Quando finirà il mondo? Dal destino del Sole ai rischi di oggi: clima, biodiversità, guerre, pandemie e cosa può fare (davvero) l’AI. Anche in tema di «predizione»
Quando finirà il mondo? È una delle domande che accompagna l’umanità da sempre. Dalle antiche profezie alle teorie scientifiche più moderne, ogni epoca ha cercato di immaginare il destino della Terra e della civiltà umana.
Oggi, però, il dibattito si è spostato su un terreno completamente diverso. Il cambiamento climatico, le tensioni geopolitiche, il rischio nucleare, le pandemie e il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale hanno riportato il tema al centro dell’attenzione, non più come una questione di superstizione o fatalismo, ma come un insieme di scenari che la scienza cerca di comprendere e, in alcuni casi, di prevenire.
È importante chiarire subito un punto: nessuno è in grado di prevedere con precisione quando finirà il mondo. La ricerca scientifica non formula profezie, ma costruisce modelli basati su osservazioni, dati e probabilità. L’AI, dal canto suo, “non vede il futuro”: può analizzare enormi quantità di informazioni, simulare scenari complessi e individuare correlazioni che aiutano gli esperti a prendere decisioni più informate.
Per questo motivo è fondamentale distinguere tra ciò che sappiamo con ragionevole certezza e ciò che resta, almeno per ora, nel campo delle ipotesi. Anche perché parlare della «fine del mondo» può significare cose molto diverse: dalla scomparsa della civiltà umana alla perdita dell’abitabilità del pianeta, fino alla distruzione della Terra o addirittura dell’intero universo. Uno scenario che, forse, oltre a non accadere mai non ci vedrà sicuramente protagonisti (come genere umano).
Che cosa significa davvero “fine del mondo”
Nel linguaggio comune, l’espressione “fine del mondo” richiama quasi sempre un evento improvviso e catastrofico. Dal punto di vista scientifico, invece, la questione è molto più articolata e richiede di distinguere tra fenomeni profondamente diversi tra loro.
Possiamo infatti parlare di almeno tre possibili scenari.
- Fine della civiltà umana, ovvero il collasso irreversibile della società causato da guerre, pandemie, cambiamenti climatici estremi o altre crisi globali.
- Fine dell’abitabilità della Terra, cioè il momento in cui il pianeta non sarà più in grado di sostenere forme di vita complesse, pur continuando a esistere come corpo celeste.
- Fine della Terra, intesa come distruzione o trasformazione irreversibile del pianeta a causa dell’evoluzione del Sole o di eventi astronomici estremamente rari.
Capire di quale fine si sta parlando è fondamentale, perché cambia completamente sia la scala temporale sia le cause in gioco. Alcuni scenari appartengono a un futuro distante miliardi di anni, altri riguardano rischi concreti che la comunità scientifica monitora già oggi.
È proprio qui che entrano in gioco la ricerca scientifica e gli strumenti computazionali più avanzati, compresa l’AI. I modelli climatici, le simulazioni astronomiche, i sistemi di monitoraggio satellitare e gli algoritmi predittivi consentono infatti di elaborare enormi quantità di dati, migliorando la comprensione dei fenomeni naturali e aiutando a valutare la probabilità di determinati eventi.
L’obiettivo, però, non è prevedere una data esatta per la fine del mondo. Piuttosto, è comprendere quali rischi siano realmente fondati, quali possano essere mitigati e quali appartengano invece al campo delle ipotesi teoriche o della fantascienza.
Come finirà il mondo secondo l’AI
L’intelligenza artificiale, basandosi su un’ampia gamma di dati e simulazioni, può elaborare diversi scenari plausibili, dalle catastrofi naturali ai cambiamenti climatici, dall’autodistruzione dell’umanità alla fine dell’universo.
Tra i rischi più immediati e concreti individuati dall’intelligenza artificiale troviamo gli eventi naturali catastrofici. Un impatto di un asteroide, simile a quello che portò all’estinzione dei dinosauri, è considerato una possibilità, seppur remota. Come anche delle supereruzioni vulcaniche, che potrebbero oscurare il sole per anni, provocando un «inverno vulcanico» capace di devastare l’ecosistema globale.
Anche il cambiamento climatico figura tra le possibili cause della fine del mondo secondo l’AI. Se il mondo non interverrà drasticamente, entro pochi decenni potremmo assistere a degli eventi climatici estremi, come l’aumento del livello del mare e delle migrazioni di massa, con conseguenze potenzialmente devastanti per il genere umano.
Un altro scenario considerato probabile è l’autodistruzione causata dall’uomo. Conflitti nucleari, pandemie scatenate da armi biologiche o l’incapacità di gestire le tecnologie avanzate - come l’intelligenza artificiale stessa - potrebbero portare a un collasso globale. Già, l’AI elenca l’AI stessa tra le possibili cause della fine del mondo.
