Come investire nei prossimi 10 anni

R. F.

29 Luglio 2025 - 07:50

Il “Big Repricing” nei mercati finanziari globali: ecco perché gli Investitori dal 2025 in poi guarderanno oltre gli Stati Uniti in cerca di rendimenti meno rischiosi.

Come investire nei prossimi 10 anni

Sono molti giorni che rifletto sullo scenario a lungo termine dei mercati finanziari mondiali a seguito dell’avvento di Trump alla Casa Bianca. E penso che tra 10 anni l’assetto istituzionale dei mercati obbligazionari e azionari sarà molto diverso da quello attuale.

Per anni, come è noto ci sono stati alcuni fenomeni che hanno agevolato l’economia americana.

Per esempio l’immigrazione, che ha offerto agli USA manodopera a basso costo. Poi gli stimoli fiscali, basati su alleggerimento delle tasse sia per le imprese che per le famiglie, i prestiti agli studenti a condizioni agevolate. Infine l’avvento dell’AI e un forte settore tecnologico che ha comportato aumenti della produttività notevoli.
Tutti questi fattori hanno certamente trainato la crescita statunitense degli ultimi 20 anni.

Tuttavia, con l’avvento della presidenza Trump e l’avvio della guerra commerciale con il resto del mondo, stiamo assistendo all’inversione di questi “venti a favore” e l’emergere di nuovi ostacoli alla globalizzazione,al punto tale che alcuni grandi investitori sia americani (fondi pensione ed hedge fund) che anche stranieri (fondi sovrani) iniziano già dal 2025 a considerare gli Stati Uniti un terreno meno fertile per la crescita di valore e per gli asset rischiosi.

Molti strateghi – almeno dai report che mi giungono sulla posta elettronica - ora consigliano agli investitori americani di adottare un approccio difensivo sul fronte interno, cercando al contempo opportunità a più alto rischio all’estero, in particolare nei mercati sottovalutati del sud-est asiatico ed europeo.

Sarà un processo lento ed inesorabile, pluriennale, ma penso che molti investitori sia americani che stranieri debbano pianificare le proprie strategie in previsione della potenziale «fine dell’eccezionalismo statunitense».(*)

Lo ripeto, per quanto riguarda la crescita e gli asset rischiosi, tutto negli ultimi 10 anni è stato trainato principalmente da tre forze:

  • gli immigrati che hanno contribuito al 50% della crescita della forza lavoro, comprimendo il costo del lavoro a parità di bassa disoccupazione, e consentendo all’economia di crescere in modo meno inflazionistico;
  • gli enormi fondi di stimolo post-Covid del governo e della Fed, destinati sia ai consumatori che alle aziende;
  • i forti utili del settore tecnologico che hanno trainato al rialzo tutti i listini americani.

Ma con il nuovo governo federale instauratosi a partire dal 20 gennaio 2025, che impone politiche anti-immigrazione, guerre commerciali che affondano la globalizzazione, le leggi di bilancio taglia-tasse e quindi manovre inflazionistiche e i titoli delle «Magnifiche Sette» che non sono più i garanti della crescita, io mi chiedo: cosa rimane agli Stati Uniti per continuare a essere un’eccezione finanziaria? Ben poco.

Finché gli Stati Uniti non correggeranno le traiettorie di spesa pubblica e debito pubblico gli investitori obbligazionari continueranno a svolgere il loro ruolo di “giudici” del debito pubblico, minacciando di vendere i bond in dollari e far uscire così i fondi dai confini americani.

E ciò significa monitorare attentamente quel tasso del 4.5% sul decennale americano, che non è molto lusinghiero per gli asset rischiosi statunitensi, in quanto rappresenta un competitore molto pericoloso per il mondo equity.

Quando vedrete (come è successo a metà aprile 2025) impennate improvvise e al rialzo dei rendimenti a lungo termine dei Treasury assieme a svalutazioni massicce del dollaro, allora vorrà dire che gli investitori stranieri stanno uscendo dagli USA.

Senza contare che con le vendite dall’estero si potrebbe innescare una spirale negativa dollaro debole>vendite dei Treasury dall’estero>tassi di interesse in dollari al rialzo>aumento della spesa pubblica per interessi>ulteriore vendita di Treasury.

Infatti, un dollaro USA sottovalutato potrebbe rendere gli asset meno attraenti per gli investitori stranieri, sollecitando la loro fuga dagli USA, e anche allettando gli investitori americani che allocano all’estero i loro investimenti, spinti dal continuo rafforzamento delle divise estere rispetto al loro dollaro.

Tutto questi mutamenti non erano stati previsti fino al gennaio 2025.
L’eccezionalismo americano d’altronde non era stato né preordinato e né potevamo pensare che fosse permanente.

