Fino all’anno scorso, i titoli che riuscivo davvero a seguire personalmente — leggere i conti, controllare il grafico, ricordarmi perché li avevo scartati o tenuti — erano poche decine. Per gli altri c’era l’Ufficio Studi che mi ha sempre supportato in modo più che egregio, dandomi ogni mese indicazioni puntuali e i riferimenti macro che mi sono serviti per operare.
Ma fuori da quel pur ampio cono di luce il resto del mercato lo intercettavo tardi: se un titolo che non fosse sotto i riflettori saliva del 20% in un mese probabilmente me ne accorgevo in ritardo, con sempre il dubbio che il grosso del movimento fosse già nel prezzo.
Non è un limite di buona volontà. È un limite fisico. Un essere umano non può leggere ogni settimana i bilanci, i multipli e i grafici di tremila aziende diverse, sparse tra Wall Street, Francoforte, Milano e Londra, e farlo con la stessa cura per la numero 3 e per la numero 2.847.
Anche grazie all’AI da qualche mese ho messo a terra un sistema che mi aiuta moltissimo a formalizzare intuizioni e verificare ipotesi. Ogni settimana scarico dalla banca dati i grezzi di circa 3.500 società quotate nei mercati occidentali — utili, debiti, multipli di valutazione, medie mobili, indicatori tecnici. Un codice che ho costruito con l’AI e continuo a correggere e verificare, li passa tutti nello stesso imbuto: prima taglia per liquidità e dimensione, poi controlla se dietro il prezzo c’è un motivo reale che possa durare o solo un multiplo gonfiato dall’entusiasmo del momento. Alla fine restano circa 2.100 titoli classificati, e dentro quei 2.100 un nucleo di poco più di 200 nomi con un motivo, verificato dato per dato, per starci.
La differenza non è la quantità di numeri. È che prima vedevo solo quello che mi ricordavo di guardare — i nomi noti, i settori che seguivo per abitudine. Ora vedo anche quello che non stavo guardando: un’azienda solida in un settore che normalmente ignoro, un titolo che sembrava a sconto e invece ha un problema strutturale che il prezzo basso nascondeva bene.
Questo si traduce in una cosa concreta: meno angoli ciechi. Non decisioni migliori perché il computer «sa» qualcosa che io non so — ma decisioni fondate su un campo visivo che prima non avevo, non su quello che per caso mi capitava di ricordare.
Qui però arriva il limite che non nascondo. Il sistema mi dice che un titolo ha superato il filtro, non che salirà. E anche se ogni indicazione e successiva scelta viene poi vagliata dalla mia esperienza di 30 anni nel settore, questo metodo mi dice se dietro il movimento c’è un pavimento — utili veri, un bilancio che regge — o se sta correndo sul nulla. Questo cambia come lo tratto, non se lo compro: un titolo con un pavimento lo tengo con pazienza anche se scende; uno senza pavimento lo tratto con la guardia alta, pronto a uscire al primo segnale che si rompe. La macchina classifica. La decisione, e la responsabilità di quella decisione, restano mie.
Il rischio, con uno strumento così, è pensare che il numero grande basti da solo — tremila titoli scansionati suonano rassicuranti quanto un voto alto senza sapere cosa c’era nel compito. Non è il volume che protegge un patrimonio. È cosa fai con quello che il volume ti fa vedere.
Tu, quando affidi i tuoi risparmi a qualcuno, gli hai mai chiesto come seleziona le occasioni?