L’intelligenza artificiale non esclude poi la possibilità di eventi cosmici avversi come una supernova vicina o un lampo gamma, che potrebbero mettere fine alla vita sulla Terra. Tuttavia, questi eventi sono rari e la probabilità che accadano a breve, secondo la comunità scientifica, è estremamente bassa.
Guardando più lontano nel futuro, l’AI contempla degli scenari come il Big Rip (teoria cosmologica secondo cui l’universo potrebbe finire con uno strappo catastrofico («rip») in cui tutte le strutture cosmiche verrebbero disgregate) o la morte termica dell’universo (un’ipotesi cosmologica che descrive uno stato finale dell’universo in cui tutto raggiunge un equilibrio termodinamico). Questi eventi, che si verificherebbero tra miliardi o addirittura trilioni di anni, segnerebbero la fine dell’universo stesso.
Il countdown cosmico secondo la scienza: la Terra finirà, ma non nel modo che immaginiamo
Se esiste una data che la scienza considera plausibile per la fine della Terra, non riguarda il prossimo secolo né i prossimi milioni di anni, ma un futuro così remoto da sfuggire a qualsiasi prospettiva umana.
Secondo i modelli di evoluzione stellare, il Sole ha circa 4,6 miliardi di anni e si trova approssimativamente a metà del proprio ciclo vitale. Tra circa 5 miliardi di anni esaurirà progressivamente l’idrogeno presente nel suo nucleo e inizierà a trasformarsi in una gigante rossa, aumentando enormemente le proprie dimensioni.
Che cosa accadrà alla Terra? La risposta, sorprendentemente, non è ancora definitiva.
Per decenni si è ritenuto che il nostro pianeta sarebbe stato inevitabilmente inglobato dall’espansione del Sole. Oggi gli studi più recenti indicano invece che il destino della Terra dipenderà da un delicato equilibrio tra due fenomeni opposti: da una parte l’espansione della stella, dall’altra la perdita di massa del Sole, che potrebbe spingere l’orbita terrestre leggermente più lontano. Anche se il pianeta dovesse evitare di essere completamente «inghiottito», il risultato finale cambierebbe ben poco: le temperature diventerebbero talmente elevate da rendere impossibile la presenza di acqua liquida e, di conseguenza, della vita come la conosciamo.
In altre parole, la fine dell’abitabilità della Terra arriverà molto prima della possibile distruzione del pianeta.
Secondo diversi modelli climatici e astronomici, l’aumento graduale della luminosità del Sole renderà progressivamente più caldo il nostro pianeta. Tra circa 1 e 1,5 miliardi di anni gli oceani potrebbero iniziare a evaporare in modo irreversibile, mentre il ciclo naturale del carbonio verrebbe alterato fino a compromettere la fotosintesi e la sopravvivenza della maggior parte degli organismi complessi.
Naturalmente si tratta di stime basate sulle attuali conoscenze dell’astrofisica. Su scale temporali così estese esistono inevitabilmente margini di incertezza, ma il quadro generale è condiviso dalla comunità scientifica: il limite per la vita sulla Terra arriverà molto prima della fine del pianeta stesso.
Un asteroide potrebbe distruggere la Terra prima del Sole?
Questa domanda incuriosisce molti e sicuramente è più tangibile e “vicina” per la nostra specie di un’eventuale collasso solare.
La risposta, almeno secondo le conoscenze attuali, è rassicurante. Agenzie spaziali come la NASA e l’Agenzia Spaziale Europea monitorano costantemente migliaia di Near-Earth Objects (NEO), cioè gli oggetti celesti che transitano nelle vicinanze della nostra orbita. Sebbene impatti di grandi dimensioni abbiano segnato la storia del pianeta - basti pensare all’asteroide responsabile dell’estinzione dei dinosauri circa 66 milioni di anni fa - al momento non esistono evidenze di oggetti conosciuti in rotta di collisione con la Terra in grado di provocare un’estinzione globale nei prossimi decenni.
Ciò non significa che il rischio sia nullo. Per questo motivo la difesa planetaria è diventata uno dei principali ambiti di ricerca internazionale. La missione DART della NASA ha dimostrato nel 2022 che deviare la traiettoria di un asteroide è tecnicamente possibile, aprendo la strada a future strategie di protezione del pianeta.
Se quindi parliamo della fine della Terra come corpo celeste, il conto alla rovescia appartiene all’astrofisica e si misura in miliardi di anni. Se invece parliamo della sopravvivenza della nostra civiltà, il calendario cambia in maniera drastica, per certi versi repentina: le sfide più importanti riguardano il presente e i prossimi decenni.
