Costosi e non adatti alla guerra moderna: la crisi dei droni Usa

Roberto Vivaldelli

07/08/2025

Gli Usa, un tempo leader nei droni con Predator e Reaper, stanno perdendo terreno in una rivoluzione tecnologica guidata da Russia, Ucraina e altri attori.

Costosi e non adatti alla guerra moderna: la crisi dei droni Usa

Un tempo gli Stati Uniti dominavano il cielo con i loro droni Predator e Reaper, strumenti di precisione che colpivano obiettivi terroristici in terre lontane, incarnando la supremazia tecnologica americana.

Oggi, però, il panorama della guerra senza pilota è cambiato radicalmente, e gli USA stanno perdendo terreno. Secondo un’analisi di Foreign Affairs, “solo un decennio fa, gli Stati Uniti erano i principali innovatori nel campo dei droni”, ma una nuova rivoluzione tecnologica, guidata da paesi come Russia, Ucraina, Turchia e Israele, sta ridefinendo le regole del conflitto moderno. Gli Stati Uniti, ancorati a sistemi costosi e superati, rischiano di rimanere indietro in quella che è diventata una corsa globale per il dominio dei droni.

La rivoluzione dei droni

La trasformazione descritta da Foreign Affairs è sorprendente: «Dove un tempo i droni erano costosi e controllati a distanza per attacchi mirati e sorveglianza strategica, ora possono essere acquistati per poche centinaia di dollari e svolgere una vasta gamma di missioni». In Ucraina, droni a visuale in prima persona (FPV) vengono usati per colpire obiettivi in territorio nemico, mentre la Russia lancia “sciami di droni d’attacco unidirezionali” contro centrali elettriche e infrastrutture civili.

Questi droni non sono più relegati a basi remote: sono integrati nelle trincee, trasportano rifornimenti, evacuano feriti e individuano nemici in avvicinamento. LAtlantic Council sottolinea come la Russia abbia ribaltato l’iniziale vantaggio ucraino nella guerra dei droni. Dopo l’invasione del 2022, l’Ucraina aveva sfruttato il suo dinamico settore tecnologico per mantenere un passo avanti, ma «negli ultimi mesi, è diventato sempre più evidente che l’iniziativa è passata a Mosca». La Russia produce ora oltre 5.000 droni al mese, con modelli Shahed migliorati che integrano intelligenza artificiale, warhead più potenti e capacità di volo ad alta quota, rendendoli difficili da intercettare. L’attacco del 4 luglio 2025 a Kiev, descritto come il più grande dell’intera guerra, ha dimostrato la capacità russa di sopraffare le difese aeree ucraine con centinaia di droni e missili lanciati simultaneamente.

Il ritardo americano

Gli Stati Uniti, invece, sembrano intrappolati nel passato. I loro programmi di droni, come il Collaborative Combat Aircraft (CCA) dell’aeronautica, con costi stimati tra “15 e 20 milioni di dollari per unità”, o il Low Altitude Stalking and Strike Ordnance dell’esercito, che varia tra “70.000 e 170.000 dollari”, sono ancora in fase prototipale e lontani dalla produzione di massa. Come nota Foreign Affairs, “anche se l’esercito acquistasse più droni di quanto pianificato, non è chiaro se le aziende americane potrebbero produrre qualcosa di vicino ai circa 200.000 droni che l’Ucraina utilizza mensilmente”. Un divario produttivo evidenzia una debolezza strutturale: gli Usa non sono preparati per una guerra di attrito che richiede droni economici. Basti pensare che i ribelli Houthi nello Yemen hanno abbattuto sette droni Reaper statunitensi in meno di sei settimane, per un valore di oltre 200 milioni di dollari: un costo altissimo per il Pentagono che ha indotto - unito a una generale fallimentare campagna militare - il presidente Usa Donald Trump, lo scorso maggio, ad annunciare la fine della campagna aerea contro gli Houthi.

La guerra in Ucraina ha dimostrato che i droni non sono più solo strumenti di precisione, ma armi di attrito che richiedono flessibilità e volumi elevati. Foreign Affairs avverte che “i leader americani sono sotto pressione per adattarsi a un nuovo modo di fare guerra già emerso nei conflitti europei e mediorientali”. Copiare le strategie di Ucraina o Israele non basterà: gli Usa devono articolare una loro strategia. Oppure il «gap» con le altre potenze rischia di diventare sempre più grande.

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