Controlli fiscali sul conto del coniuge, non basta un movimento sospetto per l’accertamento

Patrizia Del Pidio

6 Maggio 2026 - 14:56

Svolta della Cassazione sui controlli bancari, se il Fisco indaga sul conto del coniuge, non basta più soltanto il sospetto. Ecco perché l’Agenzia delle Entrate deve ora dimostrare il collegamento.

Controlli fiscali sul conto del coniuge, non basta un movimento sospetto per l’accertamento

I controlli fiscali possono coinvolgere anche i conti correnti del coniuge, ma in questo caso gli automatismi sono stati limitati dall’ordinanza della Corte di Cassazione numero 12368/2026 pubblicata il 3 maggio. La Suprema Corte, in parole semplici, chiede all’Agenzia delle Entrate di usare meno calcoli matematici freddi e più logica nei controlli bancari.

Il Fisco, infatti, nel dare la caccia agli evasori non si limita solo a controllare i conti correnti personali, ma anche quelli di persone vicine al contribuente come parenti, soci o coniuge. Ma in questo caso non basta trovare un movimento sospetto sul conto corrente del familiare per sospettare che il contribuente stia occultando redditi o evadendo le tasse.

Controlli sui conti del coniuge, basta automatismi

La recente ordinanza stabilisce che non può esserci un salto logico dal dato bancario scovato sul conto corrente di una terza persona e le tasse non versate dal contribuente. È necessario che l’amministrazione tributaria riesca a dimostrare con un ragionamento logico che i soldi sono effettivamente riconducibili all’attività del contribuente.

Nei controlli bancari del Fisco una distinzione fondamentale deve essere fatta tra prelievi e versamenti:

  • i versamenti che transitano sul conto corrente, infatti, per il Fisco sono sempre considerati come redditi da imporre a tassazione: se non trovano evidenza nella dichiarazione dei redditi, quindi, vanno tassati, a meno che il contribuente non provi che sono esenti da imposizione;
  • i prelievi portano alla presunzione che si tratti di costi in nero per generare altri ricavi e proprio per questo la presunzione è valida solo per le imprese e non per i lavoratori autonomi o dipendenti.

L’onere della prova a due tempi

Nelle indagini bancarie e in particolare nella presunzione fiscale solitamente l’onere della prova è invertito ed è il contribuente a dover dimostrare che non si tratta di reddito imponibile con prova analitica e documentale su ogni singolo movimento contestato.

La recente ordinanza della Corte di Cassazione, però, pone un diverso equilibrio per quel che riguarda i movimenti individuati sui conti correnti di familiari e coniuge: in questo caso, infatti, il Fisco prima deve dimostrare che il movimento presente sul conto corrente del terzo è riferibile all’attività del contribuente e solo dopo che il Fisco ha fornito questa prova scatta l’obbligo della prova contraria con prova analitica da parte del contribuente.

Stop ai calcoli matematici

Per i Supremi Giudici l’accertamento non deve nascere soltanto da una fredda somma matematica di entrate e uscite: il Fisco deve costruire una narrazione coerente per fare in modo di dimostrare che il movimento sul conto di terzi sia riferito all’attività del contribuente. Il contesto, quindi, in questo caso riveste un’importanza centrale: come è strutturata l’azienda, qual è il tenore di vita del contribuente e quali sono le relazioni economiche che giustificano l’accertamento.

Se il percorso tra movimento sul conto corrente del terzo e il contribuente e la sua attività viene meno, l’eventuale avviso di accertamento è nullo.

L’ordinanza di maggio, quindi, trasforma il Fisco da contabile che somma i numeri a investigatore che deve provare i collegamenti tra i movimenti sul conto e il contribuente. L’importanza di questa sentenza va ricercata nella maggior tutela per il contribuente contro le pretese che potrebbero basarsi anche su semplici coincidenze.

Facciamo un esempio concreto per capire cosa cambia. Prima, se il Fisco trovava un bonifico di 5.000 euro sul conto della moglie casalinga, sapendo che lei era priva di reddito proprio presumeva che quei soldi fossero imputabili al marito come compenso in nero per la sua attività: in questo caso emetteva un avviso di accertamento chiedendo al contribuente il pagamento delle imposte sulla cifra in questione.

Oggi non basta il movimento sul conto della moglie, il Fisco deve poter dimostrare che il contribuente aveva la possibilità di disporre di quel conto e che il bonifico è collegato all’attività lavorativa. Senza il collegamento logico non si può procedere a un accertamento.

Cosa cambia

Finora il Fisco quando trovava un movimento bancario non giustificato sul conto corrente del coniuge applicava l’automatismo presuntivo e lo trasformava automaticamente in reddito occultato. Il contribuente doveva provare analiticamente che non si trattava di reddito imponibile (o che l’obbligo impositivo era stato assolto). Provare analiticamente la provenienza di un movimento bancario (su un conto corrente altrui, tra l’altro) non sempre è facilissimo dopo che sono trascorsi anni.

Ora, dopo l’ordinanza, il movimento bancario non è più una sentenza da cui il contribuente deve difendersi, ma solo una storia che il Fisco deve sapere raccontare e dimostrare. I conti di parenti, soci e coniuge, quindi, sono meno attaccabili senza una prova schiacciante di collegamento all’attività lavorativa.

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