Controlli fiscali, più difficile l’accesso ai conti correnti. La sentenza

Patrizia Del Pidio

20 Giugno 2026 - 11:26

Il Fisco non può usare i dati bancari senza motivazione nell’atto: lo dice la Cassazione dopo la sentenza CEDU. Nuova arma per i ricorsi dei contribuenti.

Controlli fiscali, più difficile l’accesso ai conti correnti. La sentenza

Per i controlli fiscali arrivano novità importanti: se sono basati sui conti correnti nell’avviso devono essere presenti i dati del provvedimento che ha permesso al Fisco di controllorare i dati bancari. In assenza di queste informazioni il contribuente può contestare le pretese dell’Agenzia delle Entrate.

La novità nasce dall’ordinanza 19960 della Corte di Cassazione depositata lo scorso 15 giugno. Il Fisco deve rispettare specifici limiti che servono a tutelare la privacy del contribuente. L’avviso di accertamento deve contenere le motivazioni che rendono necessario l’accesso ai conti bancari e il contribuente deve poter valutare subito la correttezza dell’atto. In caso contrario i dati bancari non possono essere utilizzati nella contestazione del Fisco.

Quando questi elementi mancano il contribuente può impugnare anche gli accertamenti del passato. Si tratta di un enorme passo avanti nella tutela del contribuente che, negli ultimi anni, aveva guardato impotente il potere apparentemente senza limiti del Fisco italiano.

Accesso ai conti correnti limitato

L’accesso ai conti correnti può violare la privacy del cittadino e proprio per questo motivo il Fisco, pur essendo legittimato agli accessi, deve avere una motivazione specifica.

Se nell’avviso di accertamento manca l’atto che ha autorizzato i controlli bancari, il provvedimento è illegittimo: l’intromissione dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza in questioni che riguardano anche la vita personale (come il conto corrente) deve essere basata su precisi presupposti e correttamente motivata.

La sentenza della Cassazione chiarisce anche cosa deve fare il contribuente per far valere i propri diritti in caso di accertamento in cui non compaiano i dati sulla motivazione: deve presentare un ricorso contro l’avviso di accertamento facendo presente l’illegittimità del provvedimento per mancanza dell’atto di motivazione.

Il nuovo corso nelle indagini bancarie

Rispetto a prima, la sentenza comporta un cambio di rotta davvero importante. L’autorizzazione, in passato, era considerata come una sorta di atto burocratico interno per le indagini bancarie, ovvero un’informazione che non aveva un effetto sull’accertamento e sul contribuente. Se l’autorizzazione non c’era o non era regolare, l’accertamento restava comunque legittimo e per invalidarlo era necessario che il contribuente dimostrasse un danno concreto subito.

La motivazione, in ogni caso, era richiesta già a partire dal 1994 anche se non aveva effetto nel contenzioso tributario. Ora, invece, il contribuente ha un’arma in più per fare ricorso perchél’assenza della motivazione o la sua irregolarità possono essere la ragione che porta a invalidare l’accertamento.

Il peso della sentenza della Corte Europea

Il cambio di rotta è stato imposto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza dell’8 gennaio 2026 con la quale i giudici hanno dichiarato che il Fisco italiano viola l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (articolo che tutela il diritto alla privacy del cittadino).

Proprio perché le indagini sul conto corrente potrebbero violare la vita privata del contribuente, l’accesso deve essere autorizzato solo in presenza di motivazioni più che concrete. Pertanto, a seguito della sentenza della Cedu la Corte di Cassazione ha rivisto la propria posizione al riguardo e quella pubblicata lo scorso 15 giugno è la prima sentenza che pone il giusto peso sull’autorizzazione mancante. In questo caso, nonostante il Fisco abbia raccolto prove e dati dall’indagine bancaria, non può usarli per pretendere il pagamento di eventuali imposte.