Conflitto Iran e terrore in borsa. Ti spiego perché non aver paura

Tommaso Scarpellini

23 Giugno 2025 - 14:36

Di fronte a queste instabilità, porsi le domande sbagliate porta a risposte corrette ma inutili. Ponendosi invece le domande giuste, si scopre che in borsa potrebbe non esserci motivo di temere.

Conflitto Iran e terrore in borsa. Ti spiego perché non aver paura

I ribassi legati alla paura spesso scontano scenari estremi che poi non si realizzano.
Pochi istanti dopo una notizia che scuote il mondo, come l’escalation del conflitto in Iran, i mercati reagiscono con nervosismo. Titoli in rosso, volatilità alle stelle, VIX in aumento. Ma fermiamoci un attimo e poniamoci una domanda cruciale: cosa sta effettivamente scontando il mercato azionario? E soprattutto: ha senso che lo faccia?

Lo vediamo spesso: a ogni shock geopolitico, si immaginano scenari apocalittici che raramente si concretizzano. Perché? Perché il mercato è un meccanismo di anticipazione: tende a reagire prima degli eventi reali, spesso con eccessi emotivi.

Se ragioniamo invece in termini tecnici, e ci chiediamo quali settori potrebbero realmente soffrire un conflitto come quello tra Iran e Israele, la risposta è meno allarmante di quanto sembri.

L’impatto settoriale: energy e difesa non rappresentano tutto il mercato

Il conflitto mediorientale influenza in modo diretto alcuni comparti. Ipotizzando che comprometta le prospettive di crescita degli utili nei settori immobiliare, consumi discrezionali e industriale, a causa di possibili interruzioni nella supply chain, come molti stanno paventando, sarebbe davvero la fine dell’S&P 500?

S&P 500, 1W S&P 500, 1W Grafico a candele dell'indice S&P 500. Fonte: baha.com

Ma qui arriva il punto chiave: quanto pesano realmente questi comparti sull’indice? Meno del 30%. E quanto pesa, invece, il tech? Oltre il 30%. Questo significa che, anche in uno scenario di forte tensione prolungata, le implicazioni negative riguarderebbero solo una parte limitata dell’indice.

Inoltre, le aspettative sugli utili parlano chiaro: il segmento energy è previsto in contrazione del 13% su base annua, mentre il tech è atteso in crescita del 17%. In altre parole, nonostante l’instabilità geopolitica e i prezzi elevati del petrolio, il mercato sta già prezzando una debolezza del settore energetico. Per questo, anche un eventuale rimbalzo temporaneo dei titoli oil non dovrebbe modificare il trend macro di fondo.

L’elemento “scomodo”: il deficit come carburante per gli utili

C’è un paradosso che spesso ci dimentichiamo di menzionare. Le guerre, per quanto brutale sia dirlo, piacciono ai mercati sotto alcuni punti di vista. Più precisamente: piace l’aumento del deficit che ne consegue. Maggiore spesa pubblica, specialmente in settori ad alta intensità di capitale (come la difesa), alimenta la domanda aggregata e quindi le aspettative di utili per molte aziende.

E gli utili sono, da sempre, l’unico vero motore della crescita azionaria.

Certo, qualcuno obietterà: “ma così aumenta l’inflazione!”. Giustissimo. Ma bisogna distinguere: l’inflazione da guerra non è quella da domanda post-pandemia che abbiamo vissuto nel 2022. È un’inflazione settoriale, passeggera, guidata da uno sprint momentaneo nella spesa militare. Inoltre, oggi le banche centrali sono già in modalità restrittiva: non si trovano più nel dilemma di dover rincorrere l’inflazione come due anni fa. Il contesto è molto diverso.

Quindi, ha senso farsi prendere dal panico?

Nei conflitti del passato, si pensi all’invasione del Kuwait nel 1990, alla guerra in Iraq, o perfino al conflitto Russia-Ucraina nel 2022, i mercati hanno subito ribassi improvvisi, ma sono poi tornati a crescere. Questo vale soprattutto quando il campo di battaglia è esterno al territorio delle principali economie sviluppate.

Nel breve, è normale che la volatilità aumenti. Ma nel lungo, il mercato torna a ragionare secondo le sue logiche: utili, crescita, aspettative future. E tutto ciò oggi non giustifica uno scenario di crollo generalizzato.

La domanda da farsi è semplice:
Perché oggi dovrebbe essere diverso?

A meno che non si immagini un’escalation globale, scenario che neppure i mercati stanno realmente scontando, le ragioni per farsi prendere dal panico potrebbero non essere così imperative.