazioni che è opportuno valutare prima di scegliere. Sul versante dei vantaggi: l’imposta sostitutiva al 5% o al 15% è nettamente inferiore alle aliquote IRPEF ordinarie, con un risparmio che può essere molto rilevante specialmente nei primi anni; l’esenzione dall’IVA permette di offrire prezzi più competitivi ai clienti privati che non possono detrarre l’imposta; l’esonero dalla tenuta delle scritture contabili ordinarie riduce il costo della consulenza fiscale rispetto al regime ordinario; la non applicazione degli ISA (Indici Sintetici di Affidabilità Fiscale) semplifica ulteriormente la gestione.
Sul versante degli svantaggi: il reddito imponibile si calcola in modo forfetario, il che significa che i costi effettivamente sostenuti non sono deducibili (a eccezione dei contributi previdenziali obbligatori). Per chi ha spese elevate - attrezzature costose, affitti commerciali, collaboratori - il regime ordinario potrebbe risultare più conveniente, previa analisi specifica. Inoltre, i forfettari non possono applicare le detrazioni IRPEF ordinarie per familiari a carico, mutuo prima casa o spese mediche, né recuperarle in dichiarazione. La soglia di 85.000 euro di ricavi, infine, può rivelarsi un freno per le attività in crescita e impone di pianificare per tempo il passaggio al regime ordinario, per non essere colti di sorpresa da un cambio di regime che comporta adempimenti e costi ben più elevati.
Ogni quanto si pagano le tasse con una partita IVA
La liquidazione dell’IVA a debito avviene di regola con cadenza mensile: entro il giorno 16 di ogni mese, il contribuente determina la differenza tra IVA sulle vendite del mese precedente e IVA sugli acquisti dello stesso periodo, e versa il saldo con modello F24 telematico. Qualora il giorno 16 coincida con il sabato o una festività, il versamento si considera tempestivo se eseguito entro il giorno lavorativo immediatamente successivo.
Possono optare per la liquidazione trimestrale i contribuenti «minori» con un volume d’affari inferiore a 400.000 euro, realizzato nell’anno precedente, se esercenti arti e professioni o imprese che effettuano prestazioni di servizi (limite elevato a 700.000 euro per tutte le altre realtà d’impresa), nonché i contribuenti cosiddetti «trimestrali speciali» di cui all’articolo 74 comma 4 del D.P.R. n. 633/1972. In tal caso i versamenti sono effettuati entro il giorno 16 del secondo mese successivo al trimestre di riferimento: 16 maggio, 16 agosto, 16 novembre. La liquidazione definitiva dell’IVA sull’intero anno solare avviene invece in sede di presentazione della dichiarazione annuale: l’eventuale differenza positiva tra IVA a debito e IVA a credito, relativa al periodo d’imposta precedente, va versata entro il 16 marzo di ciascun anno.
Per quanto riguarda le imposte sui redditi, i titolari di partita IVA - a differenza dei lavoratori dipendenti - non hanno un sostituto d’imposta che trattiene mensilmente le tasse dallo stipendio. Il pagamento avviene attraverso il sistema del saldo e dell’acconto: si versa in giugno-luglio il saldo relativo all’anno precedente e il primo acconto per l’anno in corso, e in novembre il secondo acconto. Le date esatte variano di anno in anno e possono essere consultate sul portale dell’Agenzia delle Entrate.
Acconti Partita IVA: cosa sono e come si calcolano
Entro il 27 dicembre di ogni anno è previsto il versamento, con modello F24 telematico, di un acconto IVA calcolato, in alternativa, con tre metodi diversi: con il metodo storico, in cui l’acconto è pari all’88% di quanto versato per il mese di dicembre (per chi paga l’IVA mensilmente) o per il quarto trimestre (IVA trimestrale) dell’anno precedente; con il metodo previsionale, assumendo come acconto l’88% della minor IVA che si presume di totalizzare rispetto all’anno precedente; con il metodo effettivo, in cui l’acconto corrisponde al 100% dell’IVA dovuta sulle operazioni realmente effettuate al 20 dicembre (in caso di affidamento a terzi della contabilità, il contribuente mensile determina l’acconto al 66% dell’imposta dovuta per il mese di dicembre).
Il versamento dell’acconto è esonerato se l’importo calcolato è inferiore a 103,29 euro, ma è indipendentemente non dovuto - a prescindere dalla somma - da chi ha interrotto l’attività entro il 30 novembre dell’anno in corso (IVA mensile) o entro il 30 settembre (IVA trimestrale), da chi ha iniziato l’attività nell’anno in corso, da chi ha realizzato nell’anno precedente un credito d’imposta o un debito inferiore a 117,38 euro, da chi valuta di concludere l’anno con un credito o un debito inferiore alla stessa soglia, e da chi aderisce al regime IVA forfettario per le attività dello spettacolo e dell’intrattenimento o al regime di esonero riconosciuto agli agricoltori. I soggetti in regime forfettario sono in ogni caso esonerati dall’acconto IVA, non essendo tenuti alla gestione dell’imposta.
Come fare i conti con le spese della Partita IVA
Prima di aprire una partita IVA conviene costruire un quadro preventivo dei costi, distinguendo tra le voci certe e quelle variabili. I costi fissi includono i contributi previdenziali (ineludibili, qualunque sia il regime fiscale scelto), le spese per la PEC e la firma digitale, e - ove applicabile - il diritto camerale annuale. I costi variabili dipendono invece dall’andamento dell’attività: l’imposta sostitutiva o l’IRPEF si calcolano sul reddito effettivamente prodotto, e i contributi alla Gestione Separata crescono proporzionalmente ai compensi incassati.
Un aspetto spesso sottovalutato è la gestione temporale delle scadenze fiscali: i titolari di partita IVA pagano le imposte sui redditi in due tranche annuali - un saldo e un acconto - anziché mensilmente come avviene per i lavoratori dipendenti. Questo significa che è necessario accantonare durante l’anno una quota di ogni incasso per far fronte ai pagamenti di giugno-luglio e novembre. La regola empirica più diffusa - valida come punto di partenza, da affinare poi con il supporto di un professionista - è quella di riservare tra il 25 e il 30% dei compensi lordi a tasse e contributi nel forfettario; la percentuale può essere significativamente più alta nel regime ordinario, a seconda del reddito imponibile.
Affidarsi a un commercialista non è un lusso ma un investimento: evita errori nella scelta del codice ATECO, nella gestione delle scadenze e nella dichiarazione dei redditi, errori che possono tradursi in sanzioni ben più costose della parcella professionale. In alternativa, oggi esistono piattaforme digitali di gestione fiscale pensate appositamente per i forfettari, che automatizzano la fatturazione elettronica, tengono traccia delle scadenze e offrono supporto da parte di esperti online a costi contenuti. In ogni caso, il consiglio è lo stesso: informarsi prima di aprire, non dopo.
Regola d’oro per chi apre una partita IVA: tieni sempre da parte tra il 25 e il 30% di ogni compenso incassato. Non è risparmio, è previdenza fiscale.