È un dato di fatto che le politiche commerciali “bellicose” di Trump potrebbero erodere questa sensazione di “eccezionalismo” tra gli investitori globali, i quali potrebbero innescare un processo di abbandono, lento ma inesorabile, della piazza finanziaria USA, un fenomeno che durerebbe un decennio, ma che poi sarebbe straordinariamente difficile da invertire.

Sono passati solo 6 mesi dall’avvento della presidenza Trump, e forse è troppo presto per dire se l’incertezza sui dazi e sulla politica commerciale degli USA comprometterà gli utili delle imprese americane a lungo termine.

Sebbene i vantaggi strutturali come l’innovazione dettata dalla I.A., un ampio mercato interno di consumatori e un’elevata concentrazione di aziende dotate di una crescita degli utili robusta rimangano intatti, si può sostenere che le strategie passive delle imprese americane di fronte al rischio della fine della globalizzazione potrebbero non essere più sufficienti per mantenere le loro quote di mercato in mezzo all’incertezza della evoluzione del commercio internazionale.

ATTENZIONE: Il tessuto industriale americano non è in grado oggi di sostituire con la produzione interna le merci importate da paesi esteri, merci che entrano negli Stati Uniti a prezzi più alti a causa dei dazi.

E nemmeno è scontato che le imprese estere vorranno aprire stabilimenti negli USA (come vorrebbe Trump) se non trovano manodopera esperta e preparata ! La conseguenza - nel lungo periodo - è la perdita di competitività dell’industria americana nel circuito mondiale.

Pertanto, è mio parere che gli investitori americani e d internazionali saranno costretti ad adottare un approccio di investimento più attivo.

Con l’incertezza geopolitica, i rischi fiscali sul deficit pubblico e il deterioramento delle prospettive inflazionistiche USA a breve termine in gioco, gli investitori avranno di fronte due possibilità:

  • mantenere un sovrappeso strategico nelle azioni statunitensi,ma essendo obbligati a coprire la loro esposizione valutaria al dollaro, oppure
  • vendere gli asset in dollari, uscire dai mercati finanziari americani, e allocare in asset europei e del sud-est asiatico.

Ma si può trovare più valore nei mercati esteri extra-USA?

Nonostante gli Stati Uniti siano la patria delle aziende a più alta qualità al mondo, gli investitori hanno visto nel 2025 più valore nei mercati esteri.

Basta guardare alle performance stellari da inizio anno ad oggi 25 luglio del DAX (+21%) o della Borsa italiana (+20%) dell’IBEX (+22%) contro le performance magre dell’SP500 (+8% da inizio anno e in valuta locale, se calcolate in euro diventerebbero -4,5%).

Sembra proprio che, finalmente, nel 2025 gli investitori internazionali si sono accorti del significativo divario di valutazione relativa (intendo sia i P/E che i P/Book) che si era creato negli ultimi anni, fra titoli americani ed europei, in particolare tra i titoli più grandi.

Intendiamoci, non sto dicendo di vendere ora tutta la quota di azionario americano, fondi, ETF o azioni. Tutt’altro. Probabilmente dopo la correzione estiva, dopo uno storno dei listini di breve durata, i mercati azionari americani potrebbero nella seconda metà del 2025 continuare il rally alla luce della spinta sui consumi dettata dalla manovra di bilancio ultra-espansiva.

Ma nel 2026 questi nodi della politica economica di Trump prima o poi verranno al pettine:

  • debito pubblico alto (perché gonfiato dalla spesa per interessi) e deficit pubblico alto (in espansione a seguito di un disavanzo pubblico crescente),
  • consumi drogati dalla politica fiscale generosa e infine
  • rialzi dei prezzi dell’import derivanti dal dollaro super-debole.

Elementi che prima o poi porteranno ad un amaro risveglio per i mercati azionari ed obbligazionari in USA: la rinascita dell’inflazione.
E di qui la fuga degli investitori stranieri dagli asset denominati in dollari. Ma, come ripeto, il vento sta cambiando già da ora.

L’incertezza sulla politica commerciale, in particolare sui dazi, ha creato -potenzialmente - una brutta situazione gia adesso per gli asset rischiosi americani.

A partire dal Liberation Day del 2 aprile, le grandi istituzioni finanziarie mondiali cercano anche esse il loro “Liberation Day”: uscire dagli Stati Uniti e cercare asset rischiosi al di fuori degli USA.

Attenzione al dollaro. quindi: come ho già scritto in altri articoli su Money.it, i minori flussi di investimenti esteri negli asset statunitensi ridurranno il valore del dollaro nei confronti delle principali valute internazionali, e renderanno gli asset esteri in valuta locale più attraenti.

Infatti, oltre che nell’area Euro, vedo di buon occhio nel 2026-2027 una forte ripresa degli investimenti nei Paesi emergenti: un dollaro super-debole infatti allevia il peso della quota del debito pubblico dei paesi emergenti denominato in dollari (titoli emessi negli anni passati per catturare l’appeal dei loro finanziatori).

