Convengono davvero le polizze long term care?

Redazione Money Premium

20 Dicembre 2025 - 08:36

Secondo dati ISTAT, la probabilità che una persona 75enne rientri nelle condizioni previste dalle LTC si aggira intorno al 4 per cento, ma supera il 12 per cento dopo i 75 anni.

Convengono davvero le polizze long term care?

La popolazione italiana sta attraversando una trasformazione profonda, che riguarda in modo diretto il mondo della silver age. I progressi della medicina, delle tecnologie e delle condizioni socioeconomiche hanno portato a un significativo aumento della longevità: un risultato straordinario dal punto di vista umano, ma che porta con sé anche un rovescio della medaglia. Parallelamente, la drastica riduzione delle nascite segnala un Paese alle prese con un crescente inverno demografico, caratterizzato da un progressivo squilibrio tra chi va in pensione e chi entra nel mondo del lavoro.

Nel 1990, un cittadino italiano di 65 anni poteva aspettarsi di vivere ancora circa 17 anni. Oggi sono più di 20. Questi anni aggiuntivi rappresentano un privilegio, ma allo stesso tempo comportano un inevitabile aumento dei costi legati al mantenimento di un adeguato tenore di vita e alla tutela della salute. La fase della vita comunemente definita come “retirement”, volendo usare un termine anglosassone, non può più essere immaginata come un periodo lungo e sereno sostenuto dalla sola pensione pubblica.

Negli anni Novanta, era ancora possibile beneficiare di un pensionamento anticipato, che regalava tempo e spesso una stabilità economica sufficiente. Con la riforma Amato del 1992, l’età pensionabile ha iniziato un percorso di progressivo innalzamento, sino agli attuali 67 anni, con un trend che continuerà. A complicare lo scenario si aggiunge la transizione al sistema contributivo, che lega l’assegno pensionistico agli effettivi versamenti realizzati durante la carriera, anziché a retribuzioni e anzianità in modo più favorevole. Questo cambio di paradigma rende ancora più evidente la necessità di programmare il proprio futuro economico.

Chi ignora l’importanza del secondo pilastro previdenziale (fondi pensione e TFR) e del terzo pilastro rappresentato dal risparmio privato e da strumenti assicurativi complementari, rischia di esporsi a un pericoloso impreparazione finanziaria. La conseguenza è un possibile trasferimento del peso assistenziale sui familiari, che potrebbero trovarsi a gestire eventi imprevisti e costosi, in un contesto di riduzione progressiva del welfare pubblico. Questo scenario è già visibile nella gestione delle spese sanitarie e assistenziali, che spesso risultano più elevate proprio quando il reddito cala.

Tra i rischi più critici per gli anziani emerge la non autosufficienza, una condizione che in Italia coinvolge quasi 4 milioni di persone, con una previsione di crescita in proporzione all’invecchiamento della popolazione. Si tratta di un fenomeno dalle molte facce: può manifestarsi come perdita della mobilità, difficoltà sensoriali, declino cognitivo o limitazioni nell’eseguire le attività quotidiane. Quando la condizione diventa severa, la persona necessita di assistenza costante che può richiedere l’intervento di badanti, strutture sanitarie o servizi domiciliari, con costi spesso proibitivi per chi non ha accumulato risorse finanziarie dedicate.

In questo contesto, strumenti assicurativi come le polizze long term care hanno lo scopo di garantire una rendita o una copertura delle spese in caso di perdita dell’autonomia. Offrono una sorta di protezione contro un evento tanto raro in età giovanile quanto probabile nella fase avanzata della vita. Le compagnie assicurative, basandosi su modelli statistici e attuariali, definiscono premi più contenuti per chi sottoscrive la copertura presto e importi sempre più elevati con il passare degli anni. La logica è evidente: prima si interviene, minore è la probabilità dell’evento, quindi più sostenibile è il costo.

Tuttavia, la questione non si esaurisce nella semplice sottoscrizione della polizza. Le condizioni contrattuali possono incidere enormemente sull’efficacia dello strumento. La definizione di perdita dell’autosufficienza, nella maggior parte dei casi, richiede l’incapacità di svolgere almeno tre o quattro tra le principali attività essenziali quotidiane. Ciò riduce sensibilmente la platea di chi, pur con limitazioni, può accedere ai benefici assicurativi. Inoltre, parametri come carenze, esclusioni, massimali, meccanismi di rivalutazione e la corretta compilazione del questionario sanitario possono determinare differenze rilevanti nella fase di utilizzo della polizza.

La statistica aiuta a comprendere la portata del fenomeno. Secondo dati ISTAT, la probabilità che una persona 75enne rientri nelle condizioni previste dalle LTC si aggira intorno al 4 per cento, ma supera il 12 per cento dopo i 75 anni. L’aspettativa di vita di chi ha già raggiunto i 75 anni resta comunque superiore agli 11 anni, e questo significa che un evento di non autosufficienza potrebbe generare costi per periodi assai lunghi.

Diventa quindi cruciale interrogarsi su quale strategia adottare per proteggersi: stipulare una polizza oppure costruire autonomamente un capitale da destinare alle future necessità? Ipotizzando un versamento mensile in una LTC a partire dai 50 anni e, in alternativa, un investimento della stessa cifra sui mercati, mostra come non esista una risposta universale. La copertura assicurativa appare più vantaggiosa se l’evento si manifesta prima degli 80 anni, perché elimina il rischio di sopravvivenza prolungata con costi assistenziali elevati. Il risparmio autonomo, invece, garantisce la piena proprietà del capitale, che può essere lasciato agli eredi se l’evento non si verifica o si presenta per un tempo limitato, ma espone al rischio di veder evaporare le risorse in caso di vita molto lunga.

La scelta è quindi profondamente personale e dipende dal proprio livello di benessere economico, dalla situazione familiare, dalla percezione del rischio e dalla volontà di mantenere il controllo delle proprie risorse. Una cosa, però, è evidente: ignorare il problema significa esporsi a un futuro incerto e potenzialmente drammatico dal punto di vista finanziario. L’Italia non può più permettersi di rimandare il tema della sostenibilità nella terza età, perché la struttura demografica del Paese sta cambiando più rapidamente della sua capacità di adattamento.

La soluzione più ragionevole, per molti, potrebbe essere un approccio ibrido che unisca una polizza long term care a un piano di risparmio e investimento personale. In questo modo, si può mitigare l’ansia dell’imprevedibilità e al contempo preservare una flessibilità economica utile nel lungo periodo. Alcuni potrebbero scegliere di rimandare la copertura assicurativa a un’età più avanzata, utilizzando parte del capitale accumulato per finanziare una rendita assicurativa anche più contenuta, ma in grado di integrarsi con pensione e patrimonio privato.

Il futuro della silver age italiana si giocherà sulla capacità delle persone di riconoscere l’importanza della prevenzione finanziaria. Vivere più a lungo sarà davvero un’opportunità solo per chi sarà stato capace di prepararsi in tempo. In un Paese che invecchia rapidamente, il benessere della terza età non può essere lasciato al caso: è un investimento sul proprio domani e sulla serenità di chi ci sta accanto.