Il coronavirus potrebbe causare un genocidio

Coronavirus e genocidio: un connubio inquietante che, sebbene al momento resti una previsione, potrebbe diventare realtà. L’allarme è stato lanciato dal Brasile: gli indigeni dell’Amazzonia potrebbero scomparire. E Bolsonaro esserne il colpevole.

Il coronavirus potrebbe causare un genocidio

Tra le conseguenze del coronavirus potrebbe esserci addirittura un genocidio. Una parola forte, quest’ultima, che apre a uno scenario inquietante ed estremo, ipotizzato per le popolazioni indigene dell’Amazzonia, in Brasile.

Che l’epidemia nello Stato latinoamericano non sia stata affrontata con saggezza e prudenza è ormai un fatto evidente. Il presidente Bolsonaro ha tentato sin dall’inizio della pandemia di minimizzare la portata dell’emergenza nel Paese.

Intanto, però, la nazione è la più colpita del Sud America, conta già oltre 100.000 contagiati e un numero crescente di morti, superiore ai 7.000.

Tanti dubbi restano su decessi, test a disposizione, gestione sanitaria a causa di dati scarsi e poco attendibili. E mentre Bolsonaro scende in piazza contro il lockdown (e magari a favore di un colpo di stato militare da lui guidato) gli indigeni dell’Amazzonia potrebbero addirittura scomparire.

Il coronavirus si tradurrà nell’accelerazione di un genocidio nella foresta amazzonica?

Perché c’è rischio genocidio in Amazzonia con coronavirus

Un grido di allarme è stato lanciato per salvare gli indigeni dell’Amazzonia dalla minaccia di sparire per sempre.

In una lettera aperta al presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, personaggi noti dello spettacolo, della scienza, del mondo intellettuale, tra cui Madonna, Oprah Winfrey, Brad Pitt, David Hockney e Paul McCartney hanno messo in guardia: la pandemia per le comunità indigene brasiliane significa un’estrema sfida per la loro stessa sopravvivenza.

Il coronavirus, e soprattutto l’indifferenza verso l’emergenza sanitaria da esso causata, potrebbe diventare addirittura un genocidio. E macchiare Bolsonaro di un crimine senza precedenti.

I numeri parlano chiaro. Lo Stato brasiliano Amazonas - dove si concentra il maggior numero di indigeni urbani - ha uno dei più alti tassi di infezione del Paese e può contare su un sistema sanitario sotto finanziato, inefficiente e carente dei dispositivi di sicurezza necessari ora con la pandemia.

Ad aprile, Manaus, la capitale, ha visto un aumento del 578% nel numero di persone che sono morte per problemi respiratori. Non sono ufficialmente registrati come vittime da COVID-19, ma gli esperti ritengono il coronavirus possa essere l’unica spiegazione. Con i test ancora insufficienti, c’è un enorme sottostima dei numeri reali.

Intanto, però, nella città sono state scavate fosse comuni, nella totale indifferenza di Bolsonaro. Qui mancano più che altrove medicine, mascherine, ventilatori, protezioni per i sanitari. Con quasi due milioni di persone, Manaus è la settima città più grande del Brasile e il suo centro urbano il più isolato.

Povertà, malnutrizione e sfollamenti rendono la lotta al virus una sfida enorme per queste comunità, alcune delle più vulnerabili del Brasile.

Se nella città gli indigeni si sentono abbandonati al loro triste destino, la situazione è ancora peggiore nella profondità della foresta pluviale. Qui l’assistenza medica più vicina è spesso a pochi giorni di distanza in barca. Alcune comunità si sono chiuse, temendo il contagio.

Il pericolo di un vero e proprio sterminio è reale. La paura della pandemia, infatti, ha fatto scappare gli agenti che solitamente controllano le riserve, proteggendole da incursioni illegali di cacciatori e taglialegna.

La foresta amazzonica, quindi, è ora libera più che mai di essere presa d’assalto da affaristi e minatori senza scrupolo, né controllo. Oltre a devastare il polmone verde del mondo, essi possono introdurre il virus tra le comunità indigene “incontattate”, che vivono pacificamente in quei luoghi da sempre.

Lo scenario potrebbe essere quello della loro estinzione. E di un genocidio.

Quale destino per l’Amazzonia con l’epidemia?

L’Amazzonia tutta è in pericolo: questo è l’allarme lanciato dal Brasile.

Il coronavirus non ha fatto altro che accelerare la strategia politica chiara di Bolsonaro, secondo i suoi critici: stimolare l’invasione delle riserve indigene da parte di affaristi e lo smantellamento delle agenzie governative che avrebbero dovuto proteggerle.

Con l’emergenza epidemia, molti stanno puntando la foresta, sicuri di poter agire senza essere fermati. I dati suggeriscono, infatti, che negli ultimi tre mesi la deforestazione è cresciuta del 51%. Più incursioni, quindi, che si traducono in maggiore distruzione e alta probabilità di esportare il virus (letale per gli indigeni).

Nella lettera accorata indirizzata a Bolsonaro, il fotoreporter brasiliano Sebastião Salgado ha chiaramente affermato: “Le comunità indigene non sono mai state così sotto attacco ... Il Governo non ha alcun rispetto per i territori indigeni.”

Il riferimento esplicito è ai tagli paralizzanti del bilancio sulla protezione dell’Amazzonia e al recente licenziamento di alcuni dei migliori funzionari ambientali che avevano preso di mira gli affaristi illegali.

E poi c’è l’urgenza incendi. L’anno scorso enormi aree di foresta in Amazzonia sono state devastate. Il picco della stagione degli incendi è luglio, che alcuni esperti temono possa coincidere con il momento peggiore per la diffusione di coronavirus.

Con quali conseguenze? Con il diffondersi dei fuochi le persone sono colpite da problemi respiratori e polmonari: se i già pochi ospedali delle zone saranno pieni con i malati da COVID-19, come potranno assistere gli indigeni intossicati dagli incendi?

Ecco, quindi, che lo scenario si fa davvero cupo. E il genocidio da coronavirus in Brasile potrebbe non essere così assurdo.

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