Il coronavirus potrebbe innescare una nuova grande depressione

A lanciare l’allarme per gli USA l’economista ed ex consigliere di Trump Kevin Hassett. I dettagli

Il coronavirus potrebbe innescare una nuova grande depressione

La pandemia di coronavirus in corso potrebbe innescare una nuova grande depressione. L’allarme, che richiama una delle crisi economiche più sconvolgenti del secolo precedente, arriva dall’economista ed ex consigliere del Presidente Trump Kevin Hassett.

Nel corso di un’intervento sulla CNN, Hassett ha affermato di non escludere che l’arresto dell’economia americana a causa dell’emergenza sanitaria potrebbe innescare un ripetersi della Grande Depressione.

Si tratta di un avvertimento sorprendente, specie perché di un ex membro della Casa Bianca, in arrivo proprio mentre da Wall Street si parla di un crollo storico del PIL e di perdite di posti di lavoro negli USA.

Così come in molti altri Paesi, le restrizioni sanitarie hanno costretto catene di abbigliamento, ristoranti, casinò, università e una miriade di altre realtà a uno stand-by temporalmente ancora indeterminato. Gli aeroporti sono deserti, le autostrade e le metropolitane sono vuote e una buona percentuale di fabbriche va verso la chiusura:

“Potremmo andare verso una Grande Depressione, o in alternativa dovremmo trovare un modo per rimettere le persone al lavoro anche se è rischioso. Il punto è che non possiamo non avere un’economia, giusto?”

ha chiesto retoricamente Kevin Hassett.

Il coronavirus potrebbe innescare una nuova grande depressione

Malgrado gli sforzi coordinati di Federal Reserve e istituzioni politiche per attutire i colpi economici della pandemia, gli economisti hanno già messo in conto un gravissimo impatto sul lavoro negli USA.

Kevin Hassett, che ha lasciato la Casa Bianca lo scorso anno e ora è un commentatore della CNN, ha anticipato dati relativi al lavoro che ad aprile saranno probabilmente “i peggiori mai visti”, con 2 milioni di posti di lavoro persi.

Un numero che supererebbe persino quello peggiore registrato durante la crisi del 2009, quando gli occupati precipitarono di 800.000 unità a marzo.
Per il momento la maggiore perdita di posti di lavoro in un mese risale al settembre del 1945, quando 1,96 milioni di posti di lavoro vennero persi.

Si trattava dei persistenti riverberi della Grande Depressione, quando la disoccupazione toccò il 24,9%. Ma sono scenari che, per quanto ancora lontani, potrebbero ripetersi sulla scia del coronavirus.

La lunga lista di licenziamenti legata alla pandemia fa tremare i polsi, non meno di altri Paesi che vivono un’emergenza ancora peggiore di quella statunitense. Union Square Hospitality, il gruppo di ristoranti di New York gestito da Danny Meyer, ha annunciato un riduzione della forza lavoro dell’80%, a causa di una “quasi totale mancanza di entrate”.

Marriott International, la più grande catena alberghiera al mondo, ha cominciato a soffrire già a partire dalle primissime restrizioni ai viaggi.
Le richieste di sussidi di disoccupazione settimanali negli Stati Uniti sono salite a 281.000 per la settimana terminata il 14 marzo, il livello più alto in due anni e mezzo. E potrebbe essere solo l’inizio.

JPMorgan ha annunciato un aumento di richieste di sussidi di almeno 400.000 unità nelle prossime settimane, con un PIL che nel secondo trimestre potrebbe crollare del 14%, mentre Deutsche Bank prefigura un PIL USA annuo in caduta del 13%.

“L’economia americana sta attualmente subendo uno shock senza precedenti, probabilmente destinato a continuare vista la diffusione del virus che accelera”,

hanno scritto gli economisti di Deutsche Bank nel loro report.

L’impatto è amplificato dal fatto che l’economia americana è guidata in gran parte dalla spesa dei consumatori. E in questo momento è impossibile per i consumatori spendere visto il congelamento della maggior parte delle attività.

La buona notizia è che politica e banca centrale stanno lanciando una lista di azioni volte ad alleggerire lo shock economico e finanziaro del coronavirus.
Tanto che alcuni economisti sono persino ottimisti su un rimbalzo nel 2020.

Tuttavia, nessuna previsione ha molto senso senza un vero e massiccio controllo della crisi sanitaria in corso.

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