Il destino dell’universo: Big Freeze, Big Rip o Big Crunch? Ecco cosa dice davvero la scienza
Se il destino della Terra si misura in miliardi di anni, quello dell’universo sposta l’orizzonte temporale ancora più in là. Qui entriamo nel campo della cosmologia, una disciplina che studia l’origine, l’evoluzione e il futuro del cosmo attraverso osservazioni, modelli matematici e leggi della fisica.
Anche in questo caso è importante fare una precisazione: non esiste una previsione certa su come finirà l’universo. Gli scienziati elaborano diversi scenari sulla base delle conoscenze attuali, che continuano ad affinarsi grazie ai dati raccolti da telescopi spaziali e osservatori terrestri.
Lo scenario oggi considerato più probabile è quello del Big Freeze, noto anche come morte termica dell’universo. Le osservazioni indicano infatti che l’espansione cosmica è in accelerazione, un fenomeno generalmente attribuito alla cosiddetta energia oscura, la cui natura resta ancora uno dei grandi misteri della fisica.
Se questa accelerazione continuerà anche in futuro, le galassie si allontaneranno progressivamente le une dalle altre. Nel corso di tempi praticamente inconcepibili, le stelle esauriranno il proprio combustibile, la formazione di nuovi sistemi stellari si interromperà e l’universo diventerà sempre più freddo, buio e rarefatto. Non si tratterebbe di una «fine» improvvisa, ma di un lentissimo spegnimento destinato a durare trilioni di anni.
Esistono poi altri scenari teorici che continuano a essere studiati, anche se oggi appaiono meno probabili.
Uno è il Big Rip, secondo cui l’energia oscura potrebbe aumentare progressivamente fino a vincere qualsiasi forza fondamentale della natura. In un’ipotesi estrema, prima verrebbero separate le galassie, poi i sistemi stellari, i pianeti e infine perfino gli atomi. Tuttavia, le osservazioni disponibili non forniscono al momento prove che l’energia oscura si comporti in questo modo, motivo per cui il Big Rip rimane una possibilità teorica e non una previsione.
L’altro grande scenario è il Big Crunch, cioè un collasso dell’universo su sé stesso dopo una fase di espansione. Per decenni è stato considerato una delle ipotesi principali, ma le misurazioni più recenti dell’espansione accelerata rendono questa eventualità decisamente meno compatibile con il modello cosmologico oggi più accreditato.
Negli ultimi anni è stato proposto anche un quarto scenario, il Big Bounce. Secondo questa teoria, l’universo potrebbe attraversare cicli successivi di espansione e contrazione, dando origine a un nuovo Big Bang dopo un eventuale collasso. Si tratta però di un’ipotesi ancora altamente speculativa, che non dispone di conferme osservative.
La conclusione è che, allo stato attuale delle conoscenze, il Big Freeze resta lo scenario ritenuto più plausibile dalla maggior parte dei cosmologi. Ma stiamo parlando di eventi che si svilupperebbero su scale temporali così immense da risultare prive di qualsiasi conseguenza pratica per la civiltà umana.
Ed è proprio questo il punto. Quando ci chiediamo «quando finirà il mondo», la risposta che più ci riguarda non arriva dalla cosmologia, ma dai rischi che la scienza osserva già oggi sulla Terra. Cambiamento climatico, perdita di biodiversità, conflitti internazionali, pandemie e sviluppo delle nuove tecnologie rappresentano sfide molto più concrete del destino finale dell’universo.
Le minacce del presente: quando la scienza smette di parlare di miliardi di anni
Se il destino astronomico della Terra appartiene a un futuro quasi inconcepibile, esistono rischi molto più vicini nel tempo che la comunità scientifica monitora con crescente attenzione.
Nessuno di questi scenari equivale automaticamente alla «fine del mondo». Tuttavia, potrebbero compromettere la stabilità economica, sociale e ambientale su cui si basa la nostra civiltà. Ed è proprio per questo che oggi il dibattito scientifico si concentra soprattutto sulle sfide dei prossimi decenni.
Cambiamento climatico: la minaccia più documentata
Tra tutti i rischi globali, il cambiamento climatico è quello supportato dal maggior numero di evidenze scientifiche.
L’IPCC, il principale organismo delle Nazioni Unite dedicato allo studio del clima, parla ormai di un riscaldamento globale inequivocabile e attribuisce con un livello di confidenza estremamente elevato la responsabilità principale alle attività umane, in particolare alle emissioni di gas serra.
Negli ultimi anni i dati hanno continuato a confermare questa tendenza. Le rilevazioni del programma europeo Copernicus e dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) mostrano che il pianeta continua a registrare temperature medie eccezionalmente elevate, con un aumento della frequenza e dell’intensità di ondate di calore, siccità prolungate, precipitazioni estreme e incendi boschivi.
