Conviene ancora investire nei Pir (Piani Individuali di Risparmio)?

Lorenzo Raffo

19 Giugno 2025 - 07:52

Una domanda frequente, frutto dell’incertezza di tanti fattori. Cosa sono, cosa prevedono e soprattutto quali vantaggi comportano. Con un approfondimento però anche dei punti deboli.

Conviene ancora investire nei Pir (Piani Individuali di Risparmio)?

Appartengono un po’ al passato e dimostrano come in Italia le formule di investimento per i piccoli e medi investitori non abbiano saputo evolvere nella direzione di quella che possiamo definire l’epoca moderna.

I Pir (Piani individuali di risparmio) – introdotti nel 2017 e poi modificati nel 2020 – sono stati una delle novità più interessanti volute anni fa dalla classe governativa nostrana. In realtà hanno una struttura che ripropone quanto già attuato in altri Paesi.

L’esempio francese

In Europa il primo caso - nel 1992 - di formula di risparmio di questo tipo si è vista in Francia, che ha valutato e poi introdotto il cosiddetto Plan d’Epargne en Actions (PEA), improntato agli investimenti azionari sia transalpini sia dell’Unione europea, mediante anche Etf. Sono stati studiati in una visione di vantaggi fiscali, con le plusvalenze alleggerite da aliquote fiscali minori via via con il passare del tempo, in ottica di consolidamento dei portafogli, per un limite massimo di importo di 150.000 euro, adeguato alla capacità di risparmio dei francesi.

E quello inglese

In Gran Bretagna i cosiddetti Individual Savings Account (ISA), sono stati attuati nel 1999. Si tratta di conti di risparmio esentasse in cui gli investitori possono depositare varie tipologie di asset, dalle azioni ai fondi e dalle obbligazioni alle polizze, sebbene con alcune limitazioni. Obiettivo principale quello di introdurre forme di agevolazioni fiscali a chi lasci sul conto i propri risparmi per lunghi periodi. In questo modo si ottengono due vantaggi: una maggiore inalterabilità nel tempo dei patrimoni delle famiglie; una migliore stabilità delle quotazioni per esempio dell’azionario, meno soggetto all’impatto di entrate e uscite di breve/medio periodo.

Infine gli italiani

Ultimi ma non per questo meno innovativi nell’area Ue i nostri Pir (Piani individuali di risparmio), strutturati attorno a precise regole:

1°) per beneficiare delle agevolazioni fiscali (punto seguente) vanno rispettate numerose condizioni, tra cui quelle di garantire che al minimo il 70 per cento del portafoglio sia investito in azioni e obbligazioni emesse da società italiane (ed europee ma a certe condizioni) e di mantenere l’investimento in Pir per almeno 5 anni;
2°) quali sono i vantaggi fiscali? Notevoli. Consistono nell’esenzione totale sia dalla tassazione dei redditi derivanti dagli investimenti effettuati (tasse sul capital gain maturato, prelievi su cedole e dividendi) sia dall’imposta di successione.

Tante chiacchiere ma…

La novità ha destato immediato clamore. Quando in Italia si parla di riduzione dell’imposizione fiscale tutti si mettono in coda per valutarne i vantaggi. Poi però ci si è resi conto che l’offerta di Pir proveniva quasi solo da gestori di fondi e da banche, con costi di tutto rilievo, tali da ridurne l’attrattiva. Variavano (e variano) dall’1,5% al 3%, a seconda della tipologia. È stato poi di fatto impedito agli investitori di costruire dei Pir in proprio. Inoltre il periodo di lancio non è risultato fortunato, perché ha registrato performance più basse dell’azionario italiano rispetto a quello dell’intero contesto europeo (per esempio dell’Eurostoxx 50). Occorre ricordare che lo scopo vero dell’iniziativa è di far defluire una parte dei risparmi sulle aziende italiane. Lo si è fatto però con una modalità poco liquida, strutturata a favore dell’industria finanziaria, mentre un semplice conto deposito (pur tassato al 12,5% per i titoli di Stato o al 26% per l’azionario) è in grado di assicurare una facilità di implementazione e smontaggio di un portafoglio che qualsiasi intermediario, consulente o singolo risparmiatore può costruire senza troppe difficoltà.

Si guadagna meno

Dopo già qualche mese dall’introduzione è sorto un dubbio: con i Pir si hanno vantaggi fiscali ma si corre una rischiosità maggiore rispetto a un classico portafoglio gestito per esempio con Etf o con azioni/bond. Un ragionamento molto semplice lo dimostra: c’è l’obbligo di mantenere il Pir per almeno 5 anni. Se si entra in una fase favorevole dei mercati e alla fine del periodo ci si trova in un periodo sfavorevole che si fa? Certamente si possono aspettare tempi migliori per uscire ma all’italiano questo non piace: teme infatti che i rischi aumentino e i rendimenti diminuiscano. In aggiunta la freddezza con cui molte banche e l’industria dell’asset management hanno guardato all’iniziativa è stata uno dei motivi del parziale insuccesso dei Pir tricolore.

Le percentuali

Si è detto che almeno il 70% del piano deve essere investito in strumenti finanziari emessi da società italiane (o europee con stabile organizzazione in Italia). Bisogna però precisare poi che di questo 70% almeno il 25% deve essere collocato in società non incluse nell’indice Ftse Mib / grandi capitalizzazioni (o indici equivalenti) e il 5% in società non incluse nell’indice Ftse Mid Cap / medie capitalizzazioni (o equivalente). Su una singola società non si può inoltre puntare più del 10% del Pir. Se l’ultima clausola è corretta le prime due hanno comportato difficoltà di comprensione, alimentando dubbi e ostacoli. Da notare inoltre che per beneficiare dell’esenzione fiscale è previsto un limite all’ammontare massimo di fondi che ogni risparmiatore può investire in un Pir. Ciascuna persona fisica ha la possibilità di essere poi titolare di un solo Pir nel quale impegnare non più di 40.000 euro l’anno (con un minimo di 500 euro), entro un limite complessivo di 200.000 euro. Molti si sono detti: per soddisfare tali requisiti devo smontare buona parte del mio portafoglio, magari parzialmente in perdita. Chi me lo fa fare? I 5 anni sono apparsi inoltre un periodo troppo lungo, altro motivo di perplessità. Un ulteriore sbaglio è stato quello di affiancare ai Pir tradizionali dei Pir alternativi, destinati a una clientela più evoluta e capitalizzata. Si tratta infatti di piani che contengono una quota maggiore di titoli emessi da società italiane di minori dimensioni e negoziati su mercati poco liquidi (ad esempio l’Euronext Growth Milan di Borsa Italiana) o addirittura non quotati.

Hanno ancora senso?

Una risposta oggettiva non è semplice, anche perché le fonti informative di cui il risparmiatore dispone sul tema portano a una certa confusione, inevitabile d’altra parte stante la varietà di offerta. Tuttavia una certa verità si sta facendo strada: i Pir possono rendere davvero bene se tenuti in un’ottica temporale molto lunga, oltre i 5 anni “istituzionali”, tanto più inevitabilmente se iniziati in una fase di debolezza dei mercati. Il fatto che le agevolazioni fiscali durino tanto quanto il portafoglio comporta una specie di effetto moltiplicativo per la redditività decennale. Si prestano quindi a chi sia giovane o di mezza età e abbia prospettive temporali rilevanti. Non si prestano invece alle persone in età pre o pensionistica, certamente più capitalizzate ma meno propense ad attendere per un lungo periodo i frutti dei propri risparmi.