Coronavirus: ecco il metodo turco e come funziona

Con blocchi previsti nei weekend e restrizioni specifiche per età, la Turchia sta adottando misure diverse in contrasto al coronavirus

Esiste un metodo turco per affrontare il coronavirus, ed è molto diverso rispetto a tante altre strategie messe in atto nelle ultime settimane, da tutti i Paesi costretti, loro malgrado, ad affrontare l’emergenza sanitaria innescata dalla temuta COVID-19.

Lo scorso fine settimana il governo turco ha stabilito un coprifuoco di 48 ore per 31 province, con un impatto su tre quarti della popolazione. Malgrado la misura sia stata richiesta con forza dalle opposizioni al fine di frenare l’estensione dei contagi, il risultato iniziale è stato disastroso.

Di fatto il coprifuoco è stato annunciato solo due ore prima la sua entrata in vigore, innescando un panico generalizzato e una corsa agli acquisti in supermercati, negozi di alimentari e panifici, con scarsissima considerazione delle misure di distanziamento sociale.

A seguito del caos, il presidente Erdogan si è rivolto alla nazione dichiarando che la Turchia è abbastanza forte da proteggere e provvedere ai suoi cittadini, sollecitando la popolazione a rimanere in casa e annunciando un altro coprifuoco nel fine settimana che segue.

A simili restrizioni per fasce temporali, si aggiungono poi quelle per età, elementi che, combinati, fanno del metodo turco di affrontare il coronavirus un percorso unico nel suo genere, che vale la pena analizzare.

Il metodo turco: restrizioni parziali

Durante la settimana, l’ordine di restare a casa si applica solo ai minori di 20 anni o a chi ha più di 65 anni.

In teoria, tutti gli altri cittadini sono autorizzati a uscire, anche se molte tra le piccole imprese sono chiuse, i ristoranti sono aperti solo per consegna e ritiro, i luoghi pubblici - come i parchi - sono chiusi e le banche fanno orari ridotti.

Al contrario, i cantieri sono in piena attività, così come le fabbriche e altre attività commerciali, per nulla disposte a subire conseguenze economiche dalla pandemia in corso.

Alcuni esperti sostengono che le “restrizioni parziali” messe in campo dalla Turchia potrebbero rivelarsi efficaci, a condizione che le persone più vulnerabili continuino ad essere protette, mentre chi può uscire si mostri cauto e segua le misure di distanziamento sociale indicate.

Secondo Muhammad Munir, virologo della Lancaster University nel Regno Unito, si tratta di una “strategia alternativa”, che potrebbe effettivamente funzionare:

“Tra i contagiati, 8 su 10 guariscono totalmente. Quindi, se si lascia libertà alle persone sane - che non hanno altre patologie - la cosa può funzionare. Il vantaggio è che la diffusione della malattia sarà lenta, e la pressione sugli ospedali molto ridotta.”

Un numero di morti contenuto

Per Jeremy Rossman, virologo e docente presso l’Università del Kent, è complicato analizzare i dati sui contagi che la Turchia riferisce quotidianamente, e i cosiddetti blocchi parziali sono davvero efficaci solo se portati avanti fin da inizio epidemia e in un Paese con un livello ancora basso di casi, se ha già raggiunto il picco o se sta uscendo da restrizioni complete, come quelle italiane.

Rossman riconosce come al momento la maggior parte dei Paesi stia attuando un “blocco completo”, ma precisa che anche un blocco parziale può mostrarsi efficace, garantendo un “mantenimento di parte dell’economia mentre si cerca di contenere l’epidemia”:

“Dipende da quanto la popolazione aderisce alle indicazioni governative, e quanto si faccia per incentivare il distanziamento sociale e l’igiene delle mani nei luoghi di lavoro. Ma visto l’attuale ritmo contagi della Turchia, c’è il rischio che questo non sia sufficiente”.

La Turchia è tra i primi 10 paesi per casi confermati di coronavirus, con una media di aumento dei positivi pari a circa 4.000 casi al giorno. Eppure, il tasso di mortalità è molto più basso rispetto ad altri Paesi.

La Turkish Medical Association sostiene che le statistiche ufficiali sulla morte per coronavirus non includono casi che indicano Covid-19 ma i cui tamponi risultano negativi.

Mentre il ministro della sanità turco, Fahrettin Koca, sostiene che il tasso di mortalità della Turchia - appena sopra il 2% - è dovuto alle ottime capacità sanitaria del Paese e a un protocollo di trattamento diverso rispetto ad altri.

Koca afferma infatti che, a differenza di altri paesi, l’approccio della Turchia si basa in primis sul tracciamento dei contatti anziché sui test generici su una fascia di popolazione, o i test effettuati dopo la presentazione clinica del paziente con sintomi.

In più gli ospedali del territorio hanno ritardato l’intubazione, usando ossigeno ad alta frequenza per un periodo di tempo maggiore, elemento che - spiegano - ha prodotto risultati migliori.

Nel frattempo, la Turchia usa l’idrossiclorochina, il farmaco contro la malaria, e il favipiravir, antivirale giapponese; lo fa da molto prima rispetto ad altri Paesi.
Molti tuttavia sostengono che il farmaco per la malaria abbia troppi effetti collaterali e “scarso impatto” sui pazienti:

“Quando si tratta di idrossiclorochina, i pazienti potrebbero sì riprendersi dalla Covid-19, ma dopo un anno potrebbero vedere il sopraggiungere di problemi cardiaci. Ecco perché non ci sono prove sufficienti per approvare questi farmaci su scala globale”,

ha spiegato Nuri Aydin, presidente della facoltà di medicina dell’Università di Istanbul.

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