Il Mediterraneo rappresenta uno degli «hotspot» climatici del pianeta. Secondo ISPRA e Copernicus, quest’area si sta riscaldando a una velocità superiore alla media globale, con effetti già visibili anche in Italia: disponibilità idrica più incerta, eventi meteorologici estremi più frequenti, impatti sull’agricoltura, sul turismo e sulla salute pubblica.
Parlare di cambiamento climatico non significa prevedere l’estinzione dell’umanità ma riconoscere che un clima sempre più instabile aumenta i costi economici, le disuguaglianze sociali e la vulnerabilità delle infrastrutture.
La perdita di biodiversità: una crisi meno visibile ma altrettanto importante
Accanto al clima esiste un’altra emergenza globale che riceve spesso meno attenzione: la perdita di biodiversità.
Secondo l’IPBES, la piattaforma scientifica intergovernativa sulla biodiversità, il declino degli ecosistemi procede a un ritmo senza precedenti nella storia recente dell’umanità. La riduzione degli habitat naturali, l’inquinamento, il cambiamento climatico e lo sfruttamento intensivo delle risorse stanno modificando profondamente gli equilibri ecologici.
Il problema non riguarda soltanto la scomparsa di singole specie animali o vegetali; ecosistemi meno resilienti sono sinonimi di minore capacità di produrre cibo, trattenere acqua, assorbire anidride carbonica, proteggere il territorio dalle alluvioni e garantire servizi fondamentali per l’economia e la salute delle persone.
In altre parole, la biodiversità rappresenta una vera infrastruttura naturale. Quando si deteriora, aumentano i rischi anche per le attività produttive e per il benessere delle comunità.
Guerre e rischio nucleare: perché il Doomsday Clock continua a preoccupare
Le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno riportato al centro dell’attenzione un rischio che sembrava appartenere al passato: quello di un conflitto nucleare.
Naturalmente non esiste alcuna previsione secondo cui una guerra atomica sia inevitabile. Tuttavia, numerosi esperti continuano a considerarla una delle principali minacce esistenziali per l’umanità.
Un indicatore simbolico utilizzato da decenni è il Doomsday Clock, l’orologio dell’Apocalisse elaborato dal Bulletin of the Atomic Scientists. Non si tratta di uno strumento di previsione, ma di una valutazione periodica del livello di rischio globale, che tiene conto di fattori come arsenali nucleari, cambiamento climatico, nuove tecnologie e stabilità internazionale.
Negli aggiornamenti più recenti l’orologio è rimasto ai livelli di allerta più elevati mai registrati, a testimonianza delle crescenti preoccupazioni della comunità scientifica.
Più crisi simultanee possono aumentare il rischio di provocazioni politiche sempre più aggressive, incidenti o escalation difficili da controllare. E l’esempio recente del conflitto tra USA e Iran, con la complicità preminente di Israele, ne è l’esempio più calzante.
Pandemie: la lezione lasciata dal Covid-19
Una delle domande più cercate negli anni della pandemia era: quando finirà il Covid nel mondo?
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato conclusa l’emergenza sanitaria internazionale legata al Covid-19 nel maggio 2023, ma ciò non significa che il rischio di nuove pandemie sia scomparso.
La comunità scientifica continua infatti a monitorare diversi fattori di rischio, tra cui la diffusione di malattie trasmesse dagli animali all’uomo (zoonosi), l’aumento della resistenza antimicrobica, la crescente mobilità internazionale e l’impatto della crisi climatica sulla diffusione di nuovi agenti patogeni.
L’esperienza del Covid ha mostrato quanto rapidamente una crisi sanitaria possa trasformarsi in una crisi economica, sociale e geopolitica. Filiere produttive interrotte, mercati finanziari in difficoltà, sistemi sanitari sotto pressione e aumento della disinformazione sono solo alcuni degli effetti osservati negli ultimi anni.
Più che chiederci quando arriverà la prossima pandemia, la domanda più utile è un’altra: quanto siamo preparati ad affrontarla?
Le nuove tecnologie: rischio o strumento di difesa?
Intelligenza Artificiale, biotecnologie, cybersicurezza e automazione stanno cambiando rapidamente il mondo. Come spesso accade, la tecnologia può rappresentare sia una soluzione sia un fattore di rischio.
Sistemi sempre più complessi aumentano l’efficienza, ma rendono anche le società più dipendenti da reti digitali, infrastrutture energetiche e flussi di dati.
Per questo motivo numerosi rapporti internazionali includono tra i rischi globali anche cyberattacchi, disinformazione e utilizzi impropri delle tecnologie emergenti.