Cosa accadrà veramente dopo i dati PIL e PCE USA sui mercati

Tommaso Scarpellini

30/04/2025

Il crollo inaspettato del GDP USA e l’impennata del PCE riaccendono lo spettro della stagflazione. Ecco la verità di cui nessuno vuol sentir parlare.

Cosa accadrà veramente dopo i dati PIL e PCE USA sui mercati

Ci si aspettava una crescita dello 0,4%. E invece, è arrivato un dato che ha spiazzato tutti: una contrazione del -0,3% nel GDP statunitense relativo al primo trimestre del 2025. Una sorpresa negativa che ha immediatamente acceso i riflettori dei media e degli analisti di Wall Street, scatenando timori diffusi su una possibile inversione di tendenza economica.

Ma, al di là della reazione emotiva iniziale, cosa significa davvero questo dato?

È l’inizio della recessione, o solo un’anomalia passeggera? Quali conseguenze può avere davvero sui mercati finanziari?

Le aspettative: ottimismo e pessimismo a confronto

La verità è che le previsioni erano già molto distanti. Da una parte il Bureau of Economic Analysis, con un atteggiamento decisamente ottimistico, aveva proiettato una crescita dello 0,4%. Dall’altra, la Fed di Atlanta stimava un crollo molto più pesante, tra il -2,1% e il -2,7%. Alla luce di questo confronto, il -0,3% può sembrare quasi una “via di mezzo”. Tuttavia, segna comunque un rallentamento reale e concreto, che potrebbe anticipare una recessione tecnica.

Il ritorno della parola proibita: stagflazione

Se a questo aggiungiamo il fatto che l’inflazione resta elevata, e non accenna a scendere in modo strutturale, il timore di un ritorno della stagflazione si fa più concreto. Una combinazione pericolosa di crescita negativa e inflazione persistente che rimanda direttamente agli anni ’70, durante la presidenza della Federal Reserve sotto Paul Volcker . Oggi, con Jerome Powell alla guida, ci si chiede se l’approccio sarà diverso o se si correranno gli stessi rischi.

Il paradosso: una cattiva notizia che può diventare buona

In realtà, per alcuni osservatori, questo dato negativo sul GDP potrebbe rappresentare una svolta. È da fine 2022 che la Federal Reserve cerca di raffreddare l’economia con tassi d’interesse elevati. Se questa contrazione economica dovesse portare a un rallentamento dell’inflazione, potrebbe finalmente aprire la porta a tagli dei tassi, invertendo la politica monetaria restrittiva. E non dimentichiamoci che un ritorno a una politica accomodante ha sostenuto i mercati per oltre 15 anni.

Ma il PCE gela le speranze

Il problema è che subito dopo è arrivato il colpo di grazia: il dato sul PCE core, salito al 3,7%. È stato questo l’elemento che ha fatto crollare l’ottimismo. Il messaggio implicito è chiaro: l’inflazione non è sotto controllo, e la Fed difficilmente potrà permettersi un intervento espansivo nel breve termine. Il risultato? I Treasury cadono, i rendimenti salgono, e sia l’S&P 500 che il Nasdaq chiudono in netto territorio negativo.

TLT, S&P 500 TLT, S&P 500 Grafico lineare del TLT (bianco) e S&P 500 (Arancione). Fonte: baha.com

Mercati confusi, politica in fermento

Se sui mercati azionari la reazione appare giustificata (si teme un nuovo taglio agli EPS), sui rendimenti obbligazionari c’è confusione. A meno che non si stia già iniziando a prezzare una nuova ondata inflazionistica. In questo scenario, arrivano puntuali le dichiarazioni politiche. Donald Trump accusa Joe Biden per la gestione economica e promette un nuovo boom economico... ma avverte: “Ci vorrà tempo”.