Coronavirus: cos’è il modello israeliano e come funziona

La chiave del modello israeliano per combattere il coronavirus parte da “i nostri nonni”: ecco come potrebbe funzionare

Coronavirus: cos'è il modello israeliano e come funziona

Ha fatto molto discutere negli ultimi giorni la descrizione del cosiddetto modello israeliano per far fronte alla pandemia di coronavirus in corso. La strategia è stata descritta da Naftali Bennet, ministro della Difesa del Paese mediorientale.

Una tesi che ha catturato una discreta attenzione da parte dei media, soprattutto per l’apparente semplicità delle poche mosse che Bennet ritiene necessarie ad affrontare nel miglior modo possibile l’emergenza sanitaria.

Va precisato in primo luogo che non si tratta - o almeno non ancora - di una vera strategia governativa, ma il ministro ha espresso le sue idee in quanto parte dell’esecutivo, e quello che ha indicato può ritenersi al momento solo una parte della discussione ancora in corso per fronteggiare la pandemia.

Di fatto la mossa suggerita da Bennet è unica, e riguarda le fasce più anziane della popolazione. Vediamo allora come si articolerebbe il cosiddetto modello israeliano da lui illustrato e come potrebbe funzionare.

Coronavirus: cos’è il modello israeliano e come funziona

Come già accennato, a colpire del discorso di Bennet è soprattutto la semplicità, e il fatto che, nella sostanza, la mossa da compiere per affrontare il coronavirus è una sola: separare gli anziani dai più giovani.

“La combinazione in assoluto più letale è una nonna che abbraccia il nipote. Per quale motivo? Perché questo è un virus unico, nel senso che è di gran lunga più letale per gli anziani rispetto ai giovani”, afferma Bennet nel suo discorso.

Passando in rassegna le percentuali nulle o quasi di morti tra le fasce più giovani delle varie popolazioni, spiega che l’isolamento “dei vostri nonni” è finalizzato alla loro protezione, ma soprattutto alla circolazione del virus nella maniera più indolore possibile:

“In diversi Paesi non si è registrata nessuna morte tra i giovani, e in Paesi dove le morti sono state molte la percentuale di decessi nella fascia 20-30 è stata pari allo 0,1%. Per contro, nella fascia che va dai 70 agli 80 anni in media 1 su 5 o 1 su 7 muore.”

Per larghi tratti simile alla cosiddetta immunità di gregge, sbandierata e poi abbandonata dagli inglesi, il modello israeliano va però a individuare con precisione le fasce della popolazione da separare per garantire la più innocua circolazione del virus:

“Quello che succederà nei prossimi mesi è che gradualmente il resto della popolazione - che lo voglia o no - contrarrà il virus, la maggioranza di loro in maniera asintomatica e senza neanche accorgersene. Nel giro di 4 settimane tutte queste persone diventeranno immuni. Partirà con piccole percentuali (di immuni): dallo 0,1% all’1%, poi 5%, poi 20%. Quando raggiungerà il 60-70%, l’epidemia sarà finita e i vostri nonni potranno uscire”.

Un modello israeliano in Italia?

La semplicità di un simile schema ha portato anche ad ipotizzare un’applicazione della strategia in Italia.

Una teoria più approfondita è stata analizzata durante la puntata di DiMartedì del 24 marzo, con un’ipotetica suddivisione italiana che rimetterebbe a lavoro la popolazione fino ai 55 anni d’età, lascerebbe ferma per un altro mese quella che va dai 55 ai 65 e fermerebbe in maniera drastica gli over 65.

Questi ultimi dovrebbero essere soggetti alle più severe restrizioni, assistiti con spese a domicilio e servizi simili.

Con uno schema del genere si potrebbe teorizzare una riapertura delle aziende il 14 aprile, una riapertura di bar, negozi e ristoranti il 21 aprile - ma col persistere dell’obbligo di distanziamento - e infine uno stop alle limitazioni degli spostamenti il 2 maggio, con concomitante rientro nelle scuole.

Uno schema che rappresenta ovviamente una semplice congettura, e che lo stesso statistico Antonello Maruotti, presente nello studio di Giovanni Floris, bolla come non accostabile dall’attuale realtà italiana.

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