Il Liberation Day di Donald Trump potrebbe assumere tutt’altro significato per i mercati finanziari globali. Ormai è ufficiale, il presidente statunitense ha varato un nuovo pacchetto di dazi che porta le tariffe commerciali a livelli che non si vedevano dai tempi dello Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, periodo che richiama i tempi della Grande Depressione.
Una coincidenza temporale che inquieta, specie se si considera che da lì in poi ci si addentrò nel cosiddetto «decennio perso», un periodo di stagnazione e incertezza che si concluse solo con la ripresa postbellica degli anni ’40.
I mercati, ovviamente, non hanno preso bene la notizia: la volatilità è tornata a salire, i rendimenti dei Treasury sono calati e le azioni growth hanno rallentato. Ma ha davvero senso temere una nuova crisi come quella del 1929? Siamo di fronte a un déjà-vu storico oppure il parallelismo è più frutto di suggestione che di reale somiglianza?
La statistica può trarre in inganno
Alle volte le ricorrenze storiche sembrano più uno scherzo del destino che un pattern economico da studiare. Prendiamo per esempio un famoso (e assurdo) confronto statistico: il consumo pro capite di pollo negli Stati Uniti è sorprendentemente simile al consumo pro capite di benzina per autoveicoli. Viene da ridere, eppure i numeri sono lì a suggerire una correlazione apparentemente perfetta.
Ovviamente, non è che più si mangia pollo più si guida. La verità è che entrambe le variabili dipendono da un fattore esterno comune: il reddito e il consumo aggregato. Ma se si ignorano questi legami di contesto, si cade nella trappola della interferenza statistica.
Perché questa digressione? Perché lo stesso errore si potrebbe commettere osservando la relazione tra dazi e performance dei mercati azionari.
Se guardiamo i dati, emerge un dettaglio interessante. L’indice S&P 500 toccò il minimo proprio nel 1933, lo stesso anno in cui i dazi raggiunsero il picco. Da lì in poi, con la graduale riapertura al libero commercio e le politiche espansive del New Deal, il mercato avviò un nuovo bull market, tanto che la crescita successiva è visibile solo in scala logaritmica.
Cosa possiamo dedurre? Che la relazione tra dazi e mercati è inversa ? Apparentemente si.
L’impennata protezionista del 1930 ha sì coinciso con la crisi, ma quello non contestualizzando i periodi, passerebbe in sordina il fatto che questa non ne è stata la causa principale. Cosa si intendere dire con questo?
La vera causa della Grande Depressione
È fondamentale ricordare che la crisi del 1929 nacque da un mix esplosivo di euforia speculativa, leva finanziaria selvaggia e assenza di regolamentazione bancaria. Le azioni venivano comprate a debito, le banche erano fragili e non esisteva un vero sistema di salvataggio.
Quando il mercato crollò nell’ottobre del 1929, tutto l’ecosistema finanziario collassò con esso. Il credito si bloccò, le banche fallirono a cascata e la fiducia evaporò. Solo successivamente si introdusse lo Smoot-Hawley Tariff Act, con l’intento di proteggere l’industria americana.
Ma fu una risposta sbagliata: il mondo reagì chiudendosi anch’esso al commercio e nel giro di pochi anni il commercio globale crollò del 60%, amplificando a dismisura l’impatto della crisi iniziale. Da recessione a depressione globale, il passo fu breve.
E oggi?
La situazione attuale è molto diversa. L’economia americana, pur rallentando, non è in recessione. I consumi restano forti, l’occupazione è sostenuta, e l’inflazione, pur sotto osservazione, è ben lontana dai picchi del 2022. Le previsioni del GDPNow della Fed di Atlanta segnalano sì una possibile contrazione nel Q1 2025, ma siamo ben lontani da un collasso sistemico.
E poi c’è la narrativa politica: i nuovi dazi annunciati da Trump non nascono come risposta a una crisi, ma come strumento di pressione contro quelle che vengono definite pratiche commerciali scorrette da parte di paesi esteri. È un ritorno al “Make America Great Again”, ma in versione 2.0.
Cambia tutto. Perché se nel 1930 i dazi furono una conseguenza di un crollo finanziario, oggi sono una questione politica.
Cosa ci insegna il protezionismo del 1929?
Cercare di difendere l’economia interna isolandola dal mondo non funziona.
- Il commercio globale è un motore fondamentale per la crescita.
- Ogni barriera al commercio genera ritorsioni, con un effetto domino difficile da controllare.
I lavoratori e le imprese finiscono per perdere in competitività, anziché guadagnare, e lo dimostra il fatto che il commercio mondiale crollò del 60% tra il 1929 e il 1934.
Ed è questa l’unica lezione da portare nel 2025: nel 1929 i dazi furono una risposta alla crisi, mentre nel 2025, se gestiti male, potrebbero esserne il motivo se gestiti male.
Quindi?
Siamo davvero alle porte di una nuova Grande Crisi? No, non necessariamente. Questo perché il caso del 1929 non può essere utilizzato come esempio. Siamo di fronte ad una situazione totalmente nuova. Ed è questo che preoccupa le borse, l’incognita che l’economia potrebbe contrarsi improvvisamente già dalle prossime rivelazioni trimestrali.
Quindi, tutto dipenderà dalla reazione dei partner commerciali. Se la guerra commerciale si espanderà, allora i rischi aumenteranno, e la contrazione dei mercati potrebbe essere sempre più profonda.