E non possiamo escludere che la fuga degli investitori esteri potrebbe contribuire ad un aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico americano (a meno che non intervenisse la Fed come compratore di ultima istanza dei Treasury, ma ciò implicherebbe altra inflazione aggiuntiva, perché di fatto sarebbe un finanziamento monetario del deficit pubblico operato dalla banca centrale).

Bisogna anche evidenziare un altro problema dell’indice SP500: la crescente disparità di performance tra l’indice ponderato per capitalizzazione e quello equal-weighted nel mercato statunitense.

Tutti avrete notato infatti che i titoli più grandi come NVDA, MSFT, Amazon e Meta hanno guidato gran parte della performance dell’indice SP500 mercato USA, mentre indici più ampi — come gli indici equal-weighted — dipingono un quadro meno ottimistico sul rally dell’SP500 (anche se il divario è meno evidente per gli indici DJ e NDX).(**)

L’SP500 infatti, da inizio anno ad oggi 25 luglio, appare meno convincente su base equal-weighted (+6%), rispetto allo stesso indice per capitalizzazione (+8%). Ciò riflette ancora il dominio, nel paniere di 500 società, di poche mega-capitalizzazioni ad alte prestazioni. Il rischio di concentrazione all’interno dell’indice suddetto è un altro dei fattori che potrebbe favorire nel tempo l’esodo degli investitori esteri dai mercati USA verso quelli europei nel prossimo decennio.

Ma tra le alternative non c’è solo l’Europa. La Cina e altri mercati emergenti potrebbero presentare opportunità per la crescita e gli asset rischiosi, soprattutto se si materializzeranno cambiamenti politici a sostegno dei consumi e degli investimenti (come la maggior spesa pubblica in sicurezza sociale per sostenere i consumi delle famiglie o la defiscalizzazione degli utili reinvestiti per le imprese).

In sintesi, siamo agli inizi di un lungo, decennale, processo di degrado globale della leadership finanziaria statunitense.

E questo processo lo ha iniziato, scientemente, proprio Donald Trump. Le conseguenze della politica economica e commerciale del Presidente USA, proiettate al 2030 o al 2035, prefigurano già da ora un declino secolare dell’“eccezionalismo americano” nei mercati finanziari. Un declino che sarà difficile rimettere in sesto una volta che si verificherà.

Gli effetti deleteri della politica trumpiana, insomma, perdureranno anche dopo che lui non sarà più presidente, ben oltre il 2028.

(*) = l’eccezionalismo americano si riferisce alla convinzione che gli Stati Uniti possedevano una serie di punti di forza economici e strutturali unici che li rendevano un ambiente straordinario, e spesso superiore, per l’innovazione, la crescita economica e gli investimenti a lungo termine, rispetto ad altre nazioni.Questa percezione si è tradotta storicamente in una sovraperformance del mercato azionario statunitense rispetto ad altri mercati globali e in una attrattività sproporzionata per il capitale globale. I fattori chiave che hanno contribuito -fino ad ora- a questa percezione di eccezionalismo includono:

  • Innovazione e Leadership Tecnologica
  • Mercati dei Capitali Liquidi e Profondi
  • Stato di Diritto e Quadro Normativo Solido
  • Status di Valuta di Riserva Mondiale del Dollaro USA
  • Dati Demografici e Immigrazione Favorevoli
  • Cultura Imprenditoriale e di Assunzione del Rischio

(**)= la differenza tra le due tipologie di indici è fondamentale. Ecco come funzionano:

  • In un indice ponderato per capitalizzazione,(SP500, Nasdaq ecc e cc) il peso di ciascun titolo all’interno dell’indice è proporzionale alla sua capitalizzazione di mercato.
  • La capitalizzazione di mercato di un’azienda si calcola moltiplicando il prezzo corrente di un’azione per il numero totale di azioni in circolazione (prezzo x numero di azioni).

Questo significa che le aziende più grandi (con maggiore capitalizzazione di mercato) avranno un’influenza maggiore sulla performance complessiva dell’indice. Se un’azienda come Apple o Microsoft, con una capitalizzazione enorme, vede il suo valore aumentare o diminuire significativamente, ciò avrà un impatto molto più grande sull’indice rispetto a un movimento simile di un’azienda più piccola.

In un indice equal-weighted, (per es. SP500 equal weight) a ogni titolo componente viene assegnato lo stesso peso, indipendentemente dalla sua capitalizzazione di mercato.Ad esempio, se un indice ha 100 aziende, ognuna di esse avrà un peso del 1%.

Per mantenere questo peso costante, l’indice deve essere regolarmente ribilanciato. Ciò significa che, se un’azione si apprezza (aumentando il suo peso), ne verrà venduta una parte per riportarla al peso iniziale; se un’azione deprezza, ne verrà acquistata di più. Questo implica un comportamento intrinsecamente «contrarian» di questo tipo di indice (in esso si compra ciò che è sceso,e si vende ciò che è